Sesto Capitolo-2

2210 Parole
«Ho un’altra domanda.» «No. Era solo una.» «E se ti concedessi anche io una domanda?» «Lewis, tu rispondi sempre alle domande, non ci guadagno niente.» «Sì, ma sai che non dico sempre la verità e non guardarmi così. Sono stronzo, okay?» «Affare fatto.» «Oh, è stato facile.» «Potrei avere una domanda da parte, da un po’.» «Senti senti, il signor Chase curioso di sapere qualcosa di me.» «Smettila, Lewis, e fai questa domanda.» «Che cosa hai pensato quando sono piombato in camera tua e di Shay, pensando che volesse picchiarti?» «Che con tutta la gente che c’era nel pub quella notte, mi ero scopato il più coglione di tutti.» «Davvero?» «Sì. E poi ho pensato anche che eri una meraviglia anche con una costola incrinata e che, se non ci fossero stati Shay e quel tuo strano amico che parlava al posto tuo, mi ti sarei fatto anche ridotto in quel modo. E infatti sono dovuto scappare, ma ho passato un interessante quarto d’ora nel bagno del mio piano.» Inutile spiegare l’effetto di una frase del genere su di me: «Oh no, oddio, Will. Siamo in pubblico.» «Giusto, scusa. Ti darei la mia giacca per coprire tanta euforia, ma mi sono appena ripreso dal freddo.» Avevo bisogno di distrarmi: «Okay, tocca a te.» «Non perdi tempo, tu.» «Devo distrarmi.» «Parlami del tizio di Dover» disse, senza girarci attorno. Annuii, sorridendo appena: «Te la sai giocare proprio bene, ragazzino.» «E non hai idea di come me la cavo a poker» sorrise. «È un dipendente della ditta di mio padre che vive qui a Dover. È iniziata una sera per caso, un paio di anni fa.» «Due anni?» «Sì, ma ci vedevamo solo d’estate e ogni tanto venivo a trovarlo durante il semestre. E, comunque, se fosse capitato altro, non mi sarei trattenuto.» «Sei proprio una puttana, Ellsworth!» «Non ho mai detto il contrario.» «E poi?» «Sono molte domande.» «Perché tu sei stringato nelle risposte.» «E poi, circa un anno fa, ho smesso di venire.» «È un doppio senso?» Scoppiai a ridere: «Se ti piace vederla così. Comunque, dopo questa lunga e intima confessione mi merito un’altra domanda.» Rimase per qualche istante in silenzio senza guardarmi e poi assentì con la testa. «Dove sei nato?» «Nelle Midlands.» «Contea?» «Warwickshire.» «Dove di preciso?» «Una piccola cittadina.» «Stai facendo il vago?» «No.» «E allora dimmi il nome.» «Perché ti interessa tanto?» «A questo punto, Will, è perché non me lo vuoi dire.» «Stratford.» «Ma Stratford è a Londra.» «No, Lewis, Stratford-upon-Avon.» «Ah, quella Stratford! È anche famosa per qualcosa, ma non è una piccola cittadina. No, aspetta... sei di Stratford?» Will chiuse gli occhi ormai rassegnato al suo destino. «Sei William di Stratford? E hai avuto il coraggio di fare ironia sul nome della mia fidanzata?» Si alzò senza rispondermi, anche Will sapeva essere permaloso, ma soprattutto sapeva che quel William di Stratford sarebbe stata la sua condanna per molto, molto tempo. Dopo il pomeriggio in stazione, tornammo al porto, a cenare alla locanda, ma poi il freddo diventò insistente. Più volte, durante la giornata, mi ero offerto di dargli il mio cappotto, ma l’aveva sempre rifiutato dicendo che gli sarebbe stato piccolo e che a quel punto avremmo avuto freddo in due. In stazione, però, l’avevo convinto a stendersi un po’ sui sedili della sala d’attesa; e, quando gliel’avevo messo addosso, non l’aveva rifiutato. Solo che a quel punto eravamo fuori e tutti i locali erano chiusi o lo sarebbero stati a breve e non poteva rimanere in strada così scoperto. C’era un’unica soluzione, esattamente quella che per tutto il giorno avevo sperato e cercato di evitare. Eravamo comparsi alla porta di Simon Fletcher, decisamente molto dopo l’ora di cena. Se fossi stato da solo sarei morto su una panchina del porto di Dover, avrei fatto qualsiasi cosa pur di non trovarmi di nuovo in quella casa. Ma non ero solo ed era tutta colpa mia se Will si trovava in quello stato. Lo appoggiai tremante al muro, accanto alla porta dell’appartamento, e, quando Simon aprì, vide solo me. «Oh, oh! Ma guarda che grande onore. Il giovane conte di Dalkeith alla mia porta. E, ditemi, in cosa posso esserle utile?» «Sono bloccato a Dover fino a domani. Fuori fa un freddo cane, posso dormire qui?» «Come se potessi lasciarti fuori in alcun modo, è sempre casa tua.» Indietreggiò, lasciando la porta aperta. «Ma, ti avviso, non sarò la tua puttana stanotte.» Strinsi i denti in una smorfia: non volevo che Will sentisse, ma non era l’unica cosa su cui quella sera mi sarebbe toccato abbozzare. Afferrai Will, entrammo e mi chiusi la porta alle spalle. La reazione di Simon fu prevedibile e comprensibile: «Oh, ma guarda, hai avuto anche il coraggio di portarti un amichetto.» «Non è un amichetto, è un mio collega di Cambridge.» «Abbastanza smaliziato per non svenire se mi do della puttana.» «Comunque, non sono affari tuoi.» «Mi sembrava troppo bello per i tuoi standard.» Altra smorfia, altro abbozzo. Will era in piedi al centro della stanza, ancora consumato dal freddo, incapace di scaldarsi. Simon si avvicinò e aggiunse: «Stai anche morendo di freddo, se vuoi ti riscaldo io stanotte.» «Non esagerare» intervenni. «Oh, non me l’hai portato per ricambiare l’ospitalità? Perché sinceramente ha proprio l’aria di un premio.» Will si irrigidì ancora di più e questa volta non per il freddo. «Simon,» replicai «direi che è decisamente troppo per te.» «Be’, tu non eri troppo per me.» «Lui è troppo anche per me, non l’hai appena detto?» «Comunque, fottiti, Lewis. Arrangiatevi sul divano. C’è solo quella coperta, vedete di farvela bastare ed evita di farti trovare ancora qui domani mattina.» Entrò in camera da letto e si chiuse la porta alle spalle. «È inaccettabile il modo in cui ti parla» commentò Will, a bassa voce. «Ha i suoi motivi.» «Non importa, non dovresti lasciare che ti parli così.» «Ogni insulto è meritato, credimi.» Lo guardai mentre rifletteva sulle mie ultime parole, continuando a tremare. «Ora pensiamo a te.» Lo feci sedere sul divano e, senza togliergli la giacca, lo avvolsi nella coperta. Ignorai che il mio muovermi con estrema disinvoltura avrebbe raccontato più di quanto fossi disposto a fare; misi su l’acqua per il tè e presi due tazze da uno scaffale. Sentivo il suo sguardo addosso e sapevo a cosa pensava, ma non mi dava fastidio: l’imbarazzo e l’inibizione che avevo davanti a lui erano passati suonando Schubert. Era stata la sicurezza con cui era venuto a cercare dentro di me il pezzo mancante; forse da quello provenivano il suo fascino e il suo talento, non solo nel suonare, ma nel vivere. C’era in Will la riposante certezza che il mondo non potesse corromperlo, guastarlo. Dopo avergli servito il tè, sedetti di fronte a lui sul tavolino davanti al divano. «Per favore, dimmi che va un po’ meglio.» «Sì, dopo il tè va meglio.» «Me lo stai dicendo solo perché te l’ho chiesto per favore, vero?» «Sì. Ma ora siamo al caldo e tra poco mi riprenderò. Abbiamo anche una fantastica coperta, non vedi?» Istintivamente, mi alzai e gli misi una mano tra il viso e il collo; volevo sentire la temperatura poiché temevo che gli stesse venendo la febbre, e percepii un brivido. «Ma stai tremando.» «Oh, no, quello non era per il freddo.» Dovetti distogliere lo sguardo perché il suo era insostenibile. Che cosa mi stava succedendo? Avevo fatto il pazzo per settimane. L’avevo cercato, ci avevo provato. L’avevo accusato di ipocrisia. E adesso? Volevo vedere chi fosse davvero, costringerlo ad aprirsi, l’avevo supplicato di guardarmi in quel modo e adesso avevo paura, vergogna... che diavolo mi prendeva? Nell’altra stanza c’era l’ovvia dimostrazione che non ero capace di affezionarmi a nessuno, eppure neanche ventiquattr’ore prima ero chiuso in macchina, a piangere di rabbia e ridere di frustrazione per questo ragazzino incredibile. E ora era qui, mi guardava in quel modo e io abbassavo lo sguardo. Finimmo di bere il tè in silenzio, ma riuscivo a leggergli urgenza nei gesti e impazienza nello sguardo, finché mi chiese: «Quindi, a che ora?» «A che ora, cosa?» «A che ora esce quello là per andare a lavorare? Ha detto di non farci trovare qui, quindi forse dovremmo dormire.» Gli risposi fissando il tè nella tazza. «Simon.» «Come?» «Si chiama Simon, non quello.» Non riuscivo ad alzare lo sguardo. «Perché difendi uno che ti ha parlato in quel modo?» «Perché c’è un motivo se lo ha fatto.» «E sarebbe?» Solo in quel momento lo guardai, la pelle diafana e le labbra finalmente riaccese del loro colorito naturale, un rosso porpora che gli schiariva gli occhi, per contrasto. Gli risposi: «Diciamo che quando gli ho chiesto se gli sarebbe piaciuto essere la mia puttana, ha risposto di sì senza fare troppe storie. E io non mi sono mai sentito in dovere di dargli un valore. Quando mi ha rinfacciato tutta la cattiveria di cui ero stato capace, ho scelto di essere all’altezza del suo odio, ma non è qualcosa che mi fa piacere ricordare.» Mi guardava con quei suoi occhi trasparenti e mi sembrava di precipitare nell’ignoto. Ma anche se non riuscivo a reggere il suo sguardo non significava che non lo volessi. «Ok» dissi. Mi sfilai i pantaloni, gli rubai la coperta e mi stesi sul divano. «Dobbiamo dormire, ma tu muori di freddo, togliti i pantaloni e stenditi accanto a me.» «Sei pazzo! Fa freddo e non è il momento. Non ora e non oggi. Soprattutto, non qui.» «Non ci sto provando! Voglio solo fare un gioco. Mi ringrazierai per i pantaloni.» Mi guardava con diffidenza e aggiunsi: «E dai, piccolo, ti fidi un po’ di me?» «No, è per colpa tua che mi trovo in questo casino.» «Solo per una volta, una maledetta volta, fidati.» Sospirò. Come sempre. Ma poi fece come gli avevo detto e si stese al mio fianco. «Sono quasi congelato, cerca di essere molto convincente.» Intrecciai le gambe alle sue e lui rise: «Questo, my lord, sembra proprio provarci.» «Allora se non vuoi, puoi dirmi il terzo “no”, diciamo che non mi offendo, sono abituato.» «Sentiamo un po’ come funziona il gioco, invece.» Cominciai a muovermi solo col bacino, strusciandomi su di lui. E un sorriso, breve, glielo strappai. Sapevo che con un po’ di insistenza il piccolo, malizioso Will sarebbe venuto fuori. E fu così. «Va bene, dimmi le regole.» Parlava già con una sbavatura nella voce e io sapevo bene perché. Gli misi una mano sul fianco e l’altra sul collo. «Le mani vanno solo dai fianchi in su, non puoi toccare più in basso della cinta né te né me. Chi viene prima, perde. Ci stai?» «Ci sto.» «Sappi che io non ho mai perso.» «Sì, ma quello là... Simon» si corresse «è scarso.» Risi, perché come al solito aveva capito tutto da solo. E allora mi avvicinai per baciarlo, ero il solito pollo. «Aspetta» disse. «Non ci credo.» «Mia regola, Ellsworth. Niente baci.» «Non ho mai conosciuto uno più stronzo di te, Chase. Quando ti lascerai baciare ti pentirai di tutti quest...» Non riuscii a finire la frase. Iniziò a muovere anche lui il bacino, sinuosamente, intorno ai miei fianchi. Mi ero dimenticato l’effetto delle sue mani sul mio corpo; come riuscisse a metterle praticamente ovunque. Le sue dita da pianista scivolavano sulla mia schiena come la sera del ballo. L’interno della sua coscia mi accarezzava il fianco: era bravo, dovevo saperlo. Mi sfuggì qualcosa dalle labbra, a metà tra una parola tipo “oddio” e una risata. «Shh, non esagerare, o quello esce e ci ammazza entrambi.» «Inizio a pensare che ne varrebbe la pena.» «Smettila di rischiare solo per i preliminari.» Sentivo la sua pelle gelida scaldarsi sotto le mani, sapevo perfettamente che gli sarebbero bastate due sillabe. Che aveva la vittoria pronta in un gemito. Ma la cosa che in assoluto mi mandava fuori di testa era sentire quanto mi volesse. Per la prima volta, con una forza che stava diventando prepotenza, mi tormentava senza via di scampo e semplicemente muovendo i fianchi. Eravamo folli di desiderio, in un gioco sadico in cui cercavamo di resisterci. Sentii la sua guancia accompagnare la mia mano che gli carezzava il viso, e aspettavo di vincere o che parlasse e affondasse il suo colpo vincente. Ma lui non aveva alcuna intenzione di tornare nel bagno di quel pub. Non ora. Non oggi. Non di nuovo. Non più così. Era cambiato tutto. Mi mise una mano tra viso e collo, avvicinandosi, e mi respirò in bocca con una voce rauca di miele. «A volte, Lewis, mi vengono dei dubbi sull’esistenza di Dio.» «Ma...» «Shh,» disse, la mano a tenermi il viso e il pollice contro la mia bocca, «mi vengono dei dubbi sull’esistenza di Dio. Poi ti guardo e penso che per forza debba esistere un Dio, perché la Natura non può essere tanto diabolica da creare qualcosa di così bello e proibirlo.» Si avvicinò, strisciò il pollice sulle mie labbra socchiuse e parlò nel mio orecchio con voce roca: «Niente è come te.» E fu quasi un lamento. Mi aggrappai a lui con tanta forza che pensai l’avrei spezzato. Non potevo credere di essergli venuto addosso senza che mi avesse toccato. E che, con lo stesso gemito e la stessa stretta, lui fosse venuto su di me, qualche istante dopo. Non avevamo fatto nulla. Non ci eravamo baciati e non c’era stato sesso. Non era stato nulla rispetto al rapporto al pub e allora perché mi sembrava che fosse stato infinitamente più forte e intimo di quella notte? Era quello fare l’amore? Non volevo pensarci. Non volevo saperlo. Parlai io, con la voce sfinita da qualcosa a cui non sapevo neanche dare un nome: «La fortuna del principiante, Chase.» «Che cosa vuoi dire?» Ascoltavo la sua voce e mi sembrava di assaporarla sulla lingua come cioccolato che mi si scioglieva in bocca. «Che hai vinto, piccolo. Chi viene prima, perde, e non avevo mai perso.» Non si era ancora staccato da me. «Oh, non so. Ma credo abbia vinto tu.» Poi si avvicinò alle mie labbra, come aveva fatto poco prima. «In fondo ho dovuto barare, ho dovuto usare molte parole per convincerti. A te è bastato ansimare per far venire me.» I miei sensi non erano più miei e avrei persino ricominciato dopo quella frase, ma lui si alzò. «Forse dovrei dare una lavata alla biancheria e anche tu.» Quando ritornammo sul divano avevamo i pantaloni addosso; Will si sdraiò dopo di me e si girò, dandomi le spalle. Era già tornato a essere il solito Will, quello in bilico tra seduzione e indifferenza. O almeno credevo, ma poi disse: «Non mi sto girando per fare lo stronzo, è che mi piace dormire così. Se vuoi, abbracciami, mi piace tanto.» E non puoi spiegarlo, quando davvero accade, quando senti addosso tutta l’irrimediabilità della condizione di essere umano. Mentre senti il corpo sbattere prepotentemente contro le pareti dell’anima. Il momento preciso in cui sai di amare.
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