Settimo Capitolo-2

2337 Parole
Lo stavo facendo davvero: tutto, tutto come diceva lui. Ma come ci riusciva, il maledetto? Pensavo fosse un potere magico e, invece, lui semplicemente osservava. Avanzò e non sapevo se scansarmi o lasciarlo fare: indietreggiai e mi ritrovai con le spalle contro il muro, sul quale lui ci si appoggiò con un braccio. Senza toccarmi si avvicinò a fior di pelle, respirando vicino al mio collo. «Scusa, volevo solo annusarti.» L’aria si fermò per qualche istante, come stordita da tanto desiderio. Poi, lui si allontanò e fece per andar via. «Ci vediamo a Pembroke, my lord.» «Will, siamo in macchina.» «Io vado a piedi, preferisco camminare.» Poi aprendo la porta e dandomi le spalle: «Non massacrarti le labbra adesso.» Ma come faceva a lasciarmi sempre in un bagno a rimettere insieme i pezzi che lui stesso aveva mischiato? Ogni volta ero diverso, ogni volta un altro Lewis, ogni volta un po’ più suo. Quando uscii dal bagno era già andato via. Decisi che avrei offerto io, ma la moglie del signor Wilfred mi disse che non serviva: «Ha già saldato il signor Chase, prima di uscire. Ha detto che era il suo personale omaggio a sua signoria, il conte di Dalkeith.» Il signor Chase ha già pagato. Sir. Signore. Ero figlio di un lord, destinato alla Camera dei Pari del Regno. Ero il conte di Dalkeith, eppure nessuno, mai, nella mia vita, al di fuori dell’ambiente in cui ero cresciuto e in cui conoscevano il mio nome e i miei titoli, mi aveva chiamato signore. E a lui bastava un gesto perché la gente si fidasse: possedeva un’eleganza spontanea che nulla aveva a che fare col lignaggio, poiché la nobiltà in Will era qualcosa di innato, che non aveva bisogno di titoli. «Lewis, perché sorridi?» «Nulla, Reggie, ero perso nei pensieri.» Cambridge, 23 gennaio 1937 Arrivò all’improvviso, distogliendomi dalla lettura su cui ero concentrato e, per un momento, provai cosa fosse il terrore, temendo che qualcuno avesse capito com’ero o cos’ero. Era un aeroplanino di carta, con un messaggio: “Sei incredibilmente affascinante, ma devi svelarmi un segreto.” Alzai lo sguardo e mi rilassai: sul divano c’era Will e mi sentii un idiota perché solo lui poteva essere così sfacciato da scrivere una cosa del genere su un aeroplanino di carta e lanciarlo, ignorando il rischio che potesse arrivare a qualcun altro. E faceva anche finta di non guardarmi. Ma era lui la mia pazzia e sotto il suo messaggio, sullo stesso foglio, risposi: “E tu sei incredibilmente folle, ma anche i segreti si pagano.” Poi ripresi a leggere, ma era davvero molto difficile non distrarmi e cercarlo con lo sguardo per capire la sua reazione. Mentre cercavo di fare il vago, riuscii a vederlo scrivere ancora sullo stesso foglio e rilanciarmelo. “Scommetti che riesco ad averlo senza pagare neanche un penny?” Era bravo, ma non volevo cedere e lo incalzai. “Vuoi prendere gratis qualcosa che posso scegliere di darti a mia discrezione? Certo che scommetto, è una vittoria facile!” Eravamo due ragazzini e riuscivamo a divertirci con poco, semplicemente perché per noi il rischio ormai era un compagno di giochi e avevamo imparato a conviverci. Mi rispose solo: “Se lo dici tu.” E allora cedetti alla curiosità: “Cosa vuoi sapere?” Avevamo però la straordinaria capacità di non far andar liscio mai niente. Evidentemente anche lanciare aeroplanini era uno sport in cui Will non era un campione e, infatti, riuscì a farlo finire per terra, davanti al tavolo su cui ero seduto. Rischiai di rompermi una gamba solo per recuperarlo e sentii lui ridere. Tornai a sedermi e aprii il foglio con ingordigia. Quale maledetto segreto voleva sapere da me? “Sorridi!” E lo feci. Non per farlo vincere, fu un riflesso incondizionato. Di quella dolcezza, di quella pretesa, della venerazione di cui sentivo pizzicarmi la pelle ogni volta che mi guardava. Maledetto Will Chase! Poi si avvicinò, perché aveva vinto lui e toccava a me pagare da bere. Ma questa volta chiedeva troppo. «Scordatelo» dissi. Si era presentato con un bouquet di libri e li aveva appoggiati sul tavolo con l’espressione di chi stava regalando diamanti. «E, dai, fidati!» Mi guardava con i suoi maledetti occhi, quel giorno persino più verdi del solito. «Scordatelo. Dopo Narciso e Boccadoro non leggerò altro che mi passi tu.» «Non te l’ho passato io, Narciso e Boccadoro.» «Ma era ovvio che volevi lo leggessi!» «È stata una tua libera scelta, Ellsworth. E, comunque, mi hai detto che lo hai amato.» Ignorai la frecciata: «Carroll, l’ho letto» dissi indicando uno dei libri. «Sì, magari quando eri bambino.» «E anche se fosse?» «Dai, rileggilo per me, Louis.» «Non ci credo. L’hai fatto per davvero?» «Che cosa ho fatto?» «Cerchi di corrompermi con quel tuo francese. Sei inaffidabile, Chase.» «E, poi, ti ho portato anche...» «No! Tanto non li leggo questi. Oh, ma guarda, di nuovo Hesse.» «Questo è diverso, è Il lupo della steppa, il mio preferito.» «E questo, Wilde, un frocio cantastorie per bambini.» «Non essere volgare e ingiusto, Louis, è Il fantasma di Canterville, una favola pazzesca e lui era un genio.» «Non sono un bambino, Will, ho smesso di leggere favole.» «E ci hai mai creduto?» «Perché avrei dovuto?» «Perché avresti dovuto.» «E che diavolo vuol dire?» «Non ti darò tutte le risposte. Intanto questi te li lascio, leggili. Hai promesso di pagare da bere.» Testardo, prepotente, arrogante e irritante. Non avevo tempo per pensare alle sue favole, il giorno del suo compleanno si avvicinava e io non sapevo ancora cosa regalargli. Cambridge, 31 gennaio 1937 Sapevo che si sarebbe fatto vivo. Avevo atteso fin troppo una sua visita, perciò quella mattina mi ero alzato presto e, non appena avevo visto Shay uscire per la lezione, mi ero assicurato che nessuno passasse. Poi avevo infilato la busta sotto la porta della sua camera e avevo bussato, prima di allontanarmi e attendere all’angolo tra due corridoi; solo quando avevo visto la porta aprirsi, mi ero dileguato. Il biglietto e l’oggetto contenuti nella busta erano chiarissimi o, almeno, lo sarebbero stati per lui: “Ogni fottuta stanza. Buon compleanno. L.” Ecco perché non ero rimasto sorpreso nell’essermelo trovato davanti, all’improvviso. «Will, mi stai fissando.» «Allora?» «Siamo in mensa.» «Infatti, sento un certo appetito.» «Smettila, ci guardano.» «Non preoccuparti, my lord, se me lo chiedono dirò la verità.» «Quale verità?» «Che da dove provengo non c’è nessuno capace di sedersi con un bastone nel culo e, quando qui vedo qualcuno così, sento la necessità di osservarlo scientificamente.» «Allora, forse, dovresti guardarmi il culo.» «Se ti guardassi il culo il mondo imploderebbe.» «Smettila.» «Come facevi a sapere del mio compleanno?» «Ho certi contatti allo sportello della segreteria.» «E per l’altra cosa?» «Ah, no, quella è titolo ereditario, diciamo. Ho solo anticipato i tempi di un anno.» Poi si stese con i gomiti sul tavolo e mi guardò più insistentemente: «Lewis.» «Sì, William.» «Niente» disse, ma sorrise con quel suo sorriso capace di togliere respiro e vita. Fece scivolare un biglietto sotto il mio bicchiere e si alzò. «Ci vediamo dopo, my lord.» Lo disse dando un colpo al tavolo con la mano, come la sera del ballo. Non appena si fu allontanato, afferrai il biglietto con disinvoltura: “Direi che non vedo l’ora di provarla. Ho scelto la biblioteca. Ci vediamo davanti all’ingresso all’una. W. P.S. Cerca di essere discreto questa volta.” Sorrisi e, quando alzai la testa, vidi che dall’altra parte della stanza c’era Will che mi stava fissando. Di quell’oggetto, ne avevo sentito parlare durante il mio primo anno, ma sembrava essere qualcosa a metà tra leggenda e tradizione. All’inizio avevo pensato che fosse un altro modo per torturare noi matricole e rendere ancora più mistica la figura dei senior. Poi, nel secondo trimestre del primo anno, un senior me l’aveva mostrata. Senza dirmi a chi sarebbe toccata, senza dirmi da chi l’avesse ricevuta. Voleva sentirsi importante e voleva anche qualcos’altro, ma non ci era riuscito. Quando avevo sfogliato il libro di Carroll che Will mi aveva lasciato, e avevo visto l’immagine di Alice e di quella sua chiave miracolosa, tutto mi era parso ovvio. La chiave universale di Pembroke, quella che apriva tutte le porte, quella che spettava allo studente di più alto rango. Solo che nel 1937 quello studente era Cavendish. Ero riuscito a soffiargliela con eleganza, soprattutto perché lui non sapeva nulla della sua esistenza. Avevo recuperato favori, soffiate, dritte durante gli esami, birre. Qualsiasi cosa pur di arrivare alla fonte dell’informazione. E ce l’avevo fatta. Quando quella sera arrivai davanti alla biblioteca, Will era nascosto dietro la tenda che copriva la porta. Aprì. La chiave funzionava. Mi prese per mano e ciò fu sufficiente a farmi sentire come una tredicenne alla prima cotta, ma non ebbi il tempo di riflettere su questo nemmeno per un istante, perché le sue parole suonarono come una minaccia. «Okay» disse «andiamo.» «Dove?» «A scartare il mio regalo.» E allora, mentre mi trascinava all’interno, iniziai effettivamente a delirare: «Quale regalo? Ti ho già fatto un regalo. Più di uno a dire il vero. Perché ho anche riso. Davvero, se pensi che ci sia un altro regalo, Will, non vorrei che rimanessi deluso. Insomma, non è Natale, non c’è un albero con tanti doni da scartare, è un compleanno. E ti ho già fatto più regali di quanti ne abbia fatti ai miei amici in tutta la mia vita.» Straparlavo. Arrivammo in fondo al corridoio e mi spinse con foga sulla poltroncina all’angolo. E allora capii. Teologia morale. Neanche il tempo di rendermi conto di dove fossimo che era già piegato su di me e mi stava slacciando la cinta. «Questo doveva essere il tuo regalo di compleanno, perché è da quando ti ho trovato qui che ci penso. Da quando abbiamo parlato del ballo.» In quel momento avrei anche potuto pensare che sapeva del mio compleanno ben prima della sera del ballo, che non fosse stata Louise a dirglielo, che in qualche modo avesse chiesto di me, ma l’unica cosa a cui riuscivo a pensare erano le sue mani. No, le sue mani sulla mia evidente e inevitabile eccitazione. «Will, forse dovremmo parlarne, non ero preparato, cioè, un po’ sì in effetti, e ammetto di averci anche fantasticato sopra un paio di volte, ma dovevo prepararmi. Non puoi... Oh, Cristo!» Lui a questo punto era praticamente ovunque, con le mani e con la bocca. «Lewis, guardami.» «Non ci penso proprio.» «Lewis, guardami, dai.» «No.» «Cosa stai guardando?» «Sto fissando un volume di Sant’Agostino e sto valutando che il concetto di Confessioni probabilmente è legato a momenti mistici come questo e soprattutto sto pensando che no, Will, non importa chi credi di essere, non sarai mai Narciso, sei assolutamente Boccadoro.» Dicevo tutto questo ansimando, avvinghiato ai braccioli della poltrona. Stavo svenendo per un pompino... che fine miserevole per il conte di Dalkeith! «Lewis, stai straparlando. Guardami.» E, invece, lui era calmissimo. «Se ti guardo, giuro, vengo.» «È questo l’obiettivo, Louis.» «E allora devi spostarti.» «Non ci penso neanche.» «Ma, Will, così finirò...» «Lewis, sta’ zitto e guardami.» E allora abbassai gli occhi. Istintivamente gli misi una mano tra i capelli e sentii la sua che mi afferrava l’altra e, sì, era una cosa incredibilmente carnale; sentivo l’eccitazione in tutto il corpo, dai polsi alle caviglie, nello stomaco, sulle labbra, alla base del collo e dietro la nuca. Sentivo che ogni lembo di pelle in quel momento reagiva non perché fosse corpo, ma perché di nuovo, l’anima spingeva per andargli incontro. Ma non fu per questo che mi calmai, fu per la sua mano nella mia. Perché con quella mano sentivo che anche lui sentiva me. Lasciai andare la testa indietro e mi lasciai portare da lui. E non lo avvisai neanche, di nuovo gli venni addosso senza pudore. Non avevo più freni, più vergogna, non mi guardavo più da fuori. Sentivo quanto mi voleva. Prima di riaprire gli occhi, lasciai andare le gambe e sentii il mio corpo ammorbidirsi e il suo abbandonarsi, spossato, sulla mia coscia, baciandone l’interno, vicino l’inguine. Solo allora mi lasciò la mano e la poggiò sul mio fianco. «Will.» «Dimmi, Lewis.» «Non riposarti troppo.» «Perché?» «Perché avevo anche io un piano quando siamo entrati qui e tu sei stato solo più prepotente. E ora pretendo anche io il mio regalo di compleanno e sei decisamente in svantaggio.» «Adesso?» «Adesso, per le condizioni in cui sono, è una proposta ottimistica. Dammi qualche minuto per riprendermi da quello che mi hai appena fatto.» «Vuoi che stia in piedi o facciamo cambio?» Iniziai a ridere. «Che c’è da ridere?» «Lo fai sempre.» «Cosa?» «Quando sei nervoso o in ansia per qualcosa diventi serio, distaccato, freddo.» «Hai imparato a osservare, my lord, mi complimento. Ma, quindi, cosa faccio?» «Tranquillo, Chase, sarò bravo, ti porterò in un posto altrettanto dissacrante.» Gli sfuggì una risata: «Sarò all’altezza, spero.» Sentivo cosa gli stavo facendo. Lo sentivo nelle sue natiche e sui fianchi a cui mi aggrappavo, perché il suo piacere era anche il mio. Poi, a un certo punto, udii un tonfo e un altro, e lui che ansimando diceva qualcosa a bassa voce. E qualcosa mi colpì sul piede. Mi distrassi e vidi che a terra c’erano libri. Stava tirando giù i libri dagli scaffali. Prestai attenzione senza smettere. E poi dovetti chiedere: «Will, cosa c’è?» «Zitto, continua.» «Stai tirando giù l’intera libreria!» «Devo distrarmi. Se pensassi solo a quello che stai facendo e a come lo stai facendo, sarei già venuto battendo ogni record. Tu, però, continua. Brontë. Io sono Heathcliff. Ah, no, Jane Eyre. Questa è Anne. Ah, eccola, ecco Emily. Ecco Heathcliff.» Il problema non era che si distraesse tirando libri giù dagli scaffali, il problema era che prendeva un libro e recitava un passo a memoria. «Anche se tu mi dai tanta gioia questo giuramento di stanotte non mi piace: è troppo avventato, affrettato, improvviso, troppo simile al lampo, che svanisce prima di poter dire eccolo, guarda. William Shakespeare, Romeo e Giulietta.» Stavo facendo un pompino in una delle più antiche biblioteche di Cambridge, per niente imbarazzato davanti all’élite della storia della letteratura intorno, mentre Will ne declamava il contenuto. «L’amavo a dispetto della ragione, a dispetto di ogni promessa, a dispetto della mia pace, a dispetto della speranza, a dispetto della felicità.» E fu allora che lo sentii cedere. Non mi spostai subito, volevo prendere tutto ciò che mi avrebbe dato. Non era una sfida, era una necessità, era il mio modo di volerlo. E infine si lasciò andare, si sedette davanti a me sulle ginocchia, mi prese la vita e mi si accasciò sul petto, sfinito. «Porca puttana, Lewis, non riuscirò mai più a leggere Dickens senza eccitarmi. E penso che sia quanto di meno eccitante c’è al mondo.» «Questa volta hai comunque vinto tu, è stato il pompino più romantico della mia vita.» Poi ci sdraiammo, uno accanto all’altro. Lui che guardava il soffitto, io che guardavo lui. «Lewis.» «Dimmi, William.» «Penso di essere venuto sulla Austen.» «Non credo di aver capito.» «Sono venuto su Persuasione, dopo che ti sei spostato.» «E ora ti senti in colpa?» «Un po’.» «Be’, non devi. Non le è mai successo, lei avrebbe apprezzato.» «Lewis.» «Dimmi, William.» «Sei una persona orribile.» «Lo dici per la battuta sulla Austen?» «Anche, ma avevi dato già il meglio di te con Sant’Agostino.» «Perché forse ti è sfuggita quella su Narciso e Boccadoro.» «No, l’ho sentita, ma quella sulle Confessioni era peggiore.» «Sì, fra vent’anni il mio ritratto in soffitta me lo farà pesare.» Restammo in silenzio per alcuni istanti, assaporando i nostri respiri. «Will...» «Dimmi, Lewis.» «Pensi che prima o poi mi bacerai?» Allora si girò a guardarmi. «Non lo so, tu che dici?»
Lettura gratuita per i nuovi utenti
Scansiona per scaricare l'app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Scrittore
  • chap_listIndice
  • likeAGGIUNGI