III

1374 Parole
III In anticipo di un paio d’ore per il volo si sedette al bar a fare colazione e leggere il giornale. Le notizie non lo entusiasmavano, ma nemmeno lo deprimevano, la politica ristagnava, ad eccezione di qualche querelle; la cronaca riportava fatti sempre più truci che qualche oscuro cronista di provincia ammorbidiva per carità cristiana; le notizie economiche oscillavano nei soliti alti e bassi, la borsa perdeva, quella società stava per fare una fusione, quell’altra era carica di debiti. Decise che le pagine più interessanti erano dedicate allo sport. Stava leggendo con avidità un articolo della squadra del cuore, quando una mano sulla spalla lo fece trasalire. “Hey …” disse Massimo sorridendo. Paolo era senza parole, ma non senza epiteti. Se avesse parlato avrebbe sproloquiato. Voleva fare tutto in gran segreto e invece no. “Scusami, sono ancora assonnato. Siediti”, Massimo aspettava il volo per Zurigo, alla Nivica c’era una riunione straordinaria. “Come mai?”, “Un furto. Non so di preciso, dobbiamo adottare una strategia d’intervento temporanea. Tutti i responsabili commerciali sono stati convocati. E tu?”, “A Baden”, “Cose personali o lavoro?”, “Lavoro. Una faccenda di infedeltà ai danni di un pover’uomo”, “Allora faremo il viaggio insieme”. Ma si, pensò Paolo, poteva essere utile parlare con lui in via informale. In sala d’attesa, Massimo iniziò a parlare di Marco “Tu che ne pensi?”, “Facendo questo mestiere ho imparato che tutto è possibile. E tu?”, “Dopo la cena, io, Mirella ed Alberto ci siamo rivisti a Zurigo. Per noi la conclusione è una sola, lo ha incastrato qualcuno che lo conosceva, che sapeva come attirarlo in trappola. Qualcuno di qui, e non di là…”. Paolo rimase in silenzio a riflettere sull’ultima affermazione di Massimo “Qualcuno di qui”; mentre lui pensava di andare a Belem per scoprire qualcosa, un rappresentante farmaceutico sosteneva che il colpevole doveva essere vicino a casa. “Non lo so” disse Paolo “Io avrei optato per qualcuno di là. Perché voi siete arrivati a questa conclusione?”, “Perché, molta gente di qua, si sposta sovente là…”, “Cioé?”, Massimo abbassò la voce “Marco non era l’unico a gravitare su Belem, c’erano almeno un altro paio di persone: Alberto e Luca. Non lo sapevi?”, “Non so quasi nulla…”, rispose Paolo, cercando di mostrare indifferenza, benché la notizia lo avesse sorpreso, “Tu come sai tutte queste cose?”. Massimo aveva mantenuto dei contatti “Sporadici, giusto per non perdersi del tutto. Un po’ ipocriti come dice Luca”. Loro tre lavoravano nella stessa azienda, ma si incontravano solo per lavoro. Bella questa. Massimo era stato la causa del suo più grande dolore. Già, una triste domenica di quindici anni prima aveva portato all’altare il suo grande amore. Giuliana. Con il passar del tempo, l’aveva destinata ad una vita di solitudine e rassegnazione in un angolo di mondo agreste. Lo aveva capito la sera della cena, guardando il viso di lei, inanimato, ma non appassito. Avevano chiuso, perché i genitori di lei non lo vedevano di buon occhio. Tutto senza drammi. Lui partì militare. Lei si fidanzò con Massimo e dopo due anni si sposarono. Casalinga e senza figli. La pittura era la passione che le aveva permesso di riempirsi la vita. Della ragazza passionale e piena di vita non rimaneva neppure una pallida ombra. Per molto tempo aveva provato rancore nei confronti di Massimo. Anche la sera della cena. Quel giorno no. Nessun fastidio, solo una sottile malinconia. Paolo gli chiese di cenare insieme e l’altro scrisse nome e indirizzo dell’ hotel, prima di allontanarsi in taxi. Passarono due vetture e Paolo salì su una station wagon. Guardava fuori dal finestrino. Ordinata e austera come un’istitutrice, quella città gli dava un vago senso di oppressione. Il taxi entrò nella zona elegante e l’auto si fermò davanti al sontuoso ingresso dell’hotel che la segretaria aveva prenotato. Alla reception, Paolo si fece dare la stanza ed una piantina della città. Nell’immensa hall, marmi bianchi e neri erano attraversati da passerelle color grigio chiaro. Colonne rivestite di marmo bianco erano puntellate da posacenere a stelo in cristallo. La porta automatica dell’ascensore si spalancò davanti a Paolo riversando un gruppo che dall’accento poteva essere di polacchi, rigorosamente vestiti di scuro con le cravatte che spiccavano sulle camicie bianche e sul taschino della giacca il cartellino “Gast”; scese anche una signora avanti negli anni, raffinata e sobria, accompagnata da una donna sulla cinquantina, probabilmente la dama di compagnia; l’ultimo ad uscire fu un giovanotto di bell’aspetto, i cui modi lasciavano immaginare la professione, uno gigolò che doveva aver fatto visita a qualche signora annoiata. Salì al terzo piano. Si avviò nel lungo corridoio, con la passerella grigio scuro, leggendo i numeri sulle porte raggiunse la sua stanza. Il piccolo ingresso si apriva su una stanza enorme. Dal piccolo terrazzino guardò il cielo color latte di un giorno freddo e grigio. Chiamò Zimmer. Nel pomeriggio, si incontrarono a Baden, in un Kafé. Paolo spiegò ciò di cui aveva bisogno, e sottolineò la necessità di agire in incognito “Sono contento che non metta a parte i suoi amici. Domattina le consegnerò i tesserini con il nome con cui lavorerà per noi”. Paolo cenò in una trattoria che aveva visto durante la giornata, discreta, semplice, dove non avrebbe incontrato nessuno che conosceva. La conduzione era familiare e parlavano solo tedesco. Ordinò a caso, indicando i piatti che lo ispiravano. Dopo circa mezz’ora, sulla tavola, ricoperta da una tovaglia a quadri bianchi e rossi, apparvero una grande bistecca, wurstel arrostiti in salsa piccante, patate gratinate e pane nero, con una spumeggiante bionda da un litro. Per finire, arrivò un bello strudel. Paolo sentì un senso di nausea, cercò di rimandarlo indietro, ma gli occhi attenti del donnone dalla faccia rubiconda gli fecero cambiare idea. Lei domandò “Café?”. Ne arrivò mezzo litro. Finì quella interminabile cena, pagò il conto e se ne andò. Passeggiava, per smaltire la cena. Doveva costruire il suo personaggio. Un nome. Una casa. Doveva concentrarsi, ma non ci riusciva. Aveva nausea e mal di testa. “Bel coglione! Invece di concentrarmi sul lavoro, mangio a crepapelle ed ora sto male come un cane”. Il trillo del telefono giunse come una cannonata e gli rimbombò nel cranio per almeno cinque minuti. Mentre biascicava un pronto con la lingua impastata, si rese conto che era già mattina. All’altro capo del filo Zimmer dettò un indirizzo e gli dette appuntamento per le dieci. Posò il ricevitore e si guardò intorno, testa pesante, occhi incollati e nausea pazzesca. Con fatica si alzò. Nemmeno la doccia lo aiutò a riprendersi. Dopo un caffè veloce uscì, sperando che l’aria fresca del mattino lo scuotesse. Dopo aver attraversato a piedi due quartieri, iniziò a riprendere contatto con il mondo. Poteva chiamarsi Claudio e di cognome…., non gliene veniva in mente uno. Fermo davanti ad una libreria osservava i volumi esposti, quando uno su Galileo Ferraris attirò la sua attenzione. Ecco il cognome. L’età? Si! Poteva tirarsi indietro anche una decina d’anni, quindi, ventotto. Ora, doveva decidere per la sistemazione. Girò per i quartieri, e poi si diresse sulle rive del Limmat. C’era un bel palazzo e vicino una fermata della metropolitana. Era il posto giusto. All’appuntamento con Zimmer riuscì a sembrare molto meglio di quanto in realtà non fosse. Poteva iniziare il “lavoro”, già dal pomeriggio, con il secondo turno. I primi giorni furono difficili. John Smith sembrava non essere esistito. Di lui nessuna traccia. All’indirizzo che aveva lasciato, nessuno lo aveva mai visto, benché avesse affittato la stanza per tre mesi pagati in anticipo. In teoria, viveva ancora lì. Paolo riuscì a farsela mostrare. Senza dubbio da tempo nessuno era entrato. La polvere uniforme lo confermava. Perché affittare un appartamento per tre mesi pagati in anticipo e non servirsene? Per una settimana indagò in più direzioni, seguendo piste, che lo portarono fuori strada in più di un’occasione. Qualcosa scoprì. Tutto era stato giocato nella stanza dei bottoni e questo misterioso John Smith, arrivato dal Sud America, vi ci era ritornato in fretta e furia. Forse, con la scomparsa della formula non c’entrava proprio niente. In tutti i casi lo avrebbe cercato. Chiamò ancora Zimmer che gli disse che il sud America aveva una destinazione precisa, Belem. Quanto aveva scoperto restringeva il campo delle indagini ad un pugno di persone, in cui egli stesso era compreso, oltre a Zolder, Bauer e Selesi. E di nuovo Belem. La frase di Massimo gli tornò in mente, “Qualcuno qui, non là”. Massimo! Doveva parlare con lui il prima possibile. Sarebbe partito in un paio di giorni per il Brasile, sempre sotto mentite spoglie e Zimmer gli avrebbe fornito la motivazione. Ritornò all’appartamento e radunò le sue cose. Nei due giorni successivi doveva incontrare i genitori di Marco e vedere Massimo. Claudio Ferraris partiva da Zurigo. Mentre Paolo Fernet da Torino.
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