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BECCA
La portiera dell’auto si chiude quando Sarah scende dalla macchina. Lo fa con delicatezza. Sono sorpresa che la maledetta luce non stia lampeggiando per dirmi che non è chiusa del tutto. Troppo gentile. Sarah è troppo gentile, troppo carina. Abbiamo trascorso la maggior parte del viaggio in silenzio. Ha tentato di aprir bocca come se volesse dire qualcosa, ma alla fine non l’ha fatto. Cosa stava per dire?
Ingoio il groppo in gola e cerco nel vano portaoggetti dei fazzoletti di carta. Giuro su Dio che se il suo sperma è colato su questo vestito sarò mortificata. Non ho un cambio e non è che posso semplicemente nascondermi in macchina. È la prima partita della stagione di Jax. Può avere solo tre anni e non ricordarselo mai, ma io sì.
Chiudo gli occhi e mi pulisco sentendomi una lurida sgualdrina. Sono stata sempre e solo con un uomo. Rick il coglione, come ho iniziato a chiamarlo di recente. Prima che morisse, comunque. Scuoto la testa e infilo il fazzoletto usato nel sacchetto di carta del Dunkin’ Donuts di questa mattina, lo accartoccio e lo lancio sul sedile del passeggero. Prendo alcuni profondi respiri, apro la portiera e scivolo fuori dal posto di guida. Nessuno sa. Continuo a ripetermelo mentre giro la testa per dare un’occhiata al retro del vestito. Grazie al cielo non c’è nessuna macchia. In tutta onestà, è probabile che credano che abbia starnutito e me la sia fatta un po’ addosso, in realtà ho fatto sesso con… lui. Comincio di nuovo a piangere e mi si chiude la gola. Non so nemmeno il suo nome, cazzo.
Inizio a camminare lungo la linea degli alberi guardando verso i campi da calcio. Un fischio esplode nell’aria e quasi mi graffia i timpani come unghie su una lavagna. Sussulto e mi massaggio le tempie. Jax è nell’ultimissimo campo. Fanculo a questi tacchi, mi sento una stupida idiota a camminarci sopra sull’erba. Per poco non mi ribalto quando al primo passo uno quasi mi si stacca, ma al secondo è già più semplice. Sconfiggo le paure e l’ansia; nessuno sa. Il cuore mi si stringe di nuovo nel dolore. Non posso dire che non mi sia piaciuto, non posso dire di non aver mai fantasticato di essere presa in quel modo, senza alcuna pietà, di essere divorata da un uomo consumato dalla lussuria. Le guance si scaldano per un’ardente vampata. Ho bisogno di darmi una regolata. Non posso lasciare che queste stronze percepiscano le mie debolezze.
«Sei in ritardo, Becca», dice Cynthia con voce piatta, ma c’è una punta di disprezzo alla fine. Cazzo, spero che stia morendo di caldo in quel tailleur in tweed color fragola di Chanel. I capelli biondi sono raccolti in una crocchia perfetta e mostrano degli orecchini di diamanti troppo grandi. È l’immagine perfetta della casalinga. Quel genere di stoccafisso che non finisce mai l’insalata e sa con esattezza come dovrebbero essere fatte le cose e non le dispiace intervenire per correggere gli altri. Già, lei è ciò che pensava di ottenere Rick sposando me. Fanculo.
Abbasso gli occhi sui suoi tacchi. Tutte le mamme stanno indossando dei tacchi nonostante stiano affondando nel terreno. Non so come facciano a non cadere sui loro stessi culi. Io ho gettato le mie nella borsa e ora sto camminando a piedi nudi. Mentre mi avvicino, sulle loro labbra compare una smorfia. Non gli darò questa cazzo di soddisfazione.
«Avevo una commissione da sbrigare. Come se la passano i nostri ragazzi?». Le rivolgo lo stesso sorriso finto, prima di girarmi verso il campo.
«Hanno davvero bisogno di rafforzare la difesa. Come mai potrebbe segnare Marshal quando la difesa è così scarsa?».
Per l’amor del cielo, hanno tre anni. Non cerco nemmeno di nascondere l’alzata d’occhi, non che la noterebbe visto che sta inviando messaggi col telefono.
Individuo Jax che corre dietro a un ragazzino che sta calciando la palla. Prego Dio che non si limiti a far cadere il bimbo e raccogliere la palla con le mani. Io e Rick decidemmo che sarebbe stato bello farlo avvicinare presto allo sport. Uno sport, una lingua, uno strumento. Ma che cazzo, ha solo tre anni. Sono contenta di averlo portato a fare sport per smaltire parte dell’energia in eccesso, ma queste persone mi fanno davvero saltare i nervi. Non sono una figlia di papà, ho lavorato duramente per far funzionare il mio ristorante, ho messo tutto ciò che avevo in quell’attività. Ci sono voluti dieci anni per arrivare a questo punto, e a trentun anni sono l’orgogliosa proprietaria di un pluripremiato bistrot italiano.
Jax calcia il pallone, per fortuna manca il bambino, e corre lungo il campo. «Vai Jax!». Non posso fare a meno di urlare e saltellare sui piedi. La mia voce attira l’attenzione delle altre mamme. Le vedo fare dei ghigni e guardarsi con la coda dell’occhio, ma ho imparato presto a ignorarle. In quella classe sociale i gruppetti di mamme sono spietati. So che dicono stronzate su di me, che hanno difeso il tradimento di Rick perché lavoravo troppo e non ho dedicato abbastanza tempo a noi due, ma sarebbero proprio stupide a dirmi quelle cazzate in faccia.
Il pensiero di Rick mi colpisce con violenza. Mi fa male il petto e il cuore si contorce in agonia. Poteva anche essere uno stronzo di marito che avrebbe cercato di ottenere da me ogni centesimo che poteva e tentato di portarmi via il bambino, ma era anche suo padre. Sorrido debolmente guardando Jax nella maglietta a righe nere e blu. Il numero tre, perché era quello di papà. Mi salgono le lacrime agli occhi e la gola si stringe a formare un grumo bastardo. Scuoto la testa e cerco di pensare ai tempi felici.
Gli occhi si spalancano e sento le cosce stringersi. Le fantasie sull’allibratore si accendono in me come se mi stesse possedendo, facendomi galoppare il cuore e infiammare il sangue. L’immagine di vellutati muscoli che mi inchiodano al muro, l’odore maschile nell’aria calda e il rumore di lui che mi scopa mi inondano i sensi. Mi muovo cercando di rinfrescarmi, sentendomi molto più calda di quanto non fossi un attimo fa. Sono fin troppo consapevole di non indossare più le mutandine. Avevo così fretta di uscire da lì che le ho lasciate ovunque siano cadute.
Un brivido mi attraversa il corpo. Me le ha strappate di dosso. Questa è stata in assoluto la cosa più sexy che abbia mai fatto. Ma con lui? Con uno sconosciuto? Un criminale? Non so nemmeno come cazzo si chiama. La vergogna mi assale, e quel maledetto nodo alla gola ritorna. Non ho mai desiderato un uomo. Mai. La scuola e il lavoro erano tutto ciò che importava. Ho sposato un bell’uomo quando, alla fine, la vita era a posto. Ho avuto un bambino a ventisette anni. Ho fatto tutto nel modo in cui avrebbero voluto i miei genitori. Mi si raggela il sangue e abbasso lo sguardo, mi chiedo se si vergognino di me ora. Adesso che ho un matrimonio fallito alle spalle, che sono precipitata in un nuovo grado di oscenità che non avrei mai pensato di raggiungere.
Oh, Cristo Santo, l’ho lasciato venire dentro di me. Rabbrividisco, ma la mia v****a traditrice si serra. Devo reprimere un gemito al ricordo di quanto è stato bello. Increspo le labbra mentre tiro fuori il telefono e scrivo a Sarah. È andata a prendere la cena per me e Jax così io posso stare qui e guardarlo giocare.
Piano B, il più presto possibile. Per favore.
Non avrei mai pensato di scrivere alla mia assistente per chiederle la pillola del giorno dopo ma, al diavolo, negli ultimi mesi ci siamo avvicinate. È la cosa più simile a una sorella, ma non saprei, non mi è rimasto nessuno da quando alcuni anni fa i miei genitori sono morti, subito dopo aver scoperto di essere incinta. Mi salgono le lacrime agli occhi al ricordo. Stavo scegliendo una graziosa tazza per dirlo a mia madre. Avrebbe avuto inciso sopra l’ecografia. Strofino gli occhi che bruciano e cerco di riportare la concentrazione sul mio ometto in campo, ma tutto quello che riesco a vedere nella testa è un’immagine di quella maledetta tazza. Nonna ad aprile. Sarebbe stata così felice. Ho detto a tutti che ci stavamo provando. Dal momento in cui ci siamo sposati ho desiderato rimanere incinta. Col senno di poi, non avrei dovuto farlo. Perché poi tutti ti chiedono, di continuo: “Sei già incinta?”. C’è voluto un po’ più di quello che speravo, ma lo stress ti fa questo effetto. E quando lavori le ore che di solito lavoro io, be’ lo stress è assicurato. Ecco perché ho assunto Sarah. Ecco perché ho ridotto le ore e ingaggiato più aiutanti. Era la cosa migliore per me e per il mio ometto.
Ho ipotizzato fosse la cosa migliore per il matrimonio, ma penso che nulla ci avrebbe aiutato a sopravvivere. Infedele una volta, infedele per sempre. Sono stata una stupida a perdonarlo. Non avrei mai dovuto credergli. Non avrei mai dovuto sposare quel bugiardo tutto paroline dolci. Ma volevo un bambino. Volevo il pacchetto completo, la vita perfetta.
Non volevo un somaro di marito infedele che ha fatto saltare i suoi affari con un accordo di merda, che ha voluto il controllo della mia impresa e, poi, per poco non perdeva al gioco tutto quello che avevo. Meno male che ho compreso il rispetto per me stessa e ho iniziato a puntare i piedi. È stato ancora meglio quando ho cominciato a percepire che mi stava prendendo in giro e l’ho affrontato a testa alta. A questo mondo esistono persone che danno e persone che ricevono. Io sono una che dà, lo sono sempre stata. So che questo genere di persone deve stabilire dei limiti, perché chi riceve non ne ha. Purtroppo, l’ho imparato a mie spese grazie a quella merda di marito. Allento i pugni serrati quando la consapevolezza della sua morte mi colpisce ancora.
Mi sento una tale stronza per essere arrabbiata con lui. È morto. Me ne ha fatte passare di tutti i colori, ma non è più qui per infuriarsi con me. Sono così confusa dalle mie emozioni. Sei mesi fa lasciò che la sua azienda fosse ridotta a brandelli e venduta, poi gettò quei soldi in un affare di merda. Due mesi fa, l’ho beccato a letto con un’altra donna. Letteralmente. Lei gli avvolgeva le gambe intorno ai fianchi e gli scavava nel sedere con i talloni mentre lui se la scopava. Sul nostro letto. Da allora aveva tentato di prendermi fino all’ultimo centesimo e assunto i migliori avvocati tentando di ottenere la piena custodia di nostro figlio, con i miei maledetti soldi. Ma una settimana fa è crollato stecchito per un attacco di cuore, all’improvviso. Mi ha lasciato una tonnellata di debiti e un gran casino da sistemare. Alla fine mi sento una stronza a odiarlo, per essere sollevata dal fatto che questo divorzio e la battaglia per la custodia non siano più un problema, ma soprattutto mi odio per non essere più turbata dalla sua morte. Ho desiderato che morisse, nel vero senso della parola, ho sperato che quel pezzo di merda crollasse stecchito. E lui l’ha fatto. Quanto sono orribile per non essere più turbata? Per non avere più rimpianti?
Alcuni giorni mi disprezzo completamente.
E dopo mi manca. Vedo qualcosa, tipo la pubblicità di un ristorante dove andavamo, e mi colpisce con violenza, le lacrime scendono prima che possa fermarle e sento la mancanza del vecchio Rick. Poi mi odio per averlo perso. Forse sono appena diventata una persona odiosa.
Tutto nell’ultimo anno è andato in malora, ma non Jax; lui è perfetto. Continuo ad andare avanti solo per lui, è tutto per me. Quando lo vedo inciampare sull’erba e cadere, giuro di vedere un movimento sulla sinistra, una figura scura dietro gli alberi. Un brivido freddo mi attraversa il corpo mentre sobbalzo e scruto nella boscaglia, ma non vedo nulla. Il corpo mi formicola per l’ansia nello stesso momento in cui il cuore cerca di uscirmi dal petto. Deglutisco e ritorno a guardare il campo.
Non c’è nessuno lì. Chiudo gli occhi e li riapro quando sento le donne alla mia destra applaudire e acclamare. In qualche modo uno dei ragazzi è riuscito addirittura a segnare un gol. Batto le mani, urlo e sorrido a mio figlio, che mi fa un veloce cenno. Ma da qualche parte nel profondo si radica in me la paura.
Sono certa di aver visto qualcosa. O qualcuno.
Forzo un altro largo sorriso verso mio figlio e tengo i piedi ben piantati dove sono, ma non vedo l’ora di andarmene da qui. Ho bisogno di scrollarmi questa sensazione.