Guardò alla finestra e vide che la luce s’era ancora indebolita. Ci sarebbe stata una grigia luce nebbiosa sul campo da gioco. Non c’era rumore sul campo. In classe stavano facendo i temi o forse padre Arnall leggeva dal libro.
Era strano che non gli avessero dato medicine. Forse fratello Michael se le porterebbe dietro arrivando. Dicevano che davano da bere roba che puzzava all’infermeria. Ma ora si sentiva meglio. Sarebbe stato bello migliorare a poco a poco. Poi gli avrebbero dato magari un libro. C’era un libro sull’Olanda nella biblioteca. Aveva bei nomi stranieri e figure di città e navi bizzarre. A guardarlo, uno si sentiva tanto felice.
Com’era pallida la luce alla finestra! Ma era bello. Il fuoco sorgeva e s’abbassava sul muro. Parevano onde. Qualcuno aveva messo carbone e si sentivano voci. Parlavano. Era il rumore delle onde. Oppure le onde parlavano tra loro, mentre sorgevano e s’abbassavano.
Vide il mare delle onde, lunghe onde buie, sorgenti e sprofondanti sotto la notte senza luna. Una luce piccina scintillava alla gettata dove la nave stava entrando: e vide una moltitudine di gente, riunita sull’orlo delle acque per vedere la nave che entrava nel porto. Un uomo alto era sul ponte e guardava la terra piatta e buia: e alla luce della gettata Stephen gli vide la faccia, la faccia afflitta di fratello Michael.
Lo vide levar la mano verso la moltitudine e sentì che diceva, con una gran voce di dolore, sulle acque:
— È morto, l’abbiamo veduto disteso sul catafalco.
Un lamento di dolore salì dalla moltitudine.
— Parnell! Parnell! È morto.
Caddero sulle ginocchia, gemendo dal dolore.
E vide Dante, con una veste di velluto marrone e un manto di velluto verde sulle spalle, camminare alteramente e in silenzio davanti alla moltitudine inginocchiata sulla riva delle acque.
Un gran fuoco, alto e rosso, fiammeggiava nella graticola, e sotto i bracci avvolti d’edera della lumiera era apparecchiata la tavola di Natale. Erano tornati a casa un po’ tardi e la cena non era ancor pronta, ma sarebbe stata pronta in un momento, aveva detto la mamma. Aspettavano che l’uscio si aprisse e i servitori entrassero, reggendo i grossi piatti ricoperti dei pesanti coperchi di metallo.
Tutti aspettavano: lo zio Charles che sedeva lontano nell’ombra della finestra, Dante e il signor Casey che sedevano nelle poltrone ai due lati del focolare, e Stephen, seduto tra loro su una sedia, coi piedi appoggiati sullo scannello annerito dalla fiamma. Il signor Dedalus si guardò nella specchiera sopra la cappa del camino, si arricciò le punte dei baffi e poi, dividendosi le code dell’abito, voltò la schiena al fuoco ardente, e sempre, di tanto in tanto, ritirava la mano da sotto le code dell’abito per arricciarsi una punta dei baffi. Il signor Casey reclinava il capo da una parte e sorridendo si tamburellava sul collo. E sorrideva anche Stephen perché ora sapeva che non era vero che il signor Casey avesse una borsa d’argento nella gola. Sorrideva a pensare come il rumore argentino prodotto dal signor Casey l’aveva ingannato. E quando aveva cercato di aprire la mano al signor Casey per guardare se la borsa d’argento vi era nascosta, aveva trovato che le dita non si potevano stendere: e il signor Casey gli aveva detto che si era buscato la storpiatura delle tre dita a preparare un regalo di genetliaco per la Regina Vittoria.
Il signor Casey si tamburellava sul collo e sorrideva a Stephen con occhi addormentati: e il signor Dedalus gli disse:
— Sì, ecco, così va bene. Oh, ci siam fatta una buona passeggiata, vero John? Sì... Chissà se c’è probabilità di cenare, stasera. Sì... Oh, ecco, abbiamo respirato una buona boccata di ozono, stasera, intorno al Capo. Bene, perbacco.
Si volse a Dante e le disse:
— Voi non siete neanche andata fuori, signora Riordan?
Dante s’accigliò e rispose brevemente:
— No.
Il signor Dedalus lasciò cadere le sue code e andò al tavolino di servizio. Tirò fuori dall’armadio una gran giara in pietra, piena di whisky, e riempì lentamente il boccale, piegandosi ogni tanto a guardare quanto ne aveva versato. Poi, rimettendo la giara nell’armadio, versò un po’ del whisky in due bicchieri, aggiunse un po’ d’acqua e con questi ritornò al camino.
— Un goccetto, John, — disse — per aguzzarvi l’appetito.
Il signor Casey prese il bicchiere, bevve e lo rimise sulla cappa. Poi disse:
— Già, non posso tenermi dal pensare al nostro amico Christopher quando fabbrica...
Ruppe in un accesso di riso e di tosse e continuò:
— … quando fabbrica lo champagne per quella gente.
Il signor Dedalus rise forte.
— Christy, dite? C’è più astuzia in uno dei porri sulla sua testa calva che in tutto un branco di volpi.
Reclinò la testa, chiuse gli occhi e, leccandosi abbondantemente le labbra, cominciò a parlare colla voce dell’albergatore.
— E ha una lingua così morbida quando vi parla, anche. È tutto umido e inzuppato alla pappagorgia, che Dio lo benedica.
Il signor Casey stava ancora dibattendosi nel suo accesso di tosse e di riso. Stephen, vedendo e udendo l’albergatore nel viso e nella voce di suo padre, rise.
Il signor Dedalus si mise il monocolo e fissando dall’alto il ragazzo disse, calmo e benevolo:
— Di che cosa ridi tu, bestiolina?
I servitori entrarono e deposero i piatti sulla tavola. La signora Dedalus veniva dietro e i posti furono distribuiti.
— Accomodatevi — disse.
Il signor Dedalus andò all’estremità della tavola e disse:
— Avanti, signora Riordan, accomodatevi; John, amico mio, accomodatevi.
Si girò a guardare dov’era seduto lo zio Charles e disse:
— Avanti, signore, c’è qui un uccelletto che vi aspetta.
Quando tutti furono seduti mise la mano sul coperchio e disse in fretta, ritirandola:
— Su, Stephen.
Stephen si alzò dal suo posto per dire il Benedicite prima del pasto:
Benedici, o Signore, noi e questi Tuoi doni che per la Tua bontà stiamo per prendere nel nome di Cristo nostro Signore. Amen.
Tutti si segnarono e il signor Dedalus con un sospiro di soddisfazione alzò dal piatto il pesante coperchio imperlato all’orlo di gocce lucenti.
Stephen guardò il grasso tacchino che era stato disteso, legato e infilzato, sul tavolo in cucina. Sapeva che suo padre l’aveva pagato una ghinea da Dunn in D’Olier Street e che il negoziante l’aveva spunzonato diverse volte sullo sterno per mostrare com’era buono: e ricordava la voce dell’uomo quando aveva detto:
— Prendete questo, signore. È quel che ci vuole.
Perché il signor Barrett, a Clongowes, chiamava tacchino la sua bacchetta? Ma Clongowes era lontana: e il caldo odore pesante di tacchino e prosciutto e sedano si alzava dai tondi e dai piatti e il gran fuoco fiammeggiava alto e rosso nella graticola e l’edera verde e l’agrifoglio rosso davano tanta felicità e, quando la cena fosse finita, sarebbe entrato il pasticcio di frutta, lardellato di mandorle sbucciate e di stecchi d’agrifoglio, con una fiamma azzurrina scorrente intorno a una piccola bandiera verde in cima. Era la sua prima cena di Natale e pensò ai fratellini e alle sorelline che attendevano nella loro stanza, come tante volte aveva fatto lui, che il pasticcio arrivasse. Lo scuro colletto basso e la giacchetta corta del collegio lo facevano sentire strano e antiquato: e quel mattino, quando la mamma l’aveva condotto giù in sala, vestito per la messa, suo padre aveva pianto. E questo perché pensava a suo padre. Anche lo zio Charles l’aveva detto.
Il signor Dedalus ricoprì il piatto e cominciò a mangiare da affamato. Poi disse:
— Poveretto il nostro Christy, è quasi sbilanciato ormai dal peso della birbanteria.
— Simon, — disse la signora Dedalus — non hai dato la salsa alla signora Riordan.
Il signor Dedalus afferrò la salsiera.
— Davvero? — esclamò. — Signora Riordan, abbiate compassione del povero cieco.
Dante coperse il piatto colle mani e disse:
— No, grazie.
Il signor Dedalus si volse allo zio Charles.
— Siete servito bene?
— Magnificamente, Simon.
— E voi, John?
— Benissimo, e voi piuttosto?
— Mary? Qui, Stephen, qui c’è qualcosa che ti farà venire i capelli ricci.
Versò salsa abbondante nel piatto di Stephen e rimise il vasetto sulla tavola. Poi domandò allo zio Charles se il tacchino era tenero. Lo zio Charles non poteva rispondere perché aveva la bocca piena, ma accennò di sì.
— Fu una bella risposta che il nostro amico diede al canonico, eh? — disse il signor Dedalus.
— Non credevo che fosse da tanto — disse il signor Casey.
«Vi pagherò quel che vi spetta, padre, quando cesserete di fare della casa di Dio una baracca elettorale».
— Bella risposta — disse Dante — da fare al proprio sacerdote, per un uomo che si chiama cattolico.
— Non hanno da biasimare che se stessi — disse il signor Dedalus con soavità. — Se ascoltassero i consigli di un pover’uomo limiterebbero i loro interessi alla religione.
— È religione — disse Dante. — Fanno il loro dovere a mettere in guardia la gente.
— Noi andiamo nella casa di Dio — disse il signor Casey — a pregare con tutta umiltà il nostro Creatore e non a sentire discorsi elettorali.
— È religione — ripeté Dante. — Sono nel giusto, debbono dirigere le loro greggi.
— E predicare di politica dall’altare, vero? — domandò il signor Dedalus.
— Ma certo — disse Dante. — È una questione di pubblica moralità. Un sacerdote non sarebbe un sacerdote se non spiegasse al suo gregge dov’è la ragione e dov’è il torto.
La signora Dedalus posò coltello e forchetta dicendo:
— Per carità, vi prego, non facciamo discussioni politiche proprio in questa, di tutte le giornate dell’anno.
— Giusto, signora — disse lo zio Charles. — Su, Simon, adesso basta. Non più una parola.
— Sì, sì — disse in fretta il signor Dedalus.
Scoperchiò baldanzosamente il piatto e disse:
— Su allora, chi vuole ancora del tacchino?
Nessuno rispose. Dante disse:
— Belle parole da dirsi da un cattolico!
— Signora Riordan, vi supplico, — disse la signora Dedalus — lasciate star questa faccenda, ora.
Dante le si volse e disse:
— E io debbo star qui seduta a sentir insultare i pastori della mia Chiesa?
— Nessuno dice nulla contro di loro — disse il signor Dedalus — finché non s’impicciano di politica.
— I vescovi e i sacerdoti dell’Irlanda hanno parlato — disse Dante — e vanno ubbiditi.
— Che si disinteressino di politica, — disse il signor Casey — o la gente potrebbe disinteressarsi della loro Chiesa.
— Avete sentito? — disse Dante volgendosi alla signora Dedalus.
— Signor Casey! Simon! — disse la signora Dedalus — finitela ora.
— Male! Male! — disse lo zio Charles.
— Come? — esclamò il signor Dedalus. — Dovevamo abbandonarlo agli ordini del popolo inglese?
— Non era più degno di guidare — disse Dante. — Era un pubblico peccatore.
— Noi tutti siamo peccatori e neri peccatori — disse il signor Casey freddamente.
— « Sventurato quell’uomo da cui viene lo scandalo!» — disse la signora Riordan. — « Sarebbe meglio per lui che una macina da mulino gli fosse legata al collo e che venisse gettato negli abissi del mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi miei piccoli». Sono le parole dello Spirito Santo.
— Parole molto brutte anche, se volete saperlo — disse il signor Dedalus freddamente.
— Simon! Simon! — disse lo zio Charles. — Il ragazzo!
— Sì, sì — disse il signor Dedalus. — Intendevo il... Pensavo alle brutte parole che diceva quel facchino. Be’, non è nulla. Su, Stephen, dammi il piatto, birbone. E adesso mangia. Su.
Ammucchiò il cibo nel piatto di Stephen e servì lo zio Charles e il signor Casey con grandi pezzi di tacchino e chiazze di salsa. La signora Dedalus mangiava poco e Dante sedeva colle mani in grembo. Era rossa in faccia. Il signor Dedalus scavò col trinciante nel fondo del piatto e disse:
— C’è qui un pezzettino saporito, detto il boccon del prete. Se qualche signora o signore...