Capitolo 4
Cinque anni dopo
CAMPBELL STEVENS
Finisco di indossare la camicia da notte e poi getto a Jake i suoi jeans. «Alzati. Vattene.»
Jake arriccia le labbra e fa il broncio. È proprio una femminuccia.
Partenza piagnisteo in tre, due, uno...
«Andiamo, Cam. Posso rimanere almeno stanotte?»
Sì, per un ragazzo questo è decisamente un piagnisteo.
I suoi occhi, a malapena visibili sotto i capelli biondi arruffati, sono stanchi e per meno di un millisecondo empatizzo con lui. Abbiamo avuto una serata movimentata al lavoro, dove ci occupiamo insieme del bar, e so che è esausto perché lo sono anche io. Ma no, qui le cose non funzionano così, e lui lo sa.
«Certo che no. Vattene via Jake, così andrò a letto.» La mia voce è dura.
Ha cominciato a essere un po' soffocante nell’ultimo periodo, e forse dovrei mettere fine al nostro accordo, se così vogliamo chiamarlo. Facciamo sesso un paio di volte alla settimana e andiamo solo a letto insieme, però, tecnicamente, non ci stiamo frequentando. Non usciamo a cena, non ci coccoliamo, non facciamo qualsiasi altra cosa farebbe la gente in una relazione che la classificherebbe come coppia. Per noi è solo sesso.
«Gesù, Cam. Non ti sto chiedendo di sposarmi, ma solo di fermarmi a dormire una volta dopo aver scopato. È tardi e sono stanco, non mi va di attraversare tutta la città sulla metro "L".»
«Scopiamo, te ne vai... questo è l'accordo. Non ti piace? Non scoparmi. Ora vai» dico, senza rimorsi.
Jake mi è rimasto intorno molto più a lungo di altri miei – in mancanza di un termine migliore –amici di letto. È conveniente con lui perché lavoriamo insieme e abbiamo gli stessi orari. Di solito, arrivati a questo punto, l’uomo mette fine al nostro accordo così da cercarsi qualcun'altra, però Jake è rimasto, e una parte di me si chiede se stia cominciando a volere qualcosa di più. Spero proprio di no.
Non voglio relazioni. Non ne ho mai avute. Non voglio mettermi in situazioni in cui sono vulnerabile. Devo essere io quella che conduce il gioco. Non sono fatta per fare la fidanzata: non ho la capacità di dare amore a qualcuno, tutto qui. Quell'abilità mi è stata portata via molto tempo fa.
«Bene.» Stizzito, Jake si tira su i jeans e si infila la camicia. Apre la porta della mia camera da letto per andarsene. «A dopo» aggiunge con un tono seccato, prima di chiudersi con forza la porta alle spalle.
Gli passerà.
«Ci vediamo» borbotto alla camera vuota. Mi butto sopra il letto e mi avvolgo il piumone intorno al corpo. Sono talmente stanca che mi addormento in pochi secondi.
***
«Non so perché sei così scontrosa, Cam. Non è la tua migliore amica? Dovresti essere felice di vederla.» La voce di Claire è dolce, come sempre.
Mi volto verso quella che è la mia compagna di stanza da quasi cinque anni, mentre verso la panna al sapore di vaniglia francese sul mio caffè. «No, Claire, tu sei la mia migliore amica. Lei lo era tanto tempo fa.» Mescolo il caffè con così tanta rabbia che ne verso un po’ sul bancone. «È egoista, maleducata e viziata. Perché pensi che io sia venuta a Chicago, tanto per cominciare?»
Claire fa un sorriso ironico. «Be’, ho sempre pensato che tu fossi venuta a Chicago per la tua borsa di studio.»
Claire ha ragione, sono venuta qui per andare alla DePaul University, dove ho ottenuto una borsa di studio completa. La DePaul non era stata l’unica università a offrirmela, ma era quella più lontana da casa, e volevo più distanza possibile da quella gente.
Avevo lavorato duro tutta la vita per sfuggire al destino di mia madre. Anche quando ero più piccola volevo di più per me.
Non tutte le persone con cui sono cresciuta erano totalmente orribili, ma sembrava che fossero fissate a voler ripetere lo stesso ciclo di vita insignificante. Stare in mezzo a loro mi avrebbe solo ricordato il gran casino che avevo creato, e che ora è la mia vita.
Non vedo Lexi da due anni, dall’ultima volta in cui sono tornata a casa per Natale. Anche se ci siamo viste solo poche volte dall’estate dopo il diploma, siamo rimaste in contatto tramite messaggi, telefonate e social. Sta venendo a trovarmi perché dice che le manco.
A essere sincera sono terrorizzata all’idea. Non sono sicura del motivo per cui non metto semplicemente fine a questa amicizia unilaterale, ma qualcosa dentro di me non me lo permette.
Lexi potrà anche essere un’amica piena di difetti, ma crescendo è stata come una famiglia per me, e faccio fatica a lasciarla andare. Ma oni volta che mi trovo in sua presenza mi tornano in mente tutti i brutti ricordi e il risentimento che provo nei suoi confronti. Non sa niente di quello che è successo in Messico, e per questo motivo non ha idea del fatto che nutro questi sentimenti negativi. Anche se ho provato a scacciarlo, quel risentimento rimane.
Quando sono tornata dalla pausa di primavera, la mia vita è andata in pezzi. Non riuscivo a mangiare, non riuscivo a dormire e quando ci riuscivo mi svegliavo trattenendo a malapena le urla mentre l’incubo si dissolveva.
Sono caduta in una profonda depressione. Non mi interessava più nulla. Ho smesso di andare a lavorare, saltavo le lezioni, non facevo i compiti. Ho iniziato a bere e a fumare erba con Lexi e Jules. Lexi, essendo la persona egocentrica che è, pensava fosse fantastico. Ai suoi occhi me la stavo finalmente spassando. Ha pensato che alla fine mi fossi stancata di essere la solita brava ragazza e avessi deciso di folleggiare prima di partire per il college.
Fino a quel momento ero in lizza per essere la diplomanda che avrebbe tenuto il discorso di commiato, ma ho mandato tutto all’aria. Sono stata fortunata a essere riuscita a tenermi la borsa di studio. Per fortuna i miei insegnanti devono essersi dispiaciuti per me, e si sono resi conto che qualcosa non andava nella mia vita, perché sono stati estremamente indulgenti con i miei voti finali. Mi sono diplomata con un 3.9, nonostante le carenze degli ultimi due mesi di scuola. Ripensandoci, la compassione e l’intuizione dei miei insegnanti riguardo al mio inferno personale sono stati una vera benedizione. Se i miei voti fossero scesi troppo avrei perso la borsa di studio, sarei rimasta bloccata a Jacksonville, e ciò mi avrebbe rovinato del tutto.
Sorrido a Claire. Lei è stata la mia migliore amica fin da quando ci siamo conosciute al primo anno di college, quando abbiamo diviso la stanza al dormitorio. Da quel momento in poi abbiamo vissuto insieme e ora condividiamo un appartamento. È una vera amica, gentile, premurosa e altruista. È il tipo di ragazza che ero io un tempo. Forse è per quello che mi sento così legata a lei: è un promemoria di un riflesso ormai lontano e, se non posso essere più quella persona, almeno posso stare con qualcuno che mi riporta in mente quei vecchi ricordi di me stessa.
È l’esatto opposto di Lexi, e penso che sia un’altra delle ragioni per cui le voglio così bene. Claire tiene in considerazione i miei sentimenti e li rende una priorità. Le importa sinceramente se sono felice e fa la sua parte per aiutarmi a esserlo. Non mi avrebbe mai lasciata da sola in una discoteca, in un paese straniero.
«Ha avuto qualcosa a che fare con la borsa di studio, ma anche voler fuggire dai miei insopportabili amici di casa ha avuto un ruolo importante» le rispondo.
«Be’, penso che ti farà bene vederla. Sono felice che venga a trovarti.»
«Almeno una di noi due lo è» dico sarcastica. «Puoi venire con me all’aeroporto? Ho bisogno di supporto morale.»
«Certo» risponde Claire ridendo. «Fammi chiamare Ben per avvisarlo che tornerò più tardi.»
Ben è il fidanzato di Claire. Sono una coppia dolcissima, e quello che mi stupisce di più è il fatto che stiano aspettando fino al matrimonio per fare sesso.
Già, Claire non è per niente come me.
***
Mi appoggio contro la fredda parete dell'aeroporto. La luce fluorescente sopra di me sta sfarfallando, accompagnata da un ronzio fastidioso. A quanto pare, oggi l'universo è determinato a irritarmi. Sotto un cartello che dice Volo 5681 JAX, quello di Lexi, il nastro trasportatore per i bagagli inizia a muoversi. La gente lo circonda proprio mentre compare il primo bagaglio.
«Eccola!» dico a Claire.
Lexi sta prendendo la sua valigia dal nastro girevole al ritiro bagagli.
Mi prendo un momento per osservarla. Per molti aspetti sembra la stessa, è sempre carina, ma ora è una versione più indurita rispetto a prima. I suoi lunghi capelli biondi non sono luminosi come una volta, e la sua pelle, un tempo perfetta, ha dei lievi segni e imperfezioni. Quando si gira per sorridermi i suoi occhi non brillano, e le occhiaie scure le danno un aspetto stanco e stressato. Vista così, sembra più vecchia di almeno dieci anni rispetto ai suoi ventitré.
Deve assolutamente smetterla con la droga.
Per un breve periodo, alla fine dell'ultimo anno di liceo, ho bevuto pesantemente e assunto qualche droga leggera. Avere la mente annebbiata mi permetteva di dimenticare il Messico, anche se solo per un po', ma mi rendeva anche vulnerabile ad altre situazioni potenzialmente pericolose.
Ho smesso quando sono arrivata a Chicago. Stare qui mi ha aiutato a fingere di essere una persona diversa, forse non qualcuno degno di essere felice, ma almeno qualcuno che non merita di vivere in un totale inferno.
«Cam! Porta qui il tuo culo e aiutami con queste borse!» urla Lexi con una voce tagliente, togliendosi i capelli dal viso con un movimento esagerato.
Mi avvicino e prendo una delle sue valigie. «È bello anche per me vederti, Lex.»
Sorride e mi attira a sé in un abbraccio forzato. «Be', merda, Dio solo sa che se non vengo a trovarti io, non ti vedrei mai, dato che ti rifiuti di tornare a casa.»
L'idea è quella.
«Ti ricordi della mia coinquilina, Claire?» La indico imbarazzata, cercando di fare conversazione.
Lexi mi guarda come se fossi un’idiota. «Certo che la ricordo. Che problemi hai?» Lexi è sempre la solita ragazza egocentrica, ma diventare adulta le ha dato una personalità più dura. D'altronde, credo che siamo entrambe colpevoli di aver aumentato il fattore "stronza" negli ultimi anni.
Ignoro la sua domanda e lei e Claire si salutano. Poi andiamo verso la macchina.
***
Seduta di fronte a Claire e Lexi in uno dei nostri posti preferiti per pranzare, mescolo distrattamente con la cannuccia il mio tè freddo, ascoltando il rumore del ghiaccio che colpisce il bicchiere.
«Mi hai sentita, Cam?»
Sollevo lo sguardo dal mio pranzo praticamente intatto e vedo Claire e Lexi che mi fissano impazienti.
«Ehm... scusa, cosa?»
Lexi sbuffa. «Ho detto che scommetto non indovinerai mai in chi mi sono imbattuta l'altro giorno da Walmart.»
No, non indovinerò e non mi importa. «Chi?» domando in tono piatto.
«Gage! Il ragazzo con cui sono stata durante le vacanze di primavera al nostro ultimo anno!» esclama, con una tono eccessivamente eccitato.
Il mio cuore sprofonda nello stomaco e inalo un po' del tè freddo quando il mio respiro si blocca, facendomi andare di traverso il liquido. Inizio a tossire come una disperata e mi colpisco il petto cercando di riprendere fiato.
Lexi si guarda intorno vedendo che gli altri clienti del ristorante mi fissano. «Accidenti, Cam, datti una calmata. Smettila di sniffare tutto.»
Le rivolgo un'occhiataccia con gli occhi umidi, mentre il bruciore nei miei polmoni si calma e almeno riesco a smettere di tossire.
«Ad ogni modo, te lo ricordi?» chiede irritata.
Certo che me lo ricordo. Come potrei dimenticare?
«Sì, Lex, me lo ricordo.»
Lei si volta verso Claire. «Allora, io e Cam ci siamo imbattute in questo ragazzo, Gage, durante la pausa di primavera. Frequentava uno dei licei nelle vicinanze. Be', Cam ha preso solo un drink la prima sera ed è stata colpita dalla maledizione di Montezuma.» Lexi ride come se fosse la cosa più divertente del mondo. «È stata male tutta la settimana in cui siamo state lì. Non ha davvero mai lasciato la stanza. Quindi, grazie a Dio per Gage, o tutta la mia vacanza sarebbe stata rovinata. Ho finito per rimanere tutto il tempo con lui perché non volevo prendermi qualsiasi cosa avesse Cam! Disgustoso. Ad ogni modo, Gage e io ce la siamo spassata. Abbiamo bevuto molto e fatto un sacco di sesso. Poi non l’ho più visto… fino a ora.»
Pronuncia le ultime parole in modo teatrale e si gira verso di me, aspettandosi naturalmente che io frema di eccitazione per questa storia. «E…» fa un'altra pausa, creando suspense «è ancora un figo da paura e scopa ancora da Dio.»
Non posso fare a meno di alzare gli occhi al cielo, ma Lexi non sembra accorgersene. Claire annuisce con educato interesse. Lei è l'unica persona che sa quello che ho passato. Non le ho raccontato tutti i dettagli più dolorosi, ma sa l'essenza di quello che è successo. È l'unica con cui mi sia mai aperta. Non rimprovererebbe mai Lexi di nulla, ma so che probabilmente qualcosa da dirle ce l’avrebbe.
«È fantastico» dico senza interesse. Come dovrei rispondere? Cambio di soggetto. «Come sta Jules?»
Lexi alza gli occhi al cielo e agita la mano in aria. «Di nuovo incinta.»
«Sul serio? Chi è il padre questa volta?»
«Non lo sa. Ha avuto qualche incontro di una notte, ma non sa come contattare nessuno di loro. Quella ragazza ha davvero bisogno di investire in qualche tipo di contraccettivo.»
È proprio l'eufemismo dell'anno. Questo sarà il terzo bambino per Jules. È una mamma single di ventitré anni che ha tre bambini avuti da tre padri diversi, e vive ancora con la madre.
Deprimente. Cambio di soggetto.
«Hai visto mia madre di recente?» chiedo.
Mia madre è l'unica famiglia che ho a Jacksonville. Non ho mai conosciuto mio padre e sono figlia unica. I miei nonni sono morti qualche anno fa.
La vita di mia madre consiste ancora in lavoro e relazioni insignificanti con uomini a cui non interessa niente di lei. Crescendo, i miei obiettivi nella vita erano di fare tutte le cose che mia madre non ha mai fatto: lavorare sodo, andare bene a scuola, essere la persona migliore possibile e diventare qualcuno nella vita.
«Sì, l'ho vista un po' di tempo fa da Danny’s, con un tizio con i capelli bianchi e la barba che sfoggiava una canottiera. Avevano le lingue l’uno nella gola dell'altra, così non mi sono fermata a salutare.» Lexi contorce il viso disgustata.
Danny’s è un buco di bar dove i boccali di birra costano due dollari. La clientela che frequenta quel locale è sporca e disgustosa, il posto ideale per mia madre per rimorchiare qualcuno a caso. Se non altro posso contare sulla sua coerenza.
Deprimente. Cambio di soggetto.
Mi incollo un sorriso in faccia. «Allora, cosa vuoi fare finché sei qui, Lex?»
Lexi blatera riguardo tutti i suoi piani durante la permanenza a Chicago, e io mi isolo.
Una settimana. Posso farcela per una settimana. Grazie a Dio Claire mi aiuta a intrattenerla, visto che devo comunque lavorare. Lexi è stata a Chicago altre due volte da quando mi sono trasferita qui, e Claire è stata la mia salvezza entrambe le volte. Le devo moltissimo.
«Be', Claire e Ben ti possono portare a cena stasera e poi magari a fare shopping? Io più tardi devo lavorare.»
«Ma che cazzo, Cam? È la mia prima sera qui e tu lavori?» urla Lexi, facendo girare gli altri clienti.
Spalanco gli occhi, stupita per la sua durezza. Sprofondo di più sulla sedia, attenta a non spostare lo sguardo sugli altri commensali seduti intorno a noi. Posso solo immaginare cosa pensino della sua sfuriata.
Con un tono sommesso, aggiungo: «Mi dispiace, Lex. Devo lavorare stasera. Ho le bollette da pagare, sai? Inoltre, non ho potuto prendermi questa serata libera, il venerdì è uno dei giorni più movimentati della settimana e siamo solo io e Jake dietro il bancone. Uno dei baristi è malato e un altro è fuori città per un matrimonio. Questa settimana ho qualche serata di riposo, quindi non preoccuparti, riusciremo a uscire insieme.»
«Perché continui a fare la barista? Dopotutto ti sei laureata. Perché non ti trovi un lavoro vero?» sbotta, prima di mettere in bocca una patatina.
«Fare la barista è un lavoro vero, e mi piace» dico, con una certa tensione nella voce. «Potrei trovarmi un lavoro di giorno, prima o poi lo farò, ma per adesso sono felice così. Per non parlare del fatto che anche tu sei una cameriera, quindi perché critichi il mio lavoro?»
Il tovagliolo che sto torcendo in modo ossessivo tra le mani comincia a cadere a brandelli sul tavolo. Lasciando stare il pezzo rimasto, faccio rotolare i frammenti sulla superficie lucida, creando delle palline di carta.
«Perché sei brillante, Cam. Potresti essere qualsiasi cosa tu voglia, ma stai sprecando il tuo tempo servendo in un bar. Io non ho finito il college, non ho molte opzioni, ma tu sì.»
Sollevando lo sguardo dal tavolo, sono sorpresa di non vedere irritazione nell'espressione di Lexi. Se la sto interpretando nel modo giusto, sembra anche un po’ preoccupata. Forse questo è il suo tentativo di mostrarsi interessata.
Sospiro. «Sono felice del mio lavoro, Lex. Per favore, lascia perdere.»
«Va bene» sbuffa imbronciata.
Sorridendo, Claire si intromette con la sua voce allegra. «Allora, Lexi, se ricordo correttamente dall'ultima volta che sei stata qui, sei una grande fan della pizza, giusto? C'è una nuova pizzeria vicino al Navy Pier, potremmo andare lì per cena. Fanno la pizza alta migliore di Chicago, non puoi passare in città e non assaggiarla.»
Grazie per il salvataggio, Claire. Amo quella ragazza.
***
Dopo pranzo sto con loro nel nostro appartamento per un'ora, e poi me ne vado via presto, per andare a lavorare. Odio abbandonare Claire, lasciarla con quella persona sgradevole, ma per oggi ho avuto abbastanza promemoria deprimenti della vita che mi sono lasciata alle spalle.
Passeggio per il quartiere ascoltando il mio iPod, semplicemente pensando, cercando di dimenticare. Lo spengo ed entro nella mia caffetteria preferita, il Café G. La proprietaria, Gayla, mi saluta e io ordino il mio solito cappuccino alla vaniglia scremato in tazza grande, da portare via. Quello dovrebbe darmi un po' di energia per lavorare.
Col caffè in mano, riaccendo l'iPod uscendo dalla caffetteria. Sollevo lo sguardo e mi blocco, sbalordita, mentre l'uomo più stupendo che abbia mai visto cammina sul marciapiede e viene verso di me. Il sole splende sui suoi corti capelli castani, facendoli quasi brillare.
I capelli di un uomo possono davvero brillare?
Indossa dei pantaloni blu scuro e una maglietta che aderisce ai suoi bicipiti mettendo in mostra i muscoli ben definiti. Noto l'emblema bianco del Dipartimento dei Vigili del Fuoco di Chicago sulla maglietta e mi rendo conto che probabilmente arriva dalla caserma dei pompieri a un isolato da qui. I suoi occhi incontrarono i miei, e sorride.
Porca puttana.
Il suo sorriso, bello e sexy, è disarmante, e i suoi occhi azzurri come il mare luccicano e sostengono il mio sguardo.
Cazzo. Mi impongo di chiudere la bocca, che è spalancata in modo poco attraente.
Si avvicina a me e io rimango paralizzata, sbattendo le palpebre come un cervo abbagliato dai fari prima di essere travolto da un tir a piena velocità. La mia mano tremante si aggrappa al cappuccino come se fosse un'ancora di salvezza, e mi tiene agganciata alla mia sanità mentale. Ansimo, e inspiro l'aria che a quanto pare mi fa rinsavire, perché finalmente riprendo a funzionare. Prima che lui mi raggiunga distolgo lo sguardo, voltando il viso così rapidamente nella direzione opposta che la coda di cavallo ondeggia schiaffeggiandomi il viso. Senza guardarmi indietro scappo veloce lungo il marciapiede, verso il lavoro e, cosa più importante, lontano da lui.
Il sangue scorre in modo convulso nelle mie vene, mentre le mie scarpe da tennis colpiscono il marciapiede a una velocità che non si può certo definire correre, ma ci va maledettamente vicino. Procedo il più in fretta possibile senza versarmi sulla pelle la bevanda bollente attraverso la piccola apertura sul coperchio.
Devo ammettere che quel gran pezzo di pompiere sexy mi ha eccitato, forse più di quanto lo abbia mai fatto chiunque altro. Non posso negarlo, ma non mi piace per niente. Se ho imparato qualcosa nei miei ventitré anni di vita, è che non ci si può mai fidare di un ragazzo stupendo. Se l'aspetto di un uomo è troppo bello per essere vero, significa che la sua apparenza compensa la malvagità che sta nascondendo, e io devo starci lontano… molto, molto lontano.