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L'ingresso segreto di Torre Matidia

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Torre Matidia, risalente alla fine del 1300, si erge lungo la via Flaminia, e pare fosse usata come scrigno-cassaforte per proteggere ori e preziosi dalle scorribande dei briganti che in quell’epoca buia infestavano le contrade umbre. Il giovane Febo Nalli nel xix secolo studia per diventare matematico e, consultando antichi documenti e risolvendo quesiti, riuscirà a individuare l’accesso della torre rimasto celato per oltre quattro secoli.

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PROLOGO
PROLOGO Ho deciso di sperdermi nel vento. Mi farò cremare e le mie ceneri si poseranno sulle foglie degli alberi, sull’erba, tra i ciottoli e le ripe delle strade che ho percorso. Che senso ha finire in una bara sottoterra. Non ho figli. Non ho nipoti. Non ho parenti. Nessuno porterebbe un fiore sulla mia tomba. Nessuno verrebbe a pregare per la mia anima. Piuttosto che marcire in una fossa preferisco bruciare e spargere le ceneri al soffio impetuoso della tramontana. Aspetto la morte serenamente, appagato e soddisfatto di aver superato avversità e contrasti, dispute e contese, risolto quesiti e dato un contributo alla conoscenza. Ho avuto onori e il mio nome è riportato in trattati di matematica e di filosofia. Ma tutto si dimentica, tutto scorre e trapassa. Per questo, fin da giovinetto, ho preso il gusto di scrivere quaderni. Li ho scritti nelle osterie durante le soste, di sera in camere di bettole prima di coricarmi. I quaderni sono stati i miei compagni di viaggio. Ogni vita ha il suo pregio per essere tramandata ai posteri. Non può spegnersi senza un ricordo, un commento, neanche un testamento. Però, forse, chissà, i miei quaderni imputridiranno in una discarica, o, magari, saranno usati per accendere i fuochi all’aperto e nei camini. I miei pensieri diventeranno cenere così come sarà di questo vecchio corpo stanco. Il mio nome è Fabio Nalli. Fin da piccolo crescevo di una tale bellezza che parevo un figlio di Apollo. Così fu che i miei genitori, Angiolo e Assunta, cambiarono Fabio in Febo, in onore del dio greco della bellezza. Avevo sei anni quando accadde quella tremenda disgrazia. Caddi sul fuoco e un tizzone mi divampò in faccia, bruciandomi dalla ciglia allo zigomo, fino al lobo dell’orecchio destro. Sul mio viso restò indelebile il segno di quella tragica mattina di dicembre del 1866.

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