IV-1

2007 Parole
IV Alle cinque del mattino un taxi lo portò in aeroporto, benché il volo fosse soltanto alle dieci. Entrò nella toilette, verificò che non ci fosse nessuno, bloccò la porta d’accesso. Tolse le lenti colorate e lavò i capelli. Nel rivedere la sua immagine di sempre, pensò che in versione originale non era niente male, anche se con i capelli biondi e gli occhi azzurri... Ritirò lenti e asciugamano, pulì il lavandino, uscì e si diresse al bar. A Caselle pioveva a dirotto. Ognissanti sarebbe arrivato un paio di giorni dopo. Un altro taxi lo conduceva in agenzia. La segretaria lo accolse con un sorriso, “Vuole il caffè?”, subito dopo lo sommerse di comunicazioni. “Calma signorina. Mi dia tempo” disse Paolo togliendo il soprabito zuppo d’acqua. “Sono arrivate un incredibile numero di telefonate, nessuna urgenza, tutti chiedono un appuntamento…” Paolo la interruppe “Li fisserà tra un mese..”. “Un paio secondo me andrebbero ricevuti prima che lei parta” “Perché?” “Arrivano dal Brasile e dato che lei sta per partire… Uno è un missionario di Manaus ….” la interruppe bruscamente “Nessuna priorità eh? Lasci decidere a me per favore, finisca e mi dia i nomi di quelli che hanno chiamato”, “Il missionario ha assolutamente bisogno di parlare con lei, ma non ha accennato di che si tratta. Il secondo, anzi la seconda è una donna di nome Paula, non ha lasciato il cognome. Mi ha dato il suo numero di cellulare, vuole parlare con lei di un fotografo”, “Chiami entrambe e fissi loro un appuntamento, ma faccia in modo che non si incontrino”, “Perché?”, “Un mio capriccio, va bene? Chi altro ha chiamato”. Gli elencò le chiamate. Potevano aspettare. “C’è altro?” “Durante la sua assenza sono arrivati dei documenti e tre pacchi, strettamente riservati. Ci sono i risultati preliminari delle indagini sulla questione brasiliana. Infine, i De Kren la invitano a cena stasera o domani, aspettano conferma. E’ tutto”. Posò le ricerche sulla vicenda di Marco e rientrò dopo pochi secondi con pacchi e documenti. “Faccio una telefonata, poi, le dirò per la cena con i De Kren. Anzi, no ci penso io. Grazie”. Dopo le telefonate aprì le buste, dalla prima estrasse delle mappe, con relative concessioni e dalla seconda fotocopie di atti stilati in mezzo Brasile. “Dio che casino. E chi ci capisce niente? Ci vorrebbe un esperto di diritto internazionale per decifrare questo rebus”. Paolo chiese alla segretaria di fotocopiare tutto in triplice copia, di mettere ciascun plico in una busta, quindi, portargliele e dare una copia del plico a Stefano. Una copia l’avrebbe tenuta in cassaforte in ufficio, un’altra l’avrebbe data ai De Kren e l’ultima l’avrebbe depositata in banca. Passò ai pacchi, nel primo c’era una serie di rullini, un videotape ed un nastro; il secondo, più voluminoso e pesante era pieno di vecchi giornali; l’ultimo, conteneva un kit completo per trucchi e travestimenti. Chiamò due suoi investigatori, ad uno affidò i giornali, chiedendogli di preparare una sintesi per l’indomani sera ed all’altro di sviluppare i sei rullini. La segretaria aveva fissato gli appuntamenti, la donna nel primo pomeriggio e il missionario verso sera. Si mise a guardare il videotape. Uno scherzo? Una ripresa fissa. Un altopiano e un nastro di strada che strisciava fra dossi di terra e nient’altro. Brasile? Probabile, ma non era detto. Il videotape di un’ora e mezza mostrava una serie di panoramiche. Solo un cartello ripreso a dieci minuti dalla fine, portava scritto Manaus. “D’accordo. Brasile. Manaus, Belem, l’altopiano. Che significa?”. Passò al nastro. L’incisione gracchiava da un sofisticato registratore che riportava anche il più flebile respiro. “Voglio uscirne” diceva la voce concitata di un uomo che parlava benissimo italiano, “Non puoi” rispondeva implacabile una voce fredda come il ghiaccio, “I morti adesso sono tre, io non ce la faccio più. E’ un vortice che non si ferma”. Un terzo uomo, con un italiano stentato e la cadenza latina, diceva “Io rischio più di te. Ma dobbiamo continuare”, “Tu fai in fretta a parlare, non hai da perdere quanto me. Avete ucciso il notaio e l’indio, rapito il fotografo e ammazzato Marco. Non me la sento di continuare…”, “Puoi scegliere… Vivere o suicidarti. Per me è lo stesso. Decidi in fretta. Quanto al fotografo non è stato rapito, ma inviato urgentemente a svolgere il suo lavoro in un paese in guerra dove è stato arrestato. Se ha commesso degli illeciti non è colpa nostra. Marco non lo abbiamo ucciso noi. Ci ha pensato qualcun altro. Beninteso, chiunque sia stato, ci ha fatto un favore. Prima o poi avremmo dovuto comunque farlo. E l’indio, prima ha preso i soldi, poi si è fatto venire gli scrupoli. Esattamente come te” diceva la voce di ghiaccio, “Non possiamo tirarci indietro adesso, ha ragione lu….”. La registrazione si interrompeva bruscamente e non ci fu verso di ricostruire le piste incise per ascoltare il resto. Paolo mise videotape e nastro in una busta che sistemò sopra il plico destinato alla cassetta di sicurezza della banca. Nel frattempo Roberto aveva sviluppato le foto che posò sulla scrivania di Paolo con un sorriso allusivo. Il capo, come i ragazzi lo chiamavano, non capiva “Che?”, “Guarda, guarda le foto, hehehe!”. La prima era dell’altopiano già visto nel videotape, la seconda di un paese dal nome impronunciabile, la terza l’ingresso di un locale, una via di mezzo fra una taverna ed un bordello. Le foto passavano in ordine cronologico dall’esterno all’interno, ritraendo ogni più piccolo dettaglio. L’androne, dove un discreto numero di ragazze discinte e volgari, sorrideva abbracciando la maitresse. La scala, le stanze, l’alcova, dove una delle ragazze si era fatta riprendere in tutte le posizioni possibili ed immaginabili, nuda, con il trucco pesante sul viso, che pareva una maschera. L’ultima foto ritraeva un piccolo cimitero con in primo piano una lapide, con le scritte chiaramente leggibili. “Fammene altre tre copie”, “Di questa?” chiese Roberto indicando quella del cimitero, “Di tutte. Già che ci sei, fa anche tre copie del video e della cassetta. Poi riporta tutto. Subito”. Le due. Di lì a poco sarebbe arrivata la sconosciuta, e non aveva ancora pranzato. Si fece portare dei panini e continuò con il contenuto dell’ultimo pacco. Qualcuno aveva scoperto il suo travestimento in Svizzera? Oppure era un collegamento con John Smith? Arrivò la signora. In cinque minuti Paolo fece sparire tutta la mercanzia dalla scrivania. La segretaria aprì la porta ed entrò una bellissima donna dalla pelle olivastra, molto alta, con i lunghi capelli neri, lucidi e morbidi che le scendevano a metà schiena, due grandi occhi dolci di gazzella con lunghissime ciglia. “Sono Paula Raoni”, disse sussurrando. “Paolo Fernet, piacere. In cosa posso esserle utile?” “Non è per me che sono qui. Ma per un amico comune. Marco De Kren”. Tutto in meno di un giorno. Foto, registrazioni, documenti. E miss universo. “Marco è morto quasi tre mesi fa” “L’ho saputo da pochi giorni, quando sono rientrata in Brasile”, “La notizia della sua morte ha fatto il giro del mondo”, “Ero ricoverata. Sono stata dimessa pochi giorni fa. Perciò non l’ho saputo prima”. “I giornali vengono venduti anche in ospedale”. “Un forte esaurimento nervoso. Per un mese e mezzo non ho avuto contatti con l’esterno. A settembre, quando ho riannodato i rapporti con il mondo, la notizia non era più sui giornali”. “I suoi parenti o gli amici non le hanno detto nulla?” “Non ho parenti e gli amici non potevano. Ero ricoverata in Canada”, “Ancora non ho capito cosa vuole da me”, prima di aggiungere altro Paula Roani estrasse i foglietti su cui aveva annotato, nomi, numeri di telefono, date, fotocopie di biglietti aerei e quanto potesse servire a dimostrare le sue parole. “Può verificare. Tempo fa Marco mi aveva chiesto un favore. Dovevo tenere un pacchetto e se gli fosse successo qualcosa, farlo avere a lei, chiedendole di organizzare una cena con il vostro gruppo di amici. E che avrebbero dovuto esserci proprio tutti”. “E lei è venuta fin qui dal Brasile per una fesseria del genere? Spera davvero le creda? Quale folle spenderebbe una montagna di quattrini per portare un pacco che poteva spedire e fare una telefonata? Cosa vuole da me?” “Il pacco non sarebbe mai arrivato. I soldi del viaggio me li aveva dati Marco. Lo avrei fatto comunque per lui”. “Era innamorata di lui?” “Marco mi ha sempre aiutata e difesa, soprattutto nelle situazioni più complicate. E nel mio caso sono davvero molte. Le complicazioni intendo…. Sono una trans. Ci siamo conosciuti nel bordello di madame Roxy, in un piccolo paese vicino a Manaus. Ero una delle ragazze. Una prostituta…”. Paolo ripensò alle voci sulla presunta omosessualità di Marco … “Le mostrerò delle foto e dovrà dirmi chi sono le persone ritratte”. Aprì il cassetto ed estrasse le fotografie, che mostrò alla ragazza. “Queste foto le aveva fatte Marco, anzi no, Simone, il fotografo. Un mese prima di sparire… Io sono questa, vede?”. Paolo annuì con il capo, più per cortesia che altro. Era irriconoscibile con il trucco pesante sul viso che nascondeva i tratti eleganti. “Questa è Maria, anche lei una trans. Nel bordello di madame Roxy eravamo tutte trans, tranne questa, Rossy, e madame. Rossy fu la prima ad andarsene. Senza il trucco volgare che madame imponeva, era una ragazza dal viso dolce e quasi verginale. Se ne andò verso fine giugno con un uomo che aveva promesso di sposarla. Un mese prima della scomparsa di Simone. A settembre se ne andò anche Maria, con una compagnia di carioca che la voleva nello spettacolo. Adesso è in tournée in America Centrale. Un’altra ragazza se ne andò ad ottobre, ma non so che fine abbia fatto. Io ho lasciato la casa di madame Roxy qualche giorno prima di Natale. Un’agenzia per modelle mi aveva chiamata. Ho preso l’occasione al volo per lasciare quel piccolo paese dimenticato da Dio. Speravo in una vita diversa…”. “Se tutto andava a gonfie vele, cos’è che le ha provocato una crisi di nervi tanto forte da essere ricoverata per mesi?” “Ero in vacanza in Canada, quando Maria mi telefonò per dirmi che la “casa” di madame Roxy era stata bruciata e lei era morta con tutte le ragazze. Ero affezionata a quella donna. Ci aveva sempre trattate bene. Non voglio dire come una madre. Quella era l’unica vita che lei aveva conosciuto e che sapeva offrire. Apriva la porta a tutti e se poteva dare una mano si faceva in quattro. Questa era Rosario Gomez. La notizia mi sconvolse. Nella vita di una trans non ci sono molti veri affetti. Per me erano l’unica famiglia che avessi avuto. Perché hanno fatto una cosa simile? Non aveva mai fatto male a nessuno”, “Non lo so. Continui a parlarmi delle foto…”, “Questa ragazza – disse Paula riferendosi alla donna ritratta in molte posizioni da pornografia a buon mercato – è Rossy”. Paula fece scorrere le foto una dopo l’altra, con piccoli commenti. Si soffermò sull’ultima “Questa è la tomba di madame Roxy. Nel cimitero di Belem”. “Come mai a Belem e non in quel paese dal nome impronunciabile?”. “Fu Rossy a pagare le spese del funerale. Immagino abbia deciso lei, dove seppellirla”, “Qual’é il vero nome di Rossy?” “Non l’ho mai saputo” “E quello dell’uomo che l’ha sposata, o avrebbe dovuto?” “Non lo so. L’ho visto solo un paio di volte e di sfuggita anche”. “Dove vive almeno lo sa?” “No, mi spiace. Forse Maria, potrebbe sapere qualcosa. Ora le lascio numero e vero nome”. La ragazza guardò l’orologio. Si era fatto tardi. Doveva correre in aeroporto a prendere il volo che l’avrebbe riportata in Brasile la sera stessa. Aveva poco tempo e nessuno doveva sapere che era stata in Italia, tantomeno a Torino. Le cinque di una giornata intensa e la levataccia mattutina non era stata certo d’aiuto. Paolo rimase quasi mezz’ora in abbiocco, prima che gli occhi si chiudessero contro la sua volontà, davanti al pacco portato da Paula. La voce gentile della segretaria proveniva da una distanza siderale, faticosamente Paolo aprì gli occhi e mise a fuoco il rumore indistinto che proveniva dalla bocca di Patrizia “Il missionario è arrivato da cinque minuti. Posso farlo entrare?”, “Mi dia un secondo”. Quando il missionario entrò, Paolo osservò con tenerezza l’anziano prete, dal volto rubicondo e gioviale, i capelli candidi, la corporatura robusta e negli occhi la purezza dei buoni. Tutto di lui gli ispirava simpatia. “Sono don Piero, buonasera!” “Buonasera, Paolo Fernet!” “Come il digestivo?” “Si, ma niente da spartire. A proposito di bevande posso offrirle qualcosa?” “Un’aranciata, grazie” “A cosa devo la sua visita?” “Ero amico di Marco. Sono qui un paio di settimane per sbrigare faccende pastorali, così ne ho approfittato per visitare la sua famiglia. Mi hanno chiesto di venire da lei”. Iniziò a raccontare del Maranao e delle difficoltà all’ordine del giorno. Di bambini e ragazzi. Dei branchi. Della scuola che non riusciva ad aiutarli, perché non c’era personale preparato. Risse che potevano arrivare alla morte. Ragazzi che vivevano per strada. Sopravvivevano. Droga, m*******a, cola, di tutto. La cola, proprio quella usata dai calzolai. La m*******a costava poco, meno delle sigarette… Ecco il contesto in cui Marco lavorava. Quell’impronunciabile nome, il paese del don, colpì Paolo come una frustata. Marco aveva mai accennato a questioni relative alla prostituzione?
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