Settimo Capitolo
Sopra non c’era altro che una minuscola chiave d’oro.
Cambridge, 15 gennaio 1937
Neanche il tempo di alzarmi e afferrare la giacca che lui era già sgusciato fuori dall’aula. Maledetto Chase, aveva proprio deciso di farsi rincorrere, e questa volta per raggiungerlo mi sarebbe toccato correre. E odiavo correre.
Non eravamo ancora riusciti a scambiare due parole dopo Dover; al ritorno, in macchina, il giorno seguente, aveva dormito per tutto il tempo e non era del tutto sveglio quando l’avevo lasciato a Pembroke.
Ma dovevamo parlare. Non volevo che la notte di Dover fosse lasciata all’oblio, volevo chiarire la situazione. Non era stata come la notte al pub, il cui ricordo era stato un peso per entrambi per molto tempo.
Quando stavo per oltrepassare il portico dove qualche settimana prima avevo tentato di baciarlo, riconobbi la sua voce: «Guarda, Cavendish, che picchiarmi non ti farà diventare più intelligente.»
«Per te, stronzetto, sono milord, e picchiare voi plebei è qualcosa che faccio per divertimento.»
«Quanto dev’essere insostenibile per te pensare che non avrai mai la mia intelligenza, perché non potrai comprarla o ereditarla.»
Vidi Cavendish spingerlo e Will sbattere violentemente contro il muro. Sentii il sangue schizzarmi al cervello e l’adrenalina riempirmi prima i polsi e poi le mani. Camminavo di nuovo sotto quello stesso portico, come poche settimane prima, con la stessa foga, ma con una rabbia diversa. Ero di nuovo fuori di me.
«Cavendish, togligli immediatamente le mani di dosso!» Lo scaraventai lontano dal corpo di Will con una forza che non sapevo di avere.
«Levati di mezzo, Dalky, non è te che voglio picchiare.»
«Ma quanto vigliacco sei, Peter? Non lo vedi che è più piccolo di te?»
Non ebbe il tempo di rispondere a me, né di vedere lui arrivare. Un attimo dopo, Peter stava prendendo pugni come saette da Shay: «Cavendish, figlio di puttana!»
L’aveva tirato giù col primo pugno e non gli aveva neanche dato il tempo di rispondere che era già su di lui e lo stava massacrando. Dovetti toglierglielo io di dosso.
Lo tenevo a stento, mentre urlava contro Peter, che si puliva il sangue sulla camicia: «Toccalo un’altra volta e ti ammazzo, Cavendish.»
Quando il vigliacco si allontanò e Breen si calmò, mi girai istintivamente verso Will che era ancora a terra, appoggiato al muro, ma prima che io potessi avvicinarmi o dire qualcosa, Shay gli era già accanto e lo stava aiutando ad alzarsi. Riuscii solo a vederli allontanarsi insieme.
Non sapevo neanche io cosa stessi provando. Ero più preoccupato per Will, più frustrato per non essere riuscito a parlare con lui o più furioso perché Shay mi aveva tolto l’onore di picchiare quell’idiota di Cavendish? Ma sicuramente l’ultima delle tre era la sensazione più insistente e avvilente, perché era, insieme, noncuranza ed egoismo. Era quello che ero. Era quello che non volevo essere. Ma era anche come non riuscivo a evitare di sentirmi.
Cambridge, 17 gennaio 1937
Quella domenica io, Shay e Reggie avevamo deciso di pranzare fuori. Solo dopo essere arrivati al ristorante, Breen ci aveva confessato che conosceva quel posto grazie a Will Chase. Il rapporto che c’era tra Will e Shay non era esattamente un’ossessione per me: sapevo che Breen non aveva nessuna tendenza omosessuale e, in un college maschile, avere amicizie strette era piuttosto frequente. Eravamo lontani dalle nostre famiglie e, per quanto adulti, era perfettamente normale cercare affetti particolari; persino la gelosia non sembrava così inappropriata. Dopo la notte di Dover, poi, ero sicuro di non aver più nulla da invidiare a Shay Breen, eppure, quando quel giorno incontrammo Will al ristorante, provai subito un leggero fastidio.
«Will!» urlò Shay. «Siediti con noi.»
Non appena ci raggiunse disse: «Se non vi disturbo.» Poi, mi guardò e, con tono freddo e quasi irritato, aggiunse: «Scusa, che cosa stai facendo?»
Io, che stavo cercando di richiamare l’attenzione dell’oste schioccando le dita, riposi: «Sto cercando di far aggiungere un coperto.»
«Sì, ma non è il tuo cane.» E, come se nulla fosse, si rivolse a Breen, accanto a me: «Shay, ti spiace se mi siedo al tuo posto? Magari ti sembrerò pazzo, ma ho bisogno di avere il muro alle spalle.»
Lo odiavo quando faceva così, eppure, in qualche modo, lo amavo. Prendeva abbastanza distanza da me, per poter fare poi un passo nella mia direzione, rendendolo impercettibile a chi ci stava intorno.
Non appena si fu accomodato, arrivò l’oste: «Allora, ragazzi, vediamo cosa abbiamo oggi.» Poi notò Will: «Oh, buongiorno, sir.»
Sir.
Reggie alzò un sopracciglio e Shay sorrise, mentre Will replicava: «Buongiorno, signor Wilfred, oggi sono in compagnia. Ci porta del vino, intanto?»
«Certo, sir. Vi mando subito Valerie» disse l’uomo, prima di allontanarsi.
«Vieni qui spesso?» chiese Reggie a Will.
«Una volta a settimana, è informale, ma buono.»
«Buongiorno, signor Chase» disse una ragazzina, apparsa dal nulla, con tono vivace e sincero, e gli occhi pieni di entusiasmo. Non doveva avere più di quindici o sedici anni e sembrava avesse appena visto Dio.
«Ciao, Valerie.»
«Come sta?»
Will sorrise. Sembrava sereno. «Molto bene, grazie.»
Sorrise anche lei: «Allora, cosa le porto?»
Mentre gli altri ordinavano, io mi soffermai sul modo in cui Valerie non riusciva a spostare lo sguardo da Will. Era come una malattia, la mia. Vidi anche Will fare uno strano gesto all’oste, ma non gli detti importanza. La cosa che più mi faceva impazzire era il fatto che agli altri fosse permesso guardarlo in modo così sfacciato.
«Chase,» iniziò Hyde, non appena Valerie ci lasciò soli, «quella ragazza impazzisce per te, non ti staccava gli occhi di dosso.»
Se a Shay sembrava non sfuggire mai nulla, a Reggie, invece, era proprio sfuggita la natura di Will.
E infatti aggiunse: «Be’, almeno sappiamo perché vieni qui così spesso, hai trovato qualcosa di più appetitoso del cibo, pare, e mi sembra di capire che non serva neanche pagarlo.»
I miei occhi schizzarono immediatamente su Will, il viso di marmo e la voce gelida: «Hyde, non so come siate abituati nella tua famiglia, ma io non sono stato educato a mancare di rispetto alle donne, soprattutto se più giovani di me e di estrazione sociale diversa.»
«Però puoi mentire a un tuo collega, inventandoti una disabilità inesistente» ribatté Reggie serafico.
Pensavo che sarebbe iniziata una discussione infinita e fastidiosa, ma quel giorno Will non voleva litigare con nessuno, anzi, era determinato ad affascinare. «Sì, be’, comunque sembra che Shay l’abbia presa bene, magari perché è un tipo più curioso che vendicativo.»
«Che cosa significa?» chiesi.
Shay sorrise e si sporse sul tavolo, come se stesse per raccontare il più antico segreto dell’umanità, parlando a bassa voce e con aria da complotto. Ci avvicinammo tutti, solo Will rimase composto sulla sedia. «Be’, dovete sapere che quando Will è tornato in camera, quella sera, avevo davvero intenzione di gonfiarlo come uno zeppelin, ma poi mi ha chiesto scusa e ho pensato di dargli una possibilità. E volevo disperatamente sapere una cosa di cui avevo sentito parlare quel giorno, qualcosa che nessuno sapeva, ma che poteva dirmi soltanto lui.»
«Cosa?» chiese impaziente Reggie.
«Cosa avesse scritto sul test d’ingresso di Maxwell.»
Mi rivolsi a Will: «E glielo hai detto?»
«Il vecchio Breen se l’è giocata bene» rispose. «E ha vinto il suo premio.»
Tra di noi calò un silenzio di attesa, durante il quale io e Reggie aspettavamo di conoscere il vero segreto di quella storia, ma nessuno, tra Will e Shay, sembrava avere intenzione di confessarlo.
Fu Chase a rompere quel silenzio: «Non guardatemi con quell’aria insoddisfatta. Non sarebbe giusto raccontarvi gratis un segreto per cui Shay ha pagato, sacrificando il suo desiderio di vendetta.»
E fu in quel momento che Reggie mi sorprese.
Senza tentennare, infilò una mano nella tasca, tirando fuori il portafogli e alcune banconote. «Andiamo, fai un prezzo» disse.
Will scoppiò a ridere e gli coprì la mano con delicatezza, intimandogli di mettere via i suoi soldi, e poi aggiunse: «Nathaniel, giusto? Non serve che tu mi dia i tuoi soldi. Ti rivelerò cosa ho scritto sul test quando mi conoscerai abbastanza da sapere che quelle» e indicò le banconote «non hanno il potere di corrompermi, ma che ho vizi e debolezze con cui adularmi.»
«Per esempio?»
«Così è troppo facile.»
Reggie non ebbe il tempo di insistere perché il signor Wilfred arrivò a servirci il cibo e Valerie tornò col vino. Persino Hyde dovette ammettere che in quel posto si mangiava decisamente meglio che in certi ristoranti di Londra.
A fine pranzo, Shay si alzò in piedi, riempì ancora una volta i bicchieri e tenendo in mano il suo, con aria solenne, disse: «Basta perdersi in chiacchiere, siamo qui per un motivo, oggi brindiamo al nuovo conte di Dalkeith e all’onorevole Camera dei Lord.»
Tutti mi guardarono, e Will mi rivolse la parola per la prima volta nell’ultima ora: «Ah, ma quindi sei anche tu un lord?» Shay scoppiò a ridere e Reggie gli lanciò un’occhiata. Poi Will aggiunse: «Vengo da Boston e sono un borghese, non so come funzionino i titoli.»
«No, non sono ancora un lord» gli risposi.
«Hyde, spiegaglielo tu» suggerì Shay annoiato, sedendosi di nuovo.
Reggie si mise un po’ più dritto sulla sedia. «L’erede di un parìa britannico non ha un vero e proprio titolo, ne usa uno di cortesia e, nel caso del duca di Buccleuch, il titolo di cortesia è quello di conte di Dalkeith. Anche il figlio dell’erede ha un titolo di cortesia, in questo caso lord Eskdaill, che è quello che Lewis ha usato fino a pochi giorni fa, quando suo nonno è morto e suo padre è diventato il nuovo duca, lasciando a lui il titolo di conte di Dalkeith. E così quando compirà ventun anni, nel caso suo padre morisse, lui avrebbe già diritto al suo seggio alla Camera dei Lord.»
Dopo che Reggie ebbe finito il sermone, Will si rivolse a me, e mi sorrise con sguardo complice e una tenerezza quasi aspra: «Allora, magari, meglio che non accada mai.»
«Meglio mai» replicai.
Non mi sfuggì la malinconia nei suoi occhi: tra tutte le persone a quel tavolo, io solo potevo riconoscerla.
Ma fu un attimo e poi tornò sarcastico: «Congratulazioni per il nonno morto, comunque.»
«Grazie» mi limitai a rispondere, provando a fare il sostenuto a parole, ma poi feci scivolare la mano sotto il tavolo e la misi sulla sua coscia e lui si scansò, stizzito. E io le prendevo male queste cose, perché non riuscivo a reagire in modo lucido.
Mi alzai di scatto e chiesi a Reggie di spostarsi, dicendo di aver bisogno del bagno. Ci restai almeno dieci minuti e, anche se sapevo di dovermi dare una calmata, non facevo che fissare il muro davanti al lavandino. Ero così nervoso che mi dovetti sciacquare il viso con l’acqua fredda, ma non bastò comunque a farmi riprendere dal vortice dei pensieri e dai rigurgiti di insicurezza. Mi feci sorprendere dalla porta che si apriva: poteva essere soltanto lui e io volevo che lo fosse.
Mi si parò davanti. «Si può sapere che diavolo ti prende?»
«Non era un invito a seguirmi in bagno.»
«Questo l’ho capito, ma che diavolo ti prende?»
«Niente.»
«Lewis.»
«Mi dà fastidio.»
«Cosa?»
«Tutto.»
«Lewis.»
«Mi dà fastidio che ti scansi, che mi ignori, mi dà fastidio come rispondi.»
«E come pensi che debba risponderti? Per Shay e il tuo amico di là, tu e io praticamente non ci conosciamo.»
«Sì, be’, ma sembri strano lo stesso. Valerie non fa che fissarti e Shay ti tocca senza problemi.»
«Ma stai scherzando?»
«Lo vedi? Neanche mi prendi sul serio.»
«Ma certo che non ti prendo sul serio, stupido imbecille.»
«Dai, insultami anche.» Provai ad andarmene, ma mi bloccò il passaggio e si mise davanti alla porta.
«Lewis, sei davvero geloso di Shay e anche di Valerie? Sul serio?»
«Non posso farci niente.»
«Be’, dovresti fare qualcosa.»
«Non puoi comportarti con gli altri come se io non esistessi, Will, come se non fossi nemmeno accanto a te. Ogni volta che ti tocco e ti scansi, per me è una pugnalata.»
«Lewis, c’eri anche tu a Dover, hai sentito quello che ti ho detto su quel divano? Una settimana fa mi sono strusciato su di te e ti sono venuto addosso senza che mi toccassi, o parlassi, mi è bastato sentirti ansimare. Hai una vaga idea di cosa succede se mi metti una mano sulla gamba in quel modo? Rischio l’autocombustione, imbecille.»
«Sì, ma sei tu che hai insistito per sederti accanto a me.»
«Ho bisogno di avere il muro alle spalle quando sono seduto.»
«Non era una scusa?»
«No, Lewis, non lo era. E mi piace il tuo odore.»
Lasciai andare un mezzo sorriso, ma lui non aveva voglia di ridere: «Lewis, devi cominciare a darmi qualcosa, perché così giriamo a vuoto.»
«Ma se ti ho appena detto che la gelosia mi lacera!»
«La gelosia toglie, Lewis, io voglio che tu aggiunga.»
«Aggiungere? Ogni volta che provo a baciarti ti scansi.»
«Quello non è aggiungere, quello è prendere.»
«E allora cosa vuoi che faccia?»
«Intanto, smettila di fare l’isterico. Osservami, capiscimi, conoscimi, imparami» disse, e poi gli si addolcì la voce. «Come faccio io.»
«Tu?»
«Sì, io. So che in questo momento sei nervoso, perché saltelli velocemente da un piede all’altro e ti trema la gamba come quando sei impaziente. E lo vedi? Ora hai girato la testa e abbassato lo sguardo, sorridendo a labbra strette perché lo sai che ho ragione.»