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2066 Parole
“Spiegarmi? Spiegarmi cosa? Perché mi abbia usato come uno zerbino, per pulirsi di dosso il suo stesso sangue?” Allargò le braccia per mostrarsi in tutto il suo splendore: era talmente zuppa da aver sgocciolato sangue sull’immacolato pavimento di fine ceramica. Poi di colpo sbiancò, quando realizzò con orrore quanto ancora Bill le avesse mentito. Le braccia ricaddero molli sui fianchi mentre chiedeva: “Aspetta… Chi diavolo sarebbe Tom?” Dopo un momento di silenzio imbarazzante, che servì solo a farla sentire ancora più stupida, si lasciò convincere a seguire quel tipo, Doc, in una delle stanze vicine ma, ad eccezione dei due vampiri con nomi di animale, che la salutarono ridacchiando per andare a fare quello che gli era stato ordinato, Gus si rifiutò di lasciarla. “Sai, non capita praticamente mai di ricevere visite femminili proprio qui, nel cuore della nostra base operativa. E con mai… “a questo punto, abbassò la voce per dare un tono drammatico alle sue parole, “… intendo mai negli ultimi due secoli! In altre parole, da quando fu tirato su questo edificio!” Alice ne rimase così scioccata da sputare in faccia al medico il termometro che le aveva fatto mettere in bocca. Soddisfatto, Gus prese a dondolare. “Eh già. Siamo super, mega, iper, stramaledettamente attenti a chi portiamo nel nostro quartiere generale. Noi lo chiamiamo Campo. A proposito, com’è che tu non hai il terrore negli occhi e non stai urlando a squarciagola? Vuoi che ti mostri i canini?” Già, perché? Non che non avesse paura, anzi, ma anche dopo tutto ciò che era successo, la curiosità era ancora più forte del terrore. Si strinse di più al petto la coperta che, con grande sensibilità, Doc le aveva poggiato sulle spalle, e si ritrovò a valutare se dirgli o no la verità. Optò per l’onestà, perché non aveva nulla da perdere. “A quanto pare, il mio istinto di sopravvivenza fa schifo. Scherzi a parte, le ultime ore sono state davvero orribili, ma mi hai detto che le cancellerai dalla mia testa, quindi cerco di essere ottimista e, finché posso, ne approfitto. Voglio saperne di più su di voi.” Doc la guardò allarmato. “Non è prudente fare troppe domande. Non siamo dei barbari, ma meno ne sai, meglio è per te.” “Oh no, non dicevo sulla vostra, come dire, organizzazione militare o gerarchica! Io intendevo solo chiedere come sia essere uno di voi… cioè, un vampiro.” Deglutì a vuoto per la stranezza di ciò che aveva appena detto e lo implorò con lo sguardo. Nessun uomo resisteva ai suoi occhietti dolci da cerbiatta. Gus si sedette accanto, sul lettino di quell’attrezzatissima infermeria e, allo stesso modo, prese a fargli uno sguardo da cane bastonato, aggiungendo con saggezza il tocco del labbro tremante in fuori. Doc scosse la testa, ridendo. Alice notò che era davvero un bell’uomo, con quei lineamenti così signorili e le labbra sottili e ferme che, aprendosi in un sorriso amabile, davano modo di mostrarsi a due simpatiche fossette sulle guance. Gli occhi, poi, erano dell’azzurro più chiaro e limpido che avesse mai visto. Lui si passò una mano tra i folti capelli castani, riportando indietro un ciuffo più corto. “Va bene, ma promettimi che dopo ti farai esaminare per bene. So che non hai ferite aperte ma…” “Lo sai?” lo interruppe, già piena di domande. “Avete il super olfatto, vero?” Lui annuì e Gus fece finta di annusare tutto, come un cane da tartufo. “Quale altro potere avete?” chiese, eccitata. “Insomma, ne avete, vero? Bill… cioè Tom, può volare, quindi immagino che anche voi sappiate farlo.” Non era mai stata molto presa dal mondo letterario dei vampiri, tuttavia averne due davanti, in carne e ossa, e non approfittare dell’occasione, le sembrava un assurdo spreco. Gina, al suo posto, avrebbe reagito alla stessa maniera. Solo, magari, abbassandosi la scollatura. Doc le strinse il laccio emostatico sul braccio e andò a prendere una piccola siringa, per prelevarle un campione di sangue. Non le sfuggì che aveva indossato un doppio strato di guanti protettivi di lattice. “Noi non li chiamiamo poteri, ma Doni” le spiegò, toccandole una vena con il dito. “Escludendo Tom, che è un caso a parte, noi altri abbiamo tutti i sensi più sviluppati, ma queste sono caratteristiche con le quali nasciamo. Come la velocità e la forza.” Per darne una dimostrazione più efficace, Gus cominciò a fare rapido il giro della stanza, fermandosi prima alle sue spalle, poi dietro Doc, infine accanto alla porta. “Siamo come Flash, solo più reali. E più muscolosi, ovvio.” “Lo vedo. Caspita che invidia mi fate! Ma cosa significa che nascete ? Che ne è della storia dei morsi, della trasformazione dolorosa, del Signore che vi concede la vita eterna?” Doc le tamponò il buchetto sull’avambraccio con del cotone idrofilo imbevuto di alcol. “Tutte sciocchezze, generate dalla fantasia umana. Qualcuno può essere in effetti trasformato in modo accidentale, ma sono casi rari. Noi vampiri siamo molto attenti a chi concediamo di entrare nei nostri ranghi. Per non parlare del fatto che siamo gelosi del nostro stesso sangue e, quando decidiamo di donarlo, c’è sempre un motivo specifico. La trasformazione, quando è ufficiale, avviene secondo regole ferree, stabilite molto tempo fa da chi ci governa. E si fa tutto in piena sicurezza, con medici, infermieri e un gran numero di medicine, sia umane sia vampiresche. In realtà, veniamo al mondo nascendo, proprio come voi umani. Non siamo creature mitologiche, ma esseri in carne e ossa e, sebbene il nostro cuore non batta, fummo creati millenni addietro, insieme all’uomo, agli angeli, ai demoni, ai licantropi…” Alice si portò una mano alla bocca, esterrefatta dalla rivelazione. “Vedo che sei impallidita, forse è meglio che non aggiunga altro. A volte straparlo come un medico” concluse lui ironizzando. Lei però non poteva fermarsi: la sua sete di conoscenza non era stata soddisfatta nemmeno un po’ e, nonostante il turbamento iniziale, voleva sapere di più. Affascinata, li convinse a spiegarle che, essendo procreati alla maniera classica da due genitori vampiri, potevano ereditare il Dono speciale di uno dei due o, al massimo, di qualche congiunto. “Per esempio” le spiegò Gus “il sottoscritto può controllare le macchine. Così.” Schioccò con molta scena le dita e tutti gli apparecchi elettronici presenti nella stanza si accesero: il computer, l’ecografo, le lampade di emergenza, il defibrillatore e persino la macchina per il caffè. Poi disse: “Abracadabra” e tutto smise di funzionare. “Fantastico! Quindi tuo padre o tua madre hanno questa stessa capacità?” “Non proprio. I miei non sono più in vita da un tempo immemorabile e i Doni hanno la capacità di evolvere, per così dire.” “Per aiutarci nell’adattamento ai nuovi livelli di civiltà” aggiunse Doc. “Più le specie si evolvono, più i Doni cambiano.” Gus proseguì a tutta birra. “Mio padre aveva una passione per la meccanica e trascorreva ore a inventare, progettare e far funzionare aggeggi che avrebbero fatto morire d’invidia Leonardo da Vinci. Ma la tecnologia si è evoluta ed io oggi, nel ventunesimo secolo, comando le macchine fino a due, trecento metri di distanza e potrei ordinare ai computer della mia postazione di recuperare quei video che ha richiesto il capo, se solo volessi.” Alice gli rivolse un’occhiata sospettosa. “E perché non vuoi?” “Perché l’ho già fatto, mentre gli urlavi contro. Con chi credi di stare a parlare, stellina?” Sentirsi apostrofare di nuovo con quel nomignolo mise in pausa il suo entusiasmo. “Anche Bill… cioè Tom, o come diavolo si chiama, ha usato quel vezzeggiativo, perciò ti sarei grata se lo evitassi. Altrimenti rischio di trasformarmi di nuovo in un drago sputa veleno e, per oggi, non ne ho le forze.” Gus le dette una spallata cameratesca che per poco non la fece cadere dal lettino. “Ti dirò, non eri male come drago. Di certo non avevo mai assistito a una scena più spassosa. Era proprio ora che qualcuno dicesse a Tom di quel palo nel cu…” “Gus! Non la incoraggiare.” “Andiamo, lo sai anche tu. Tom a volte è insopportabilmente borioso. E non vorrai dirmi che ti sta bene il modo in cui ha trattato lei! Saremo anche vampiri, ma sempre gentiluomini.” Doc, che si era messo a studiare le sue ginocchia appena sbucciate, si alzò e gettò i guanti in un bidoncino, accanto a un armadietto zeppo di fiale e medicinali. “Ovvio che non lo approvi, però di rado comprendiamo fino in fondo le motivazioni che inducono Tom ad agire come fa. Adesso ho bisogno che sospendiamo la chiacchierata, perché Alice ha bisogno di rinfrescarsi un pochino.” “Oddio” esclamò inorridita “non ditemi che puzzo!” Il bel medico la tranquillizzò. Il sangue di Tom su di lei era così tanto che le sue ferite, per quanto superficiali, non si vedevano. Le indicò il paravento e intimò a Gus di farsi un giro. Questi scese, sospirando in modo così buffo che Alice non poté trattenere una piccola risata. “Ah quindi respirate?” “No, però il sospiro ci stava bene. Magari dopo posso mostrarti come svengo!” “Ci sto. A dopo, Elettro Man” lo salutò scherzando. Lui spalancò gli occhi e sorrise radioso. “Doc, mi piace tanto. Possiamo tenerla?” Doc gli chiuse la porta in faccia senza troppe cerimonie. “Dov’è un bavaglio, quando te ne serve uno?” mormorò, fingendosi irritato. Spogliarsi richiese un po’ di tempo perché, una volta davanti allo specchio, dietro il paravento, Alice rimase a fissarsi a lungo, sgomenta per il suo aspetto. Il soprabito, macchiato di sangue e vomito, era da buttare. Il vestito, che era costato quasi lo stipendio di due mesi, era anch’esso imbrattato e strappato in più punti. I capelli ormai erano gonfi sopra, mosci sotto e, dopo aver subìto il trattamento aereo di Tom, erano anche pieni di nodi. Tracce di mascara le rigavano le guance, gli occhi erano gonfi e arrossati come i piedi nudi, mentre qua e là poteva scorgere strisce di sangue già rappreso. E, in tutto questo, Tom aveva avuto ragione: il reggiseno era proprio rotto. Pensare a lui la turbò profondamente. Non era in grado di decifrare le sue intenzioni e, per quanto non volesse ammetterlo, dovette accettare la possibilità che non rivederlo mai più fosse la soluzione migliore. Preferiva non pensare ai suoi baci, alle carezze, al desiderio che le erano sembrati reali e, soprattutto, reciproci. Le aveva mentito su tutto, perché non su quello? La voce di Doc interruppe quella serie di pensieri tristi. Le passò un camice verde da indossare e qualche salviettina detergente. “Ti accompagno in una stanza per gli ospiti, così potrai fare una doccia, se te la senti. Intanto io vedrò di procurarti dei vestiti puliti.” “Grazie mille. In effetti, i miei sono da buttare. Potrei chiederti anche un caffè caldo? Sento questo sapore dolciastro che non va via.” “Provvedo subito. La macchinetta è qui apposta, io adoro il caffè. Pensi di avere ferite in bocca?” Alice si passò la lingua sui denti e sulle gengive. “Non mi sembra, ma Tom perdeva fiumi di sangue e io cercavo di aiutarlo…” Il ricordo improvviso della sparatoria la fece sussultare. Le mani presero a tremarle con violenza e se le strinse tra le gambe, per tenerle ferme. “Se può servire a tranquillizzarti, sappi che non credo, nella maniera più assoluta, che tu abbia ingerito il sangue di Tom. Se lo avessi fatto, ora saresti guarita e ti sentiresti in splendida forma. Inoltre Tom non ha mai fornito di sua spontanea volontà il suo sangue a…” “Una nullità come me?” concluse lei, sforzandosi di non piangere. “A nessuno, Alice. Proprio a nessuno. Tom è… complicato e molto riservato. Come ti dicevo, offrire il nostro sangue è un evento raro e non casuale. Posso dire con certezza che, per uno come lui, significherebbe voler creare un legame, anche se, da solo, il sangue non basta. Ora però non preoccupiamoci di questo. Meglio pensare alle ferite che puoi aver riportato a causa del tamponamento.”
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