LO SPECIFICO DEL DOTTOR MENGHI-4

2306 Parole
“tu sei un eroe, tu!.” Poi le parlai con cautela del suo male. Le dissi che c’era nel suo cuore una minaccia di rottura e ch’essa doveva badare di non commoversi, di non agitarsi e di non fare dei movimenti bruschi. La minaccia di aneurisma sussisteva solo causa l’eccesso di vita in lei. Avendo parlato a mia madre delle osservazioni fatte su me stesso di quella calma torbida che m’aveva tolto il sonno ma anche ogni agitazione essa capì subito dove andavo a parare. Mi guardò e con un sorriso reso triste dalla pallidezza del suo volto, mi disse: “vorresti provare su di me la tua Annina? Oh! fa pure! Ringrazio il cielo che giacché ho da essere malata, la mia malattia t’offra l’occasione di un’esperienza tanto decisiva!”. Mentre scrivo il rimorso mi spreme le lagrime più cocenti; devo cessare ad ogni tratto di scrivere per sollevarmi liberamente nel pianto. Io non uccisi mia madre ma fu il solo caso che mi salvò da tanto delitto. Oggi io so con sicurezza quasi matematica che mia madre era condannata a morire in brevi ore. Clementi stesso mi confermò ch’egli m’aveva parlato dell’operazione solo per poter dire una parola di speranza. Ma io giuocai in modo indegno con la vita di mia madre. Il mio rimorso è aumentato dal fatto che io per riuscire meglio nel mio intento di indurla a provare l’Annina, l’ingannai. Non le dissi cioè della crisi violenta da cui io ero stato colto la sera. Forse essa ne sarebbe stata spaventata e avrebbe rifiutato il mio farmaco. Le feci l’iniezione con mano sicura. Potei osservare in mia madre l’effetto dell’Annina anche prima che la dose iniettatale fosse stata interamente assorbita. Il tratto più saliente nella sua povera faccia era stato costituito fin qui dall’irrequietezza dell’occhio. Quell’occhio divenuto tanto mite aveva fissato Clementi e poi me inquieto e supplice. Essa si acquietò subito in un’immobilità che sembrava volesse preludere al sonno. Mentre essa s’acquietava io m’agitavo sempre più. Per quanto avessi attenuata la dose d’Annina essa poteva produrre una crisi. Se questa avesse assunte delle forme violente, essa avrebbe preceduto di poco la morte e la mia esperienza sarebbe stata finita. Mi batteva il cuore! Ma non ancora per mia madre. Qui la mia esposizione diviene anche più monca che non sia stata finora. Il caso volle che quando nell’organismo di mia madre l’effetto dell’Annina fu evidente, il mio organismo se ne liberò del tutto e con la stessa valenza con cui io vi era soggiaciuto. Fui preso dagli stessi sintomi: Un’agitazione che mi toglieva il respiro e nell’orecchio degli scoppii che parevano dovessero infrangermi il timpano. Dovetti abbandonare mia madre temendo di perdere i sensi. Uscii sulle punte dei piedi. Prima di chiudere l’uscio dietro di me potei accertarmi che mia madre non s’era accorta ch’io m’ero mosso. Corsi al mio letto. La mia agitazione arrivò a un punto che sono convinto si avrebbe potuto assaltarmi, uccidermi e non mi sarei ribellato. Tanto ero intento a studiare la cosa importante che in me avveniva. Ma non perdetti i sensi. Sentii di traspirare come dopo un bagno caldo e l’agitazione perdette un po’ della sua violenza. Subito dopo mi sentii pervaso da un dolce tepore e godetti di un benessere intenso, inaspettato. Fin qui non avevo mai detto a me stesso che lo stato in cui m’aveva gettato l’Annina equivalesse ad una malattia. Ora lo capivo dal fatto che io entravo in una convalescenza rapida quasi violenta. Sentivo nella mia testa un’azione forte, riparatrice che io pensai dovesse somigliare al processo di epurazione che succede a forme leggere di emorragia cerebrale. Così, dunque, io avevo iniettata a mia madre una nuova malattia? Ricordai mia madre e la sua fine vicina e l’Annina fu per un istante dimenticata. Mi misi a piangere e singhiozzare come un bambino; l’improvviso dolore fu tale che lo sfogo di lagrime e singhiozzi non fu sufficiente e mi dimenai su quel letto come un ossesso. Mi fermai in seguito ad un vivo dolore al pollice della mano destra. Era causato dalla ferita che m’ero fatto la sera innanzi con le schegge del termometro spezzato. Andai alla finestra per veder meglio e capire come una tale piccola ferita potesse dolere tanto intensamente. Osservai subito che per essere stata fatta la sera innanzi, la ferita era arrossata pochissimo. Trovai ancora confitta in essa una piccola scheggia di vetro che levai. Potei verificare che dal momento in cui m’aveva doluto, doveva essere successa una metamorfosi nella ferita. Questa metamorfosi continuava ancora sotto i miei occhi. Era evidente! Fino a poco prima la ferita aveva avuto l’aspetto come se inferta ad un cadavere ed ora – passato l’effetti dell’Annina – incominciava la sua reazione dolente e salutare. S’infiammava e le sue piccole labbra si gonfiavano. Ne fui schiacciato! Guardai intorno a me non so se in cerca di un soccorso o di un’arme per uccidermi. Non c’era mai stata speranza che la ferita di mia madre guarisse, ma l’Annina aveva esclusa anche quella piccola possibilità – sia pure un miracolo – che ogni medico ammette per quanto la scienza lo escluda. Quell’eccesso di vita ch’io volevo eliminare si dimostrava tutt’ad un tratto utile, necessario. Veniva bensì sprecato finché non c’era bisogno di un’opera straordinaria di riparazione ma quando di quest’opera v’era necessità, allora non minacciava che un pericolo: che quell’eccesso di vita si dimostrasse insufficiente. Piansi come un bambino, piansi per la mia scoperta e per mia madre. Ritornai a mia madre dopo di essermi ricomposto quanto potevo. Ero lievemente stordito come un ubriaco anzi come uno che fosse stato avvelenato dall’alcole Menghi. Il mio cervello era molto meno lucido che non quando avevo subito l’intero effetto dell’alcole Menghi; tant’è vero che quando trovai mia madre sempre pallida ma tranquilla, in un riposo assoluto, rinacqui alla speranza. E pensai: la reazione di eccesso di vita ch’è ora in me e che deve verificarsi necessariamente anche in essa, non potrebbe per avventura riuscirle benefica? Non v’era traccia di sofferenza nella sua faccia. Mi sedetti accanto al suo letto, presi una sua mano nelle mie e lungamente la baciai. Con un piccolo movimento brusco e sdegnoso mia madre sottrasse la sua mano ai miei baci: “mi secchi!” disse brevemente con un filo di voce. Trasalii ferito. Provai un avvilimento e un dolore che mi fecero gemere. E se fosse morta prima di poter liberarsi dal mio veleno e senza lasciarmi un’ultima parola dolce? Oh! non volevo lasciarla partire così e nello stato di semi ebrietà in cui mi trovavo, credetti di poter vincere la sua indifferenza inondandole la faccia di baci e di lagrime. In risposta essa non ebbe che dei segni di fastidio. Da ultimo, per quanto debole fosse la sua voce, le bastò per manifestare una minaccia. Cessai temendo una violenza che l’avrebbe uccisa subito. Le restai accanto fino alla sera. Il suo torpore non cessò mai. Apriva lentamente di tempo in tempo gli occhi, guardava nel vuoto o qualche canto della stanza e li rinchiudeva. Non pareva soffrisse. Solo una volta nella giornata si lamentò e sospirò: “oh! mio Dio!”. “Ti senti male, mamma?” Mi disse di no con un lieve cenno del capo. Ne fui accorato. E se l’Annina nello stato in cui si trovava le avesse date delle sofferenze? Gia dissi “se anche ti arreca qualche disturbo, di qui a poche ore ne sarai libera. Io ebbi una lieve crisi. Lieve, lieve” ripetei temendo d’averla spaventata. “E poi devi pensare mamma ch’io ho preso una dose tre volte più forte di quella data a te.” Essa non mi stava a sentire. “Mi duole questo freddo che ho qui!” disse accennando alla vescica di ghiaccio sul suo petto. Se essa m’avesse detto ciò quando le avevo praticata l’iniezione di Annina, senz’esitazione avrei allontanato quel ghiaccio perché il mio siero vi suppliva ad esuberanza. Ma ora che l’effetto dell’Annina stava per passare sarebbe stata un’imprudenza somma. La pregai di sopportare quel freddo almeno finché non fosse venuto il dottor Clementi. Essa non rispose e attendemmo in silenzio. Quale pomeriggio fu quello! Lo passai interamente a studiare la sua faccia. Ogni suo movimento mi terrorizzava. Una volta ch’essa alzò una mano per portarla alla guancia ebbi uno spavento che mi morsi le labbra a sangue per non gridare. Il dottor Clementi venne e andò. Essa non gli rivolse la parola. Non reagì neppure allorché egli ordinò di continuare gl’impacchi freddi. Io l’accompagnai alla porta. Congedandosi mi disse: “quella prostrazione mi dispiace. Se non ci fosse quella andrei via più tranquillo. Il polso è sorprendentemente lento e non si può dire neppure specialmente debole”. Ritornai a mia madre con una speranza nuova nel cuore. Risultava dalle parole stesse del dottore che la vita di mia madre si sarebbe prolungata almeno per giorni. Non le prodigai altre carezze e decisi di attendere. Mi sedetti su un sofà lontano dal letto. Vinto dalla stanchezza mi vi sdraiai. Poi il sonno mi prese imperioso e dopo breve lotta durante la quale tesi l’orecchio per sentire il respiro di mia madre, mi vi abbandonai con voluttà ritrovando subito il massimo riposo che l’uomo conosca e che l’Annina la notte precedente m’aveva conteso. Due o tre ore dopo, riposato interamente ritornai in me. Balzai in piedi spaventato di aver lasciata sola mamma. Non sentendo subito il suo respiro temetti di trovarla morta. Portai la candela al suo letto. Allibii. Essa era seduta sebbene riversa sul guanciale. Accostai la candela alla sua faccia. Questa non era più tanto pallida e mi parve anzi rosea. Ciò che mi spaventò anche di più fu di veder errare sulle sue labbra un sorriso che in quel momento mi parve da pazza. Aperse gli occhi e vedendomi mi prese la mano con un gesto vivace che avrebbe spaventato anche Clementi, “Ah! sei tu!” esclamò con gioia e certo con voce meno fievole di prima. “Sei tu! Oh! come sono lieta di arrivare ancora a parlarti; non lo speravo più.” Io ricordo esattamente ogni singola parola ch’essa mi disse. Essa parlò ininterrottamente per lungo tempo ripetendo sempre con nuove parole la stessa cosa come se avesse temuto ch’io avrei potuto dimenticarla. Disse: “come hai potuto immaginare una cosa tanto orribile? M’hai sepolta viva, tu! Una volta hai detto che quell’orribile cosa cristallizzava il corpo umano... io volevo, io volevo muovermi, gridare, e non potevo e tutto era morto in me fuori che il desiderio di vivere, gridare, movermi... sepolta viva... e ti vedevo e soffrivo che tu vivessi. Baciami ora! Fammi sentire anche il calore dell’affetto.. tutto calore, tutta vita anche se sto morendo... oh! baciami e piangi ,pure con me. Tu hai pensato di fare il bene di tutti e invece la tua invenzione non è altro che un nuovo flagello. Oh! poverino! Come potrai ora consolarti di perdere nello stesso tempo e tua madre e il tuo grande lavoro? Ma lo devi! Giurami che mai più metterai in un corpo umano una simile cosa... e neppure nel corpo di un povero animale creato dal Signore! Giuralo!”. Io giurai! Poi piangemmo lungamente insieme. Parevano lagrime di consolazione mentre essa moriva. Perché ripetere le sconnesse parole della povera moribonda quando io meglio che ogni altro so tradurle in parole più lucide e coscienti perché ne compresi tutto il senso e indovinai per l’analogia con quelle provate da me le sensazioni da cui erano uscite? La povera donna non animata dalla forza di volere che m’aveva diretto nella prova su me stesso, non aveva potuto trovare la vita neppure nella contemplazione di singoli oggetti. Nel suo povero corpo l’Annina aveva trionfato del tutto. Il solo cervello aveva continuato a lavorare ma solo per darle la conoscienza della sua mancanza di vita. Essa cessò di parlare e di bearsi della riacquistata libertà, soltanto per morire. L’eccesso di vita prodotto dalla reazione dell’Annina era stato troppo violento per il suo cuore già ferito. E debbo dire ancora una parola. Fu anzi per poter pubblicare questa parola ch’io scrissi questa memoria. Non è solo per il giuramento fatto a mia madre ch’io lascio seppellire con me la mia scoperta. Come posso io consegnare ai nostri contemporanei un simile filtro? Ma pensate! Ne bastarono poche gocce per fare di me un delinquente! Quando sento i psichiatri disperarsi per non saper riscontrare nei delinquenti un sintomo specifico comune, io sorrido! Non hanno gl’istrumenti per riscontrarlo! Eppure il carattere del delinquente da me verificato nell’ordine fisico è confermato dall’aspetto morale del delinquente. Non vedete ch’esso ha una vita ristretta, piccola, che non passa la sua propria epidermide mentre l’altruista ha tanta esuberanza di vitalità da poterne far dono generoso, a tutto il mondo. Non tutti i delinquenti tradiscono la loro miseria, ma osservate, osservate e troverete che in tutti esiste un’attenuazione di vita. Restiamo perciò mortali e buoni. Ho distrutto l’Annina e l’umanità può essermene riconoscente, Accetterei persino di somigliare al dottor Clementi piuttosto che di calmarmi in una deficienza di vita.” “Grazie!” disse il presidente dottor Clementi che aveva finito di leggere. “E pensare ch’io sono stato l’amico di quell’uomo a tale punto che a forza di simulazione arrivai a celargli la vera natura del suo insuccesso con l’alcole Menghi. Debbo però dirvi prima che son io quell’avversario cui egli allude e che avrebbe creata la famosa teoria dell’abbreviazione dell’esistenza mentre io subito compresi che quel siero non aveva altra efficacia che quella dell’etere in cui era disciolto. Non mi vanto di tale bontà ch’è spiegabile col fatto ch’io ero medico di casa del dottor Menghi e che costui era uno di quelli che bisogna secondare.” “Ah!” “A proposito! Capisco ora perché ci siano tante insolenze al mio indirizzo in questa memoria: anni or sono pubblicai uno studio: lo scienziato paranoico e il dottor Menghi credette di ravvisarsi nel mio soggetto. Negai ma egli evidentemente non me la perdonò più.” “Ma la memoria?” domandò un medico vedendo che il dottor Clementi non sapeva dimenticare la propria personcina offesa. “La memoria?” ribatté il presidente. “Volete davvero che se ne parli?” “No! No!” urlarono tutti. “Di tutta la memoria non m’interessa che un punto solo” continuò il dottor Clementi. “Visto che il dottor Menghi non era un mentitore, vorrei sapere per quale causa sia crepato quel povero cane cui era stata iniettaia l’Annina nella sua forma più pura.” “Sarà stato un accidente!” urlò un giovine medico. “Non scherziamo!” disse gravemente il dottor Clementi al quale gli scherzi altrui non piacevano. “Si può fare un’ipotesi. Forse il dottor Menghi ha impiegato per la confezione del suo siero l’albumina di qualche animale dal sangue freddo; quest’albumina ha un immediato effetto letale se iniettata nel sangue di un mammifero. Se poi non fosse così, bisognerebbe pensare che nella sua nervosità per tener fermo il cane, il dottor Menghi senz’accorgersene l’abbia strangolato.” Tutti risero e il vecchio signore ringiovanito dall’applauso abbandonò la cattedra col suo passo piccolo e rapido.
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