Nessun lancio di anatemi, ma il passaggio relativo - al faro che illumina il mondo -, forse avrei fatto meglio a stralciarlo dal discorso. Comunque finora me l’ero cavata discretamente. Un ultimo sforzo, mi augurai, avviandomi a concludere il più rapidamente possibile.
«So che alcuni di voi si sentono disorientati, quasi impauriti al pensiero che un’altra specie, così diversa dalla nostra, possa svilupparsi sul questo pianeta. Ecco perché un Maestro Psichico, uno dei massimi esponenti di purezza del pensiero, è con noi quest’oggi. Attraverso la sua opinione analitica, vi munirete ragazzi, dello strumento necessario ad avviare il lungo percorso di integrazione sociale che tutti noi saremo chiamati a intraprendere nei prossimi anni; un cammino niente affatto in discesa o costellato da facili successi ma perlomeno, e questo ce l’auguriamo tutti, finalizzato e consapevole. Per coloro i quali avessero delle domande da porre al Maestro in forma privata, alla fine della conferenza e solo allora, egli sarà a vostra disposizione. Vi ringrazio per l’attenzione».
Finito! pensai. Trassi un sospiro di sollievo sulla scia dell’applauso che accompagnò la mia uscita di scena. L’introduzione, nonostante avesse sfiorato argomenti ritenuti incandescenti, non aveva alimentato tensioni e tornai a sedere.
Il brusio andò scemando. Tutti gli occhi si spostarono sulla figura che mosse al podio. L’abito, il mantello, e l’ologramma impresso sul pettorale di cuoio, erano elementi che destavano un senso di inquietudine, misto a reverenza. L’ologramma riproduceva un occhio senza palpebra, il simbolo della Gilda, la metafora del pensiero depurato dalla parola, ma erano in molti ad averlo scordato o a fingere di non saperlo.
Il collegio dei docenti mormorò, sottintendendo alla sua giovane età e alla sua possibile inesperienza. Non per questo, i volti dei due preti teologi, i professori Deeper e Clauster, parvero rilassarsi.
Flavus si alzò e subito il silenzio si fece assoluto. I suoi passi risuonarono come rintocchi di pendolo. Prese posto, e quando parlò, la sua voce priva d’inflessione si librò alta tra le architravi dell’Aula Magna e lentamente calò sulla platea.
Iniziò proprio con la celebre metafora dell’Orso; quella che in seguito passò alla storia.
«Voglio raccontarvi una storiella» disse entrando subito nel vivo. «La legge dell’orso». Il silenzio nell’aula si addensò.
«Qualcuno di voi la conosce?».
Gli studenti si scrutarono perplessi.
Il Maestro incominciò con voce pacata «Un grande orso si trova ai piedi di una montagna» fece una pausa. «È nel suo territorio. Attorno a lui ci sono rocce, vegetazione rigogliosa, il fiume…» un’altra pausa, «l’intera foresta sembra appartenergli. Qualcuno sa dirmi perché?».
Il silenzio si trasformò in imbarazzo. L’aula era stata colta in contropiede.
Flavus osservò i volti vagamente scettici dei professori in prima fila «Coraggio, nessuno…?».
Dal fondo, un ragazzo sollevò la mano timidamente «Perché lui è… un orso!» balbettò.
L’aula accolse la geniale affermazione con una sonora risata, che però contribuì ad alleggerire la tensione.
«Sì. Egli è l’orso!» confermò semplicemente lo psichico.
«Beh… quello che volevo dire, è che non c’è nessun altro che può batterlo, tranne…», il ragazzo esitò per un attimo, «un buon Remington 887!».
Risero. Ma stavolta qualcuno anche annuì. Il ragazzo si sedette visibilmente compiaciuto.
«È corretto.» assegnò Flavus «L’orso è il predatore al vertice della catena alimentare, e impone la sua legge alla foresta; una legge che proviene direttamente dalla sua forza».
Il silenzio si ricompose.
«Ora, assegnerò l’esatto ruolo a ogni elemento della storia. L’orso, rappresenta l’intera umanità. La foresta, i fiumi, gli alberi e la sua tana, ritraggono le nostre grandi metropoli, con strade, edifici, e ogni moderna tecnologia». Pausa «Che mi dite riguardo tutto il resto, ovvero i rapporti con le altre specie, le interazioni, le alleanze, i contrasti… la predazione?».
«Il business - La forza lavoro! - I fastfoods - La Coca cola!».
«Gli sbirri… - La legge - I preti!» gridarono dal fondo.
«I professori… Buuuuuuu» risata generale.
«I nemici… le Fanfin!».
Subito il silenzio si rifece assoluto.
«E il Remington?» arrischiò Flavus in modo provocatorio «Anche se una trappola per orsi, nella fattispecie, risulterebbe più appropriata…».
I giovani si scrutarono in cerca del solutore del rebus.
Flavus ne approfittò per inviare direttamente alle loro menti una semplice immagine; niente di particolarmente cruento, solo un orso che tenta inutilmente di risalire da una trappola scavata nel terreno.
Un oh… di stupore echeggiò dalla sala. Un centinaio di ragazzi si alzò per abbandonare l’aula; un comportamento conforme a ciò che avveniva nel resto del mondo. Erano in molti a mal tollerare le capacità mentali di uno Psichico e l’atteggiamento raccomandato dalle guide religiose, da porre in atto ogni qual volta nuove facoltà umane si manifestavano pubblicamente era: Non vedo. Non sento. Non parlo!
Nuove scomode verità venivano a scontrarsi con le più sacre tradizioni, che finora nessuno aveva osato porre in discussione e le religioni monoteiste, che per secoli si erano combattute, oggi si riscoprivano strette in un vincolo strategico, visto che un nemico ben più temibile minacciava di confinarle nel dimenticatoio della storia: la negazione di Dio. Quella reazione intransigente suggerita dall’alleanza delle dottrine di fede, si sparse anche nella nostra Aula Magna.
Flavus, lasciò che gli oppositori defluissero, poi con altrettanta calma riprese a parlare ad aula dimezzata. «Quindi, una trappola per orsi,» rimandò pacato «ma la domanda ora sorge ovvia: chi pone la trappola?».
«Il cacciatore!».
«Perché?».
«Per ricordare all’orso chi è il più forte - il più furbo… - Perché, col cavolo che la foresta è sua! - Per divertimento».
Flavus si volse verso l’ultimo che aveva parlato «Opinione interessante la sua, signor…»
«Jack Mc Namara» precisò un ragazzotto in sesta fila, forte dei suoi muscoli e della sua pessima reputazione «Jack the bear, per gli amici». (N.d.A.: Jack l’orso.)
«Molto bene. È una fortuna che un cacciatore, il signor Mc Namara, sia tra noi quest’oggi», considerò il Maestro «nessuno meglio di lui potrà spiegarci come mai le sue trappole siano sempre vuote».
«Perché li ho già fatti secchi tutti?» avanzò quest’ultimo con aria insolente.
«Sì, vai così, Jack! - Sei grande!» sghignazzarono i membri della sua cricca.
«È una possibilità» accordò Flavus. «Gli orsi giovani e inesperti, che per avidità ficcano la loro sciocca zampa nella trappola del signor Mc Namara per razziarne il cibo, non avranno un futuro, e così facendo alla lunga, priveranno il nostro povero Jack del suo divertimento preferito, oltre che a fare di lui un inutile buono a nulla».
Gli animalisti proruppero in un applauso scrosciante.
«Tuttavia ogni storia che si rispetti può avere finali alternativi» disse Flavus abbandonando il bullo alla sua disfatta «perché è certo che il vecchio orso, nonostante la sua forza, è prudente. Attacca solo se minacciato, e non mette a rischio la sua esistenza senza un motivo valido. Fiuta la trappola. Valuta il pericolo, e sa per istinto quando deve fermarsi».
Il Maestro si protese appena verso il pubblico oramai del tutto affascinato «E adesso ditemi. Chi rappresenta Jack nella storia?».
«Un disadattato? - Un disoccupato!» grossa risata «Un idiota che non ha capito in che epoca vive».
Così la sala liquidò la smargiassata di poc’anzi.
«Un arrogante. - …Sì, un maledetto imbecille!» gridarono dal fondo.
«Ragazzi…» ammonì Flavus, «forse incarna la metafora dell’ignoranza, e gli orsi che finora ha catturato, null’altro se non la debolezza e la pigrizia tipici di buona parte del genere umano. Ma… che mi dite della trappola?».
Nessuno rispose.
«Ecco che ci troviamo a un bivio interessante» disse. «Qualunque direzione sceglieremo, includerà mutamenti radicali al corso delle nostre vite. Però una delle strade sembra più facile; è in discesa, ma conduce alla trappola. L’altra è un sentiero tortuoso che si inerpica verso l’alto. Nessuno sa dove conduce».
Un mormorio di perplessità si levò tra i ragazzi.
«Lasceremo che sia il caso, il pregiudizio o peggio, l’ottusa cecità, a dettare i criteri che condizioneranno il nostro avvenire o piuttosto ci affideremo al nostro buon senso?» chiese con convinzione «e tornando alla storiella, la scelta dell’orso si ridurrà al solito vecchio dilemma, e cioè… varrà davvero la pena rischiare per un facile pasto, o piuttosto sarà la sopravvivenza in gioco, il vantaggio immensamente più grande?».
«Ma la storia non finisce così, Maestro Flavus».
A infrangere la magia del momento era stato il docente della facoltà di storia e teologia, Mons. Ernest Clauster, un gesuita di madrelingua tedesca, a giudicare dall’accento. «Non vorrà privarci del piacere di scoprire cosa rappresentino nella sua affascinante metafora, buon senso e pregiudizio?».
«Niente altro che loro stessi, esimio Professore».
«Ma le sue allusioni erano ben precise!» si interpose il rabbino capo Moshe Rosembaum Av Beth Din. «Non può tirarsi indietro ora. Dovrà assumersi la responsabilità delle sue affermazioni!» ingiunse quest’ultimo tassativamente.
«Affermo che le nuove generazioni dovranno operare scelte libere da pregiudizi culturali preesistenti. Ogni mio intento è volto al conseguimento di questo obiettivo» precisò lo psichico.
Gli sguardi dell’aula rimpallarono su Mons. Clauster. «Quindi è chiaro che lei definisce la fede un pregiudizio culturale. Ma io mi chiedo… cos’altro rimarrebbe all’uomo se perdesse la propria fede?».
«Tutto il resto; dignità, obiettività e certezza di essere artefici del nostro destino».
Monsignor Clauster più inferocito che infervorato ribatté «È scandaloso che voi psichici parliate di libere scelte. Il germe della discordia che voi, avete seminato sull’inconsistenza di Dio, ha confuso gli animi, e gettato l’umanità intera nella disperazione!».
Flavus, si volse a lui pacato come sempre «Noi psichici ci limitiamo a osservare. Secoli di storia attestano come l’umanità resti confusa e disperata con o senza l’intervento di qualunque dio. Tuttavia noi confidiamo che nuove consapevolezze ridimensionino vecchie superstizioni e liberino gli intelletti».
«Quella che, in termini dispregiativi, lei considera una vecchia superstizione, incarna il valore più elevato a cui l’uomo può ambire. La fede nella misericordia di Dio; nel suo perdono!» soggiunse l’altro teologo, il reverendo Deever.
«L’istituto del perdono, esimio Professore, rappresenta la prerogativa esercitata col maggior profitto, proprio dalle caste sacerdotali. La fede nella vita dopo la morte, e il conseguente giudizio postumo, si attestano tutt’ora come i deterrenti più efficaci per controllare o meglio, limitare, la crescita del potenziale umano; un’antiquata trappola per orsi».
«Viceversa il loro disconoscimento rappresenta il cappio che si stringerà al collo dell’intera umanità, se oserete esibire al mondo quelle bestie di vostra macchinazione, spacciandole per il prodotto della naturale evoluzione!» minacciò Mons. Clauster rosso in viso «A causa della vostra arroganza ci troviamo un passo dalla rovina. Dio non c’entra con quegli abomini, messi a punto in quei… vostri laboratori compiacenti, semmai sono frutto di una volontà perversa. La Grazia Divina non può manifestarsi in siffatti esseri ripugnanti!».
«Dio. Il Demonio, e infine l’Uomo! Una triade dagli esiti davvero esplosivi. Ma lei, Monsignore, ci sopravvaluta se allude al fatto che noi psichici possiamo aver dato inizio allo sviluppo di una nuova specie, e riguardo la loro conformazione fisica, beh… è curioso come anche le Fanfin Anglerfish giudichino l’aspetto umano assai sgradevole».
Approfittando della duplice reazione di un pubblico in parte elettrizzato, in parte ammutolito, mi vidi costretta a intervenire. «Signori, vi ricordo che se siamo qui non è certo per riesumare vecchi dissapori, ma per dare un’interpretazione corretta a fatti urgenti e delicati. Vi prego pertanto di limitare il dibattito strettamente a quest’intento».
Monsignor Clauster visibilmente irritato, tornò a sedersi.
In sala la gente era combattuta. Alcuni erano attratti dalle idee seducenti dello psichico. Altri invece, mostravano una istintiva riluttanza a manifestare apertamente contro il concetto stesso di Dio.
Flavus attese qualche secondo, poi si avviò a concludere. «Tesi e antitesi sono alla base di ogni ragionamento logico. Non sono giuste o sbagliate. Entrambe forniscono i parametri essenziali per stabilire criteri funzionali e coerenti. Tuttavia alla luce di nuove scoperte, qualunque schema di pensiero può decadere. Noi non stralciamo l’Almagesti, il più innovativo trattato dell’antichità, scritto da Claudio Tolomeo, solo perché il suo modello di sistema solare non resse il passo con la modernità del pensiero Copernicano. Onoriamo il suo ingegno relativamente alle conoscenze e ai mezzi in uso nella Alessandria del secondo secolo dopo Cristo. Allo stesso modo, se avessimo considerato il tempo come una costante immutabile, come descritto da Sir. Isaac Newton nel suo Philosophiae Naturalis Principia Mathematica del 1700, avremmo probabilmente messo alla gogna il povero Einstein quando due secoli dopo affermava che lo spazio-tempo è una dimensione relativa e variabile. Newton venne fuorviato dalle conoscenze limitate del suo secolo, e difatti… Newton sbagliava. Nondimeno, il suo contributo alla conoscenza fu incommensurabile». Gli occhi di Flavus scintillarono sulla platea. «L’errore è imprescindibile dall’attività umana, ma un errore compreso, si trasforma in una grande vittoria intellettuale. Di qualunque cosa, chiedetevi sempre cosa sia in sé e per sé; quale sia la sua natura, e se alla luce di nuovi fatti, appuraste l’inconsistenza dei vostri presupposti, vi auguro di trovare in voi la forza e il coraggio per distaccarvene».
I ragazzi, conquistati dalla logica delle argomentazioni (e dal fascino di mio figlio), proruppero in un fragoroso applauso, che invalidò il dissenso generale ora in netta minoranza. Dal fondo dell’aula, iniziarono a scandire lo slogan che presto fu gridato all’unisono: «Fanfs: The other face of God!The other face of God! The other face of God!».
Il consiglio dei professori si ritirò alla spicciolata senza rilasciare commenti, prima che fosse resa pubblica la linea di condotta assunta ufficialmente dal Presidente.
Qualche minuto dopo, ci avvisarono che fuori dai cancelli, alcune decine di studenti se le stavano dando di santa ragione e che avevano incendiato alcune auto parcheggiate nella scuola (compresa la mia). Ci fecero sfollare attraverso i corridoi interni, fin all’esterno del campus. Una volta fuori, fu chiaro a tutti che i disordini non erano scaturiti dai soliti contestatori scalmanati, bensì da gruppi organizzati venuti da fuori città apposta per creare l’incidente che avrebbe destato scalpore. E difatti, tra i pestaggi di quel giorno, chi ci lasciò la pelle fu un certo Benjamin Sellers; un operaio che rincasava dal turno di notte e che passò alla storia come il primo morto ammazzato di una lunga serie di delitti che si succedettero a macchia di leopardo nello Stato del Massachusetts, e che gettarono la popolazione nel caos. I network ripresero ogni momento; i roghi, i pestaggi, e soprattutto la testa del povero Sellers fracassata sull’asfalto. Quelle immagini trasmesse al mondo, funsero da aperitivo per il ricco bagno di sangue che avvenne nei mesi successivi.
Come diffusamente annunciato, due giorni dopo, arrivò il regalo di fine anno tanto atteso. Il messaggio telepatico del Collezionista, sulle origini della vita sul nostro pianeta venne trasmesso al mondo intero. In quell’occasione i Maestri, disposti ai quattro angoli della terra e collegati telepaticamente tra loro, inviarono il resoconto integrale, con le immagini e i significati straordinari, così come era stato loro affidato e lo indirizzarono a ogni mente al mondo in grado di poterlo ricevere. La descrizione minuziosa di come la vita si era evoluta a prescindere dalla sovrintendenza di un dio, si propagò tra gli uomini, si accostò a miti fatiscenti divenuti solidi enunciati e si sovrappose ad antiche leggende, squarciando muraglie di superstizioni millenarie. Naturalmente ridestò anche i soliti vecchi interrogativi. Le certezze fondamentali, quelle che tenevano sotto controllo l’onnipresente paura dell’uomo, subirono una poderosa scossa di assestamento. E come in ogni rivoluzione che si rispetti, l’improvvisa mancanza di valori e di riferimenti, produsse violenza, sopraffazione, anarchia.
Fu l’inizio del declino.
Ricordo che in quei giorni eravamo tutti col fiato sospeso, in attesa del contraccolpo culturale. La cosa strana era che noi tutti ci aspettavamo le solite chiacchierate trite e ritrite alle televisioni, o le interminabili polemiche sui giornali o sulle reti olografiche; insomma la reazione più prevedibile, invece niente. Il pianeta e noi… le sue zecche, ce ne restammo buoni buoni, come quando ci si incolla alla sedia prima di uno sternuto, coi maxischermi posti agli angoli della città, che trasmettevano le finali di campionato, le quotazioni dei titoli, le previsioni del tempo, lasciando crescere il vuoto mediatico sapientemente progettato come la pressione sotto il coperchio della pentola.
Non successe un bel niente per parecchio tempo. Certo, non potevano impedirci di discutere, ma la quasi indifferenza dei mezzi d’informazione non fece che rafforzare gli incubi peggiori. Nessuno si procurò di rassicurare la gente, abituata come era a sentirsi programmare addirittura la giornata. Nessuno si preoccupò di aiutarla a metabolizzare l’improvvisa latitanza di Dio, come anche l’ascesa di una razza sconosciuta. E pochissimi furono coloro in grado di interpretare correttamente il mentalswap (N.d.A.: transfert mentale ) del Collezionista, un’entità-elemento ritenuto fortemente controverso dai più.
Non ebbi notizie da Flavus per intere settimane, segno di quanto fosse impegnato, e non prestai ascolto al mio intuito che sostituii con dell’incauto ottimismo. Devo ammettere che non mi curai più di tanto del deteriorarsi della situazione. Non compresi, non subito almeno, che si era messa all’opera una volontà perversa, facente capo a un ristretto manipolo di individui fuori di testa, i quali di fatto, si aggiudicavano il diritto di accrescere l’instabilità sociale e di generare paura.
Dalla paura alla violenza il passo fu breve.