Capitolo uno-1

2003 Parole
Capitolo uno Erin Michaelson individuò il signor Giacca e Cravatta non appena questi entrò nel negozio. Alto e in forma, con una bellezza da indossatore, la sua giacca blu scura si modellava alla perfezione attorno alle sue ampie spalle. Aveva capelli castani ondulati dall’aria così morbida da farle pizzicare le dita appoggiate sul bancone di vetro. I suoi occhi erano caldi e mettevano acutamente a fuoco tutto ciò su cui posavano lo sguardo. Il color cioccolato fondente delle sue iridi era incorniciato alla perfezione da ciglia più lunghe di quelle di Erin, il che era un’ingiustizia. Sporgendosi sul bancone per dare un’occhiata più da vicino, Erin urtò il portapenne vicino alla cassa, che cadde con un gran baccano. Penne, matite e graffette presero il volo, atterrando con uno sferragliare rumoroso che attirò l’attenzione dell’uomo. Merda. Stava venendo da lei. Coi nervi a fior di pelle, Erin cercò di raccogliere le penne, ma la stramaledetta presenza dell’uomo le fece tremare le dita e gliene caddero la metà. Cosa stava succedendo? “Lascia che ti dia una mano.” L’uomo era vicino, ora, così vicino che lei riusciva a sentire la sua colonia speziata, una specie di misto di cioccolato fondente e cannella. Il suo profumo la invase e le fece immaginare di mordicchiarlo. Ovunque. Lui dimostrava un paio d’anni più di lei e non portava la fede; non che lei stesse guardando. Certo che no. Avvertì il folle impulso di tuffare il naso contro il collo dell’uomo per vedere se il suo odore, da vicino, era davvero così buono. In circa cinque secondi, lo sconosciuto sistemò il casino e si alzò, guardandole la bocca con occhi scuri e meditabondi. Lei avrebbe donato mezzo litro di sangue sull’unghia per sapere cosa gli passava per la testa, perché l’uomo aveva l’aria di uno che, forse, magari, eventualmente, stava pensando di baciarla. Il che fece pensare a Erin di ricambiare il bacio. Prima di rendersene conto, si leccò lentamente le labbra, chiedendosi se lui se ne sarebbe accorto. L’uomo non si mosse e lei cominciò a sentirsi come un uccellino in gabbia dietro al banco. “Ehm, grazie. Per avermi aiutata.” “Nessun problema.” Lui sorrise e la guardò negli occhi. Erin avrebbe preferito che non lo facesse, perché il cuore le martellò nel petto e le parve che un’auto avesse appena parcheggiato nella sua cassa toracica. Quando lei rimase immobile come una scultura di ghiaccio, lui le rivolse un rapido cenno del capo e si incamminò verso la parte posteriore del negozio, diretto verso la sezione delle chitarre dove Samantha sembrava fin troppo ansiosa di aiutarlo a scegliere uno strumento. Fantastico. La nerd sfigata vede uno figo e si paralizza per l’ennesima volta. Perché si spaventava sempre e perdeva la calma? Perché non poteva essere più simile al suo alter ego sul palco? Quella stronza era selvaggia e impavida, un vero animale sul palcoscenico. Il suo alter ego avrebbe scavalcato con un balzo il bancone e seguito l’uomo, ma le farfalle nello stomaco la tenevano ferma dov’era. E poi, la sua maglietta rock sfilacciata, i jeans lisi, la coda di cavallo e il viso senza trucco erano un bel repellente per uomini. E lei aveva bisogno di tenere la testa sulle spalle, senza farsi distrarre da un sogno a occhi aperti che camminava. Abbassò lo sguardo sulla canzone che stava scrivendo. Già. La cosa più intelligente da fare era lasciare che fosse Samantha ad affrontare quel figaccione. Mentre Sam era sempre amichevole e riusciva ad attaccare bottone con chiunque, Erin sapeva di dare l’impressione di essere silenziosa e minacciosa, quando andava bene. Il suo gruppo, il Quarto Strike, aveva provato fino alle due di notte, e lei aveva dovuto presentarsi al lavoro al negozio alle otto. Aveva a malapena avuto il tempo di fare la doccia, figurarsi di mettere rossetto e profumo. Il loro unico cliente si prese il suo tempo con le chitarre, toccandone molte con le mani lunghe e snelle. Fece passare le dita sui fianchi lisci e sui bordi ruvidi con delicatezza, esplorando le chitarre come avrebbe fatto con un’amante. L’immagine – e l’attenzione totale che l’uomo dedicava agli strumenti – la agitarono. La reverenza dell’uomo nei confronti delle chitarre si capiva dalle carezze delicate delle sue dita e dalla sua espressione serena, e lei non riuscì a evitare che la sua immaginazione rimpiazzasse gli strumenti sotto le dita dell’uomo con le morbide curve e gli avvallamenti del suo corpo nudo. Dio, era patetica. Se lui la eccitava con la sua sola presenza in negozio, sarebbe stato un colpo mortale se si fosse messo a suonare. Era capace di farlo? Il modo in cui maneggiava gli strumenti suggeriva di sì. Il pensiero gli fece scalare diverse posizioni nella classifica della figaggine. Scuotendo la testa per schiarirsela, Erin si costrinse a distogliere lo sguardo. Era cresciuta in una famiglia povera, ma aveva visto abbastanza spesso uomini come quello. Abiti costosi. Mento scolpito. Spalle ampie e una postura che trasudava sicurezza. Gli uomini come lui erano realizzati. Costui sembrava un broker o un banchiere, una persona a suo agio nel giocare d’azzardo tanto col denaro quanto con le vite delle persone. Lei non voleva avere nulla a che fare con individui del genere. Un uomo come quello aveva il potere di farle dolere la testa e, al tempo stesso, di bagnarle le mutandine. Era pericolosissimo e assolutamente fuori dalla sua portata. Era in grado di farle desiderare cose che avrebbe fatto meglio a non desiderare. Un uomo come quello le avrebbe spezzato il cuore in mille pezzettini. La voce di lui la raggiunse al banco e lei chiuse gli occhi. Ma certo che era una voce calda e profonda, il genere di voce che faceva venire voglia a tutto il suo corpo di strapparsi i vestiti di dosso e implorarlo di dirle cose oscene. Cristo, stava sbroccando. Cercò di non ascoltare mentre l’uomo discuteva con Samantha dei vari modelli di chitarra appesi al muro. Trascorsero quindici minuti buoni ed Erin fece del suo meglio per ignorare Samantha e il dio del sesso sceso in terra che passavano in rassegna l’intero reparto chitarre. I due si avvicinarono sempre di più a lei, appoggiata alla vetrinetta accanto alla cassa. “Ehi. Vuole la Gibson.” Samantha la raggiunse e appoggiò la costosa chitarra sul vetro. Erin non sollevò nemmeno lo sguardo. “Avrà bisogno di…” “Ho bisogno di una custodia.” Le parole di lui si sovrapposero a quelle di Erin, che sollevò lo sguardo e incrociò quello dell’uomo mentre loro due parlavano contemporaneamente. “Ah, sì.” Samantha tirò il signor Figaccione per un braccio e lo condusse al reparto custodie. Rimase lì per mezzo minuto prima di tornare di corsa a prendere la chitarra che Erin le stava porgendo. “Sì, Giusto. Bisogna vedere la misura.” Lei non rispose; si limitò a tornare alla sua battaglia con le parole dell’ultima canzone del suo gruppo. Suo fratello, AJ, l’aveva già aiutata a ultimare il riff della chitarra e lei aveva tirato fuori una melodia mica da ridere per la tastiera, ma le parole? Di solito quella era la sua parte preferita del processo creativo. Oggi non stava cavando un ragno dal buco. Why can’t you see Why can’t I be Lost in you… No. Era una schifezza. Erin cancellò gli ultimi due versi e ricominciò da capo. Why can’t you see Why are you so mean to me You make me bleed… Merda. Era terribile. Erin detestava le canzoni piagnucolose. Questa volta scavò quasi un buco nel foglio con la gomma. Avrebbe fatto meglio a cominciare a scrivere su un altro foglio, perché su quello c’erano anche gli accordi della chitarra e tutte le note del piano scritte sul pentagramma. Se lo avesse rovinato, avrebbe dovuto ricominciare da capo. Mhmm. Erin ridacchiò per la sua stessa battuta e cancellò tutto in preda alla frustrazione. La canzone aveva del potenziale, ma il suo cervello non riusciva a tirare fuori le parole, proprio come era successo per le ultime sei settimane. Buio totale. Persino AJ aveva cominciato a preoccuparsi. Erin non capiva perché non le venisse nulla. Si sentiva svuotata. Ed esausta. E non sapeva se a qualcuno sarebbe fregato un cazzo di ciò che scriveva. Aveva scritto tutta la musica originale suonata dal suo gruppo, ma negli ultimi tempi si sentiva completamente priva di ispirazione. Non cambiava mai nulla. Non stavano andando da nessuna parte. Facevano gli stessi concerti negli stessi bar, sera dopo sera, settimana dopo settimana. Tutti i bar avevano i loro clienti regolari. Lei sapeva che ogni martedì sera, al The Red Crow, ad ascoltarla sarebbero venuti gli stessi dodici alcolizzati della settimana prima. Ma forse, solo forse, avevano avuto un colpo di fortuna, per una volta. Erin aveva mandato un messaggio con la notizia a AJ circa un’ora prima. Avevano finalmente ottenuto un ingaggio per la settimana dopo, al The Funk Club. Si trattava di una discoteca pop molto popolare che vedeva spesso la presenza di musicisti emergenti. E il proprietario, che Erin aveva stalkerato per settimane per avere quel lavoro, le aveva detto che Wesley Shipton della Shipton Records aveva chiesto di sentirli suonare. E sti’ cazzi! Per poco non le era caduto il telefono nel water quando aveva ricevuto il messaggio. Suonare per Shipton avrebbe potuto consentire al gruppo di fare il botto. Per cui, lei non aveva detto a AJ né agli altri chi ci sarebbe stato. Si sarebbero spaventati e avrebbero fatto qualcosa di stupido, come arrivare fumati. O ubriachi. O entrambe le cose. Di solito, Erin riusciva a tenerli a bada fino a dopo il lavoro, ma quel genere di pressione avrebbe spinto AJ oltre il limite. No, il concerto al Funk Club sarebbe stato perfetto. Sempre che lei fosse riuscita a tirare fuori il testo della canzone nuova. Il gruppo provava la musica da settimane, ma il testo? Quello mancava. Niente. Nulla. Nada. La sua musa aveva fatto le valigie. Con la casa discografica interessata a loro, quello era un pessimo momento perché la sua musa se ne andasse in vacanza. Stronza. Per giunta, il padre di Erin, dopo vent’anni, aveva deciso di provare a fare il genitore. Nelle ultime tre occasioni in cui si erano visti, lui aveva urlato a lei e a suo fratello minore di trovarsi un vero lavoro, una vera vita. Di farsi una carriera. Ciò che voleva davvero era uno stipendio fisso e qualcuno che si prendesse cura di lui. Erin, a ventiquattro anni, faticava già abbastanza a prendersi cura di se stessa. E poi, lei non voleva un ‘vero’ lavoro e una vita da impiegata. Era andata all’università per due anni e l’aveva odiata. Non le importava nulla dell’algebra o della cavolo di storia del mondo. Voleva cantare e suonare la chitarra. Voleva un contratto discografico e girare il mondo, e ragazzi strafighi, come quello che stava girando per il negozio in quel momento, che si buttassero ai suoi piedi implorando i suoi baci. Ma se la sua musa non si fosse data una mossa, nulla di tutto ciò sarebbe mai accaduto. “Mai.” Tipi come quello non andavano ai concerti e non imploravano le donne. Erin si scaldò al pensiero delle mani e della bocca di lui addosso. No, uno come lui? “Sarei io a implorare.” “Prego?” Il signor Splendido era di fronte a lei, così figo che lei dovette costringersi a sbattere le palpebre prima di rispondergli. Aveva davvero parlato ad alta voce? Merda. Sentì il calore risalirle il collo e capì che il suo volto aveva assunto una simpatica e imbarazzante sfumatura scarlatta. “Come?” Bel salvataggio, Erin. Complimenti. “Come?” A quanto pareva, era riuscita a confondere entrambi, perché l’uomo la stava fissando come se lei avesse avuto due teste. Quando lo sguardo di lui corse ai fogli di musica che Erin aveva sparsi per il bancone, lei si affrettò a raccoglierli e a ficcarli nell’armadietto che aveva alle spalle. “Posso aiutarti?”
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