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2016 Parole
Doc aveva ragione, doveva pensare a se stessa. Si ripulì il viso, si spogliò e, piena di rabbia, gettò tutto a terra. Indossò il lungo e largo camice verde e, stringendoselo come meglio poté, lo seguì, accettando volentieri il suo braccio e la tazza di caffè, caldo e fumante. Rimase a crogiolarsi sotto la doccia per almeno mezz’ora. L’acqua tiepida le scorreva veloce sul corpo, ripulendolo da ogni traccia residua del profumatissimo sapone al gelsomino che aveva utilizzato. In genere preferiva il bagnoschiuma liquido, ma sentire la tavoletta solida tra le mani e passarla con vigore dappertutto le aveva restituito una certa dose di lucidità. Era solo un po’ ammaccata sulle braccia e sulle gambe, non aveva altre ferite preoccupanti. Persino le ginocchia, che aveva creduto sbucciate, in realtà erano sane. Doveva essersi sbagliata, quando le aveva viste insanguinate. Solo il collo e il petto dolevano un po’, ma non era niente che non potesse passare con qualche aspirina, una bevanda calda e tanto riposo. Non altrettanto poteva dirsi della sua sofferenza emotiva, però d’istinto si fidava di Gus: se lui era bravo con le macchine, poteva esserlo anche con le persone. In fondo, anche il corpo umano è una macchina, no? Certo, era atterrita dall’idea che qualcuno modificasse i suoi ricordi, ma meglio quello che perdere la vita, come fosse un testimone scomodo. Ancora una volta, si ritrovò a riflettere su quanto fossero strani quei vampiri. Non l’avevano morsa, come si aspettava che facessero, né ipnotizzata o rinchiusa in una cella. Allora come avevano fatto a guadagnarsi la reputazione di signori della morte? Da millenni popolavano la terra, senza mai uscire allo scoperto, ma come sopravvivevano? La luce diurna li faceva davvero incenerire all’istante? E quanti di loro usavano le loro doti particolari per avvantaggiarsi nella vita di tutti i giorni? Fu altrettanto inevitabile pensare a Tom, che volava, era forte e veloce e chissà quante donne ignare aveva abbindolato, usato per i suoi scopi, morso e dimenticato, nella sua lunghissima vita. Rabbrividì sotto l’acqua, grata di non essere stata una di quelle poverette, e si decise a uscire dalla doccia. Nel tragitto dall’infermeria a quella sontuosa stanza da letto, in cui aveva l’onore di essere ospitata, Doc le aveva spiegato che, per un qualunque vampiro, il sangue di una vergine rappresentava un pericolo notevole, paragonabile a quello di un drogato che assuma eroina allo stato puro. “In realtà, non è così che un vampiro può morire. Solo la decapitazione e una ferita al cuore, procurata con dell’argento, possono ucciderci. Però credimi se ti dico che quelle povere anime che hanno provato il sangue virginale avrebbero preferito la morte definitiva. Sai, c’era uno di noi…” Lo sguardo triste e perso nel vuoto le dissero ciò che Doc non aveva l’ardire o la voglia di ricordare. “Cadiamo in preda ai nostri peggiori istinti, diventiamo davvero quelle bestie senza scrupoli di cui è piena la letteratura umana e fidati, quando sei un essere in teoria eterno, spesso la bontà e la dolcezza sono solo vaghe memorie. Un sangue così puro ci brucia letteralmente ogni vena del corpo e, quando al dolore fisico si accompagna il tormento mentale, la fine non è lontana. Allucinazioni e vaneggiamenti, tanto per dirne un paio, sono sintomi molto comuni, così come confusione, terrore, paranoia. Impazziamo del tutto, dando sfogo a ogni singola, recondita ossessione.” “E in tutti questi secoli, non avete trovato una cura che funzionasse?” Doc aveva scosso il capo. “La cerco da tanto. L’unica cosa efficace è sedare il paziente in modo massiccio e continuo, per tutti gli anni della malattia.” “Anni?” “Oh sì, la frenesia del sangue virginale dura fino a cinque anni, ma nessuno è sopravvissuto tanto a lungo perché, anche sedato, il paziente soffre in modo straziante. Molti scelgono il suicidio oppure l’eutanasia appena ne vengono contagiati, se vengono soccorsi in tempo e riescono a comunicarlo. Per le famiglie è una tragedia immane.” “Messa così, capisco l’avvertimento di Tom, però non posso sopportare che abbia avuto quel totale cambio di personalità.” “Che vuoi dire? Era diverso con te?” Alice si morse la lingua. Forse non era un bene raccontare i dettagli della serata: se Tom lo avesse scoperto, non ne sarebbe stato felice. “Diciamo che all’inizio è stato gentile e affascinante. Poi è diventato quello che hai visto anche tu, uno stronzo senza cuore.” Doc si accarezzò il mento, meditabondo. “Mi sembra che molte cose inconsuete siano accadute nelle ultime ore. Meglio non giudicare prima di conoscere tutti i fatti.” Certo, era facile per lui difenderlo: non era lui ad essersi fatto baciare come se la fine del mondo fosse stata imminente! Si avvolse di più nel morbido telo da bagno e s’infilò sotto le coperte per calmare i brividi, scatenati dal ricordo preciso delle sue labbra morbide ed esperte. Se le circostanze fossero state differenti, sarebbe senz’altro riuscita a godersi la calma di quel momento, quel grande, comodo materasso, le morbidissime lenzuola di cotone, il silenzio rinfrancante… Si addormentò senza volerlo, vinta dalla stanchezza. Dopo quelli che le parvero due secondi, sentì un tocco delicato che cercava di destarla. Si stiracchiò per bene, abbassando con una mano la coperta e, con essa, parte del telo da bagno. Era così stanca! Forse l’aveva sognato. Rimase intorpidita, ai limiti del sonno, con le braccia sollevate sul cuscino, i seni caldi e pesanti esposti a quella corrente, leggera e assai piacevole, che le accarezzava la pelle. Poi sentì i capezzoli inturgidirsi mentre non l’aria, ma un dito, perfettamente solido, li sfiorava, prima uno, poi l’altro… Aprì gli occhi all’istante, sicura che nella stanza ci fosse qualcuno. Per fortuna si era sbagliata. Forse si era toccata da sola. Sollevata e ormai sveglia, guardò l’orologio a parete e vide con orrore che aveva dormito fino a mezzogiorno. Perché Doc non l’aveva chiamata? Corse alla porta e, con cautela, la aprì. A terra era stata poggiata una busta, con un biglietto recante il suo nome. La prese e la svuotò sul letto. Doc le aveva trovato qualcosa da indossare e, pur dubitando che fossero abiti della sua taglia, fu felice di avere qualcosa di pulito con cui tornare a casa. Come sospettava, i pantaloncini neri da corsa erano enormi e, in pratica, in un buco poteva infilare entrambe le gambe, ma se li strinse per bene con il laccio in vita e sperò che tenessero. Anche la camicia era larghissima e, stando al colore rosso e arancione, alla fantasia fiorata e al profondo scollo a v, dedusse che fosse di Gus. Le erano molto simpatici, quei due. Li avrebbe frequentati volentieri, se fossero stati umani. Scosse il capo, sorpresa di riuscire a fare certi pensieri quando, invece, avrebbe dovuto preoccuparsi a morte. Annodò i due lembi della camicia, per non farli penzolare sulle ginocchia e, con orrore, si accorse che la scollatura avrebbe reso noto a tutti che non portava il reggiseno. Splendido. Adesso i suoi seni avrebbero ballonzolato felici ad ogni passo e c’era seriamente il rischio che si affacciassero a salutare i presenti. Rassegnandosi all’inevitabile, andò in bagno e, evitando con cura di rimirarsi nello specchio, si pettinò alla meno peggio, sistemando i capelli in una lunga treccia laterale, che fermò con la striscia di rafia che aveva tolto dal sapone. Non era ancora pronta a fare i conti con i graffi sul viso e, soprattutto, con i propri occhi: vi avrebbe letto sentimenti che non solo non avrebbe potuto spiegare, ma che, presto, sarebbero stati cancellati. Dunque a cosa serviva farsi bella? Lei li avrebbe dimenticati e loro, nel corso di quelle lunghe vite, avevano senz’altro visto di peggio. Bussarono alla porta e Alice trasalì. Corse ad aprire e si ritrovò davanti Doc. “Bene, vedo che sei sveglia.” “Mi dispiace tanto! Mi sono appisolata senza rendermene conto. Perché non sei venuto a svegliarmi?” si scusò, mortificata. Lui le sorrise con indulgenza e la invitò a seguirlo. “L’ho fatto ma ti ho sentito russare e non ho voluto tormentarti oltre.” Lo guardò storto. “Russare, io? Non è che hai sbagliato porta?” “Anche se fosse, sei l’unica persona che respiri in tutta la struttura. Comunque posso tenerlo segreto, se vuoi.” Le strizzò l’occhio e, prima di cambiare idea, Alice gli sussurrò: “È stato bello conoscerti, anche se per poche ore. Con te mi sento stranamente a mio agio. Certo, devo fare quattro passi per ciascuno dei tuoi ed eseguire quasi un ponte all’indietro per guardarti in faccia, ma ne vale la pena.” Doc sembrò rattristarsi e rallentò. “Lo è stato anche per me. A volte mi chiudo nel mio studio per giorni, senza mai sollevare la testa dal microscopio, se non per nutrirmi.” Quando lo fissò con sospetto, lui aggiunse con prontezza che, per quanto lo riguardava, le sacche di sangue, congelato e riscaldato al microonde, andavano più che bene. “Quindi usate solo quelle? A che vi servono i canini?” “Esistono dei posti, veri e propri bar per vampiri, dove ci nutriamo anche da umani consenzienti, che vengono ripagati profumatamente e poi azzerati. In altri locali, purtroppo, la sicurezza non è garantita. Siamo protetti da malattie e infezioni, ma le cose possono andare storte in mille modi, per entrambe le specie. Gli umani hanno imparato a difendersi bene. Pensa che, solo lo scorso mese, uno dei nostri si è visto piantare un paletto di argento a due centimetri dal cuore! Al povero Corvus è rimasta una gran brutta cicatrice.” “Come?” domandò sconcertata. “Non guarite del tutto?” Doc scosse il capo. “L’argento è l’unico metallo che riesca a farci davvero male. I segni che lascia scompaiono dopo mesi, anche se si tratta di piccole cicatrici. Per paradosso, i medicinali migliori da utilizzare in quei casi sono proprio quelli umani… Cambiando argomento, vedo che non hai più graffi sul viso e che riesci a muoverti meglio: deduco che il torcicollo sia migliorato. I dolori allo sterno come vanno?” Alice si toccò in più punti e sorrise. “Sto bene. Affaticata al punto che dormirei per due settimane ma me la caverò. Lo faccio sempre.” “Ottimo. Confermo che le mie analisi, anche se solo visive, ti danno ragione. Ti confesso che è da un po’ che non avevo un paziente umano, mi sarebbe davvero piaciuto rinfrescare le mie nozioni mediche.” Le aprì la porta di un ufficio e le cedette il passo, mentre lei rispondeva ammiccando: “Doc, quando vorrai giocare al dottore, dovrai solo dirmelo!” Poi guardò di fronte a sé e le passò la voglia di ridere. Tom era in piedi, Gus seduto, entrambi di spalle e intenti a osservare un video su uno degli schermi a parete. Il tecnopatico stava digitando alcuni comandi sulla testiera e, vedendola entrare, smise di colpo per girarsi e salutarla con un allegro: “Ehilà dormigliona, bentornata tra noi!” La tastiera, come per magia, continuò a scrivere da sola. “Ciao Gus.” Dovette schiarirsi la voce, perché d’un tratto si sentiva una timida bambina di cinque anni. “Scusami per averti fatto aspettare ma io…” “Oh no, niente affatto. Anzi, mi hai dato il tempo di prepararti una sorpresina.” Si alzò e le indicò una scrivania. Solo allora Tom si voltò, continuando però a ignorarla con ostentazione. Il suo cuore, invece, saltò un battito e la pressione salì alle stelle. Si era cambiato, optando per un look forse più tradizionale per lui: pantaloni neri sportivi, che aderivano così bene da mettere in evidenza le cosce potenti e atletiche, e una maglietta grigia, con scollo a v, che nulla poteva per celare allo sguardo il petto erculeo, privo di fori di proiettile. Alla cintura, portava con naturalezza alcuni coltelli di varie dimensioni. Il perfetto guerriero vampiro, ecco cos’era. Impossibile non esserne affascinata. Non guardarlo nemmeno tu, sciocca ! si ripeté, cercando di concentrarsi sulla grossa busta che Gus le aveva messo sotto il naso.
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