QUINTA VEGLIA

2773 Parole
QUINTA VEGLIA La moglie del consigliere Anselmo. Cicerone, De officiis. Cercopitechi e altra marmaglia. La vecchia Luisa. L’equinozio. «Anselmo non si sa proprio da che parte prenderlo», disse il vicepreside Paulmann. «Tutti i miei insegnamenti, tutti i miei moniti sono vani. Non vuole applicarsi, benché abbia fatto i migliori studi che pur sono la base di tutto». L’attuario Heerbrand replicò con un sorriso arguto e misterioso: «Caro preside, dia tempo e spazio ad Anselmo! È un soggetto curioso, ma promette molto, e quando dico molto voglio dire un vero segretario o magari un consigliere d’un certo calibro». «Calib…», cominciò il vicepreside col massimo stupore, ma la parola gli rimase in gola. «Zitto, zitto!» continuò Heerbrand. «So quel che so. Da due giorni, ormai, è dall’archivista Lindhorst a copiare e ieri sera, al caffè, l’archivista stesso mi ha detto: “Mi ha raccomandato un uomo di valore. Quello diventerà qualcuno!” E ora pensi un po’ alle conoscenze che ha l’archivista… Ne riparleremo tra un anno». L’attuario, continuando a sorridere con furbizia, uscì, e lasciò là di stucco il buon Paulmann, del tutto stupefatto e curioso. Quel dialogo, però, aveva fatto una particolare impressione a Veronica. «L’ho sempre detto io», pensò, «che il signor Anselmo è un giovane intelligente, amabile, e che diventerà qualcuno di grande. Sapessi almeno se mi vuol bene davvero: ma, quella sera, quando eravamo in barca sull’Elba, non mi ha forse stretto la mano due volte? E, durante il duetto, non mi ha forse lanciato occhiate che arrivavano al cuore? Sì, mi vuol proprio bene… E io…». Veronica, come fanno le ragazze, si abbandonò ai bei sogni di un sereno avvenire. Era già la moglie del consigliere supremo, abitava in un bell’appartamento nella via del Castello o nel Mercato nuovo… Un cappello moderno, il nuovo scialle turco le stavano a pennello… in vestaglia elegante prendeva il caffè sul balcone, impartendo alla cuoca gli ordini per la giornata. «Ma non mi guasti la pietanza, è il piatto preferito del consigliere!» Elegantoni a passeggio si voltavano in su e lei udiva chiaramente: «È una donna meravigliosa, la moglie del consigliere, come le sta bene quella cuffietta di pizzo!» La signora Ypsilon mandava il servitore a chiedere se la signora del consigliere voleva avere la compiacenza di recarsi quel giorno ai Bagni di Link. «I miei rispetti, ma mi dispiace immensamente, sono già impegnata al tè della presidentessa Tizia». Ed ecco arrivare il consigliere Anselmo, uscito assai presto per affari, vestito all’ultima moda. «Perbacco sono già le dieci», esclama guardando l’orologio d’oro e dando un bacio alla mogliettina. «Come stai, amore, sai che cosa ti ho portato?» dice con galanteria e cava dal taschino del panciotto un paio di orecchini stupendi legati nello stile di moda. Lei se li mette al posto di quelli comuni. «Che begli orecchini, veramente graziosi!» esclama a voce alta, alzandosi dalla sedia e buttando via il lavoro per andarsi a guardare nello specchio. «Che storie sono queste?» domanda Paulmann che, immerso nel De officiis di Cicerone, si è lasciato sfuggire di mano il libro. «Abbiamo gli attacchi come Anselmo?» In quel momento, lo stesso Anselmo, che contrariamente al solito, non si era fatto vedere per alcuni giorni, entrò con grande spavento e stupore di Veronica, perché effettivamente era tutto mutato. Con una certa risolutezza che non era affatto solita in lui, cominciò a parlare di nuove tendenze nella sua vita, delle magnifiche prospettive che gli si offrivano, mentre qualcuno non avrebbe voluto saperne. E il preside, ricordando le misteriose parole dell’attuario, rimase ancora più colpito e del tutto senza parole quando lo studente, dopo aver accennato al lavoro urgente presso l’archivista Lindhorst e aver baciato elegantemente la mano a Veronica, era già sceso dalle scale e partito. «È già un consigliere supremo all’improvviso!» mormorò Veronica tra sé. «Mi ha baciato la mano senza scivolare o pestarmi i piedi come al solito! Mi ha lanciato un’occhiata molto tenera… mi vuol bene davvero!» E, di nuovo, si abbandonò ai suoi sogni. Sennonché, una figura ostile si mischiava nelle piacevoli scene della sua futura vita domestica in quanto moglie del consigliere supremo, e la figura rideva beffarda dicendo: «Sì, sono tutte sciocchezze volgari e per giunta menzogne, perché Anselmo non diventerà mai consigliere, né tuo marito, tanto è vero che non ti vuole affatto bene nonostante i tuoi occhi azzurri, la tua figura snella e le tue belle mani». Detto ciò, Veronica sentì il gelo correrle nelle vene, mentre un grande spavento annullava la tranquillità nella quale si era trovata un momento prima con la cuffietta di pizzo in testa e gli orecchini eleganti. Stava per scoppiare in pianto e disse ad alta voce: «È vero, è vero, non mi ama e non sarò mai la moglie di un consigliere supremo!» «Roba da romanzo, romanticherie!» esclamò il vicepreside e, preso il cappello e il bastone, se ne andò infuriato. «Ci mancava anche questa!» sospirò Veronica pigliandosela con la sorella dodicenne che, impassibile, aveva continuato a ricamare al telaio. Intanto, erano quasi le tre, era ora di sparecchiare e di preparare il caffè, perché le signorine Oster avevano annunciato la loro visita. Ma, dietro a ogni mobiletto che Veronica spostava, dietro ai fascicoli di musica che toglieva dal pianoforte, dietro a ogni tazzina e al bricco del caffè che toglieva dall’armadio, quella figura balzava come un piccolo mostro con la sua risata ironica, faceva schioccare le sottili dita da ragno e gridava: «Eppure non sarà tuo marito, non l’avrai per marito!» Veronica, allora, piantò ogni cosa, e si ritirò nel mezzo della stanza, ma quella sbucò enorme da dietro alla stufa, ringhiando e borbottando: «Eppure non sarà tuo marito!» «Non senti nulla, sorella, non vedi nulla?» domandò Veronica che, fra timore e tremore, non osava toccare nessun oggetto. Franceschina si alzò dal telaio seria e tranquilla dicendo: «Ma che cosa hai oggi, sorella mia? Fai una grande confusione, sbatti di qua e di là, bisogna proprio che ti aiuti!» In quel momento, però, entrarono le ragazze con grandi risate, e Veronica si accorse che aveva preso il frontone della stufa per un personaggio e il cigolio dello sportello della stufa chiuso male per quelle parole ostili. Presa da un grande orrore non riuscì perciò a riaversi subito, sicché le amiche ebbero modo di scorgere la sua insolita eccitazione che il pallore e il viso stravolto tradivano. Interrompendo bruscamente gli aneddoti allegri che stavano per raccontare, le amiche vollero sapere che cosa le fosse accaduto, e Veronica dovette confessare che si era abbandonata a idee strane e a un tratto, in pieno giorno, era stata vittima di una paura che normalmente non provava. E raccontò come da tutti gli angoli della stanza un ometto grigio l’avesse beffata, lo raccontò così vivacemente che le signorine si guardarono intorno con timore e quasi con un senso di raccapriccio. Ma, in quel momento, entrò Franceschina col caffè fumante, e tutte e tre, riprendendosi rapidamente, risero della loro stoltezza. Angelica (così si chiamava la maggiore delle Oster) era promessa a un ufficiale dell’esercito, del quale mancavano notizie da tanto tempo al punto che si era potuto pensare alla morte sul campo o almeno a una grave ferita. Angelica era rimasta costernata, ma ora appariva di un’allegria smodata, che fece stupire la stessa Veronica, la quale glielo disse anche molto schiettamente. «Mia cara», rispose Angelica, «credi forse che io non abbia sempre il mio Vittorio nel cuore e nella mente? Ma appunto per questo sono così serena, Dio mio, così felice e beata. Vittorio, infatti, sta bene e tra poco lo vedrò col grado di capitano di cavalleria, e avrà le onorificenze che si è conquistate col suo immenso valore. Una ferita grave, ma non pericolosa al braccio destro, in seguito al colpo di sciabola di un ussaro nemico, gli impedisce di scrivere, e i rapidi spostamenti, dato che non vuole lasciare il suo reggimento, gli tolgono per ora ogni possibilità di mandarmi notizie, ma questa sera riceverà l’ordine preciso di badare anzitutto a guarire. Partirà domani per venire qua e nel momento di montare in carrozza saprà della sua nomina a capitano». «Ma, cara Angelica», domandò Veronica, «come fai a saper tutto già ora?» «Non ridere di me, cara amica», proseguì Angelica. «So che non lo farai, poiché per punizione l’omino grigio potrebbe far capolino dallo specchio. Insomma, non so rinunciare a credere a certe cose misteriose che sono avvenute nella mia vita non poche volte visibilmente e direi quasi in modo da poterle toccare con mano. Ora, non mi pare affatto portentoso o incredibile come pare a tanti altri che ci possano essere persone capaci di visioni e profezie e in grado di attuarle con mezzi infallibili. C’è qui, in paese, una vecchia che possiede questo dono in misura particolare. Non fa profezie, come altre della sua risma, con le carte, col piombo fuso o coi fondi del caffè, ma dopo preparativi ai quali partecipa chi la interroga, si vede comparire in un lucido specchio metallico un gruppo di figure diverse e di personaggi che lei interpreta ricavando la risposta alla domanda che le viene rivolta. Ieri sera sono stata da lei e ho ricevuto quelle notizie intorno al mio Vittorio, e senza alcun dubbio le considero vere». Il racconto di Angelica gettò una scintilla nella mente di Veronica e vi accese l’idea di andare a interrogare la vecchia sul conto di Anselmo e delle proprie speranze. Apprese che la vecchia si chiamava Rauer, abitava in una via remota presso la Porta del Lago, la si trovava in casa soltanto il martedì, mercoledì e venerdì dopo le sette di sera, ma per tutta la notte, fino all’alba, e preferiva ricevere persone sole. Era appunto mercoledì e, col pretesto di accompagnare a casa le Oster, Veronica decise di andare dalla vecchia. E lo fece davvero. Aveva appena preso commiato dalle amiche sul ponte dell’Elba, allorché si recò con le ali ai piedi davanti alla Porta del Lago, e si trovò nel vicolo remoto già descritto, in fondo al quale vide la casetta rossa dove abitava la Rauer. Quando si trovò davanti alla porta di casa, provò effettivamente un senso di paura e fu scossa da un tremito. Poi, si fece forza, nonostante la riluttanza interiore, e tirò il cordone del campanello. La porta si aprì e lei cercò nel corridoio buio la scala che portava al piano di sopra, come le aveva spiegato Angelica. «Abita qui la signora Rauer?» domandò nel vestibolo deserto, poiché nessuno si era fatto vedere. Per tutta risposta, udì un gnao lungo e distinto, mentre un grande gatto nero, facendo la gobba e agitando la coda intorno a lei, la accompagnava fino alla porta di una stanza che a un secondo gnao si aprì. «Oh, figlioletta, sei già qui? Vieni, vieni, entra!» Così disse la persona che si era affacciata. A quella vista, Veronica allibì. Era una donna lunga, magra, avvolta in stracci neri. Mentre parlava, il mento aguzzo e sporgente tentennava, la bocca sdentata si torceva all’ombra del naso ossuto e aquilino, in un sorriso ghignante, e dai grandi occhiali trasparivano occhi da gatto che mandavano lampi. Dal panno variopinto che portava intorno alla testa, le uscivano i capelli come setole nere, ma l’orrore del viso ributtante era completato da due bruciature che dalla guancia sinistra arrivavano oltre il naso. Veronica si sentì mancare il fiato, e un grido che doveva darle sollievo si ridusse a un profondo sospiro quando la mano ossuta della strega la prese e la tirò nella stanza. Là dentro tutto si moveva ed agitava, era un confuso miagolio, un gracchiare e pigolare che avrebbe fatto inorridire chiunque. La vecchia batté il pugno sulla tavola e gridò: «Silenzio, marmaglia!» I cercopitechi, allora, si arrampicarono guaiolando sul baldacchino del letto, i porcellini d’India corsero sotto la stufa, il corvo svolazzò sullo specchio rotondo e soltanto il gatto nero, come se quelle parole non lo riguardassero, rimase tranquillo sulla poltrona, sulla quale si era seduto appena entrato. Il silenzio tranquillizzò Veronica. Non aveva più paura come là fuori nel vestibolo, e perfino la donna le sembrava meno orrenda. Perciò, soltanto ora si guardò intorno: dal soffitto pendevano brutti animali impagliati, sul pavimento erano sparpagliati oggetti sconosciuti, e nel caminetto ardeva un fuocherello azzurro che solo di quando in quando scoppiettava, mandando faville gialle; allora, però, si udiva dall’alto un fruscio, e schifosi pipistrelli, col ghigno di facce umane; volavano di qua e di là; talvolta la fiamma si alzava lingueggiando sul muro fuligginoso, e allora si sentivano grida di dolore laceranti che riempivano di orrore e spavento il cuore della ragazza. «Con permesso, signorina», disse la vecchia sorridendo e preso un gran ciuffo di penne, lo tuffò in una caldaia di rame e asperse il caminetto. Il fuoco si spense e, come avvolta in una densa fumata, la stanza fu immersa nelle tenebre; ma poco dopo, la vecchia, che era andata in una cameretta, ritornò con un lume acceso, e Veronica non vide più nulla di quegli animali e di quegli strani oggetti, ma soltanto una camera comune ammobiliata poveramente. La vecchia si avvicinò e disse con voce stridula: «So che cosa vuoi da me, figlia mia. Scommetto che vorresti sapere se sposerai Anselmo quando sarà diventato consigliere supremo». La ragazza impietrì dallo spavento e dalla meraviglia, ma la vecchia continuò: «Hai già detto tutto in casa di tuo padre davanti al bricco del caffè: quel bricco ero io. Non mi hai riconosciuta? Ascolta, figliola, abbandona Anselmo, è un individuo cattivo, ha preso a pedate in faccia le mie figliolette, le mie care figliole tenerine dalle guance rosse che, quando qualcuna le compera, gli scappano dalle tasche e tornano nel mio paniere. Lui sta dalla parte del vecchio e l’altro ieri mi ha versato sulla faccia quel dannato arsenico che quasi mi accecava. Vedi: ho ancora il segno delle scottature. Lascialo perdere! Non ti ama perché ama una serpe verde-oro, e non sarà mai consigliere, perché si è impiegato presso le salamandre e intende sposare la serpe verde. Lascialo, abbandonalo!» Veronica, che in realtà aveva un carattere forte e saldo e sapeva facilmente superare le paure puerili, si ritrasse di un passo e disse risolutamente: «Vecchia, ho sentito parlare del vostro dono di vedere il futuro, perciò forse, con troppa fretta e curiosità, desideravo sapere da voi se Anselmo che amo e stimo moltissimo potrà un giorno essere mio. Se, invece di soddisfare un mio desiderio, volete prendermi in giro con le vostre chiacchiere sciocche e assurde, agite male, perché io volevo soltanto ciò che ad altri concedete. Siccome, a quanto pare, sapete i miei più intimi pensieri, vi sarebbe stato facile rivelarmi cose che ora mi tormentano e angosciano, ma dopo le vostre stupide calunnie contro il buon Anselmo, non voglio saper altro da voi. Buona notte!» Veronica stava per uscire in tutta fretta, ma la vecchia si buttò in ginocchio piangendo e gemendo e prese la ragazza per un lembo del vestito: «Piccola Veronica, non conosci più la vecchia Luisa che tante volte ti ha portato in braccio e curato e accarezzato?» Veronica non credeva ai propri occhi: riconobbe infatti, sia pure sfigurata dalla vecchiaia e soprattutto dalle scottature, la sua antica governante, che parecchi anni prima era scomparsa dalla casa del vicepreside Paulmann. D’altra parte, la vecchia aveva un altro aspetto, invece del brutto panno multicolore portava una cuffia decente e invece degli stracci neri una comune giacchetta a fiorami. Si alzò, e stringendo Veronica fra le braccia, continuò: «Tutto quanto ti ho detto ti sembrerà forse pazzesco, ma purtroppo è così. Anselmo mi ha fatto un gran male, ma certo senza volere: è caduto nelle mani dell’archivista Lindhorst che gli vuol dare in moglie sua figlia. È il mio peggiore nemico, quell’archivista, e di lui ti potrei dire molte cose, ma non le capiresti o non faresti che spaventarti. È un uomo saggio, ma io sono una donna saggia. Lasciamo stare! Ora vedo benissimo che vuoi molto bene ad Anselmo e ti voglio assistere con tutte le mie forze perché tu sia felice e possa sposarti come desideri». «Ma per amor del cielo, Luisa, ditemi…» intervenne Veronica. «Zitta, figliola, zitta!» la interruppe la vecchia «so che cosa vuoi dire, sono diventata quella che sono perché ho dovuto, non potevo fare altrimenti; dunque, so il mezzo per guarire Anselmo dallo stolto amore per la serpe verde e per portarlo fra le tue braccia, quando sarà un amabilissimo consigliere supremo. Ma tu mi devi aiutare!» «Parla chiaro, Luisa! Sono disposta a tutto, perché amo Anselmo immensamente», bisbigliò Veronica. «Ti conosco», proseguì la vecchia, «so che sei una ragazza coraggiosa, invano volevo farti dormire col babau, perché proprio allora spalancavi gli occhi per vederlo; senza lume, eri capace di andare nell’ultima stanza e spaventavi i bimbi del vicinato indossando l’accappatoio di tuo padre. Vediamo dunque: se fai sul serio e con la mia arte vuoi sconfiggere l’archivista e la serpe verde, se veramente vuoi avere per marito il consigliere Anselmo, esci di nascosto dalla casa di tuo padre la notte del prossimo equinozio alle undici, e vieni da me. Andremo insieme fino al crocicchio che attraversa la campagna non lontano di qui, prepariamo quanto occorre e spero che sosterrai le meraviglie al loro apparire. E ora, figliola, buona notte, il babbo ti aspetta con la minestra». Veronica si allontanò in fretta, fermamente decisa a non mancare la notte dell’equinozio. «Ha ragione Luisa», pensava, «Anselmo è stretto da strani legami, ma io lo scioglierò e voglio che sia mio per sempre, il consigliere supremo Anselmo».
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