Ottavo Capitolo

1386 Parole
Ottavo Capitolo «Ora, succeda quel che succeda, non posso far altro.» Cambridge, 18 febbraio 1937 «Fallo e basta.» Mi chiesi quando fossi diventato così fatalista, cosa mi avesse portato a quel preciso momento. In realtà la giornata era iniziata in maniera strana, il calendario degli esami di fine semestre si era abbattuto su di me come le dieci piaghe d’Egitto, tutte insieme. Solo che non avevo alcuna possibilità di salvezza. O quasi. Lo vidi passare nel chiostro a passo sostenuto. «Will.» Nulla. «Chase.» Nulla. «William.» Nulla. «Will Chase!» urlai. Dovette girarsi perché si erano girati tutti. E io lo inseguii, come al solito. «Perché non mi rispondi?» «Dimmi, Lewis.» L’aria distratta, il tono quasi infastidito. «Dove vai?» «Perché?» «Niente, era solo una domanda.» «Dal barbiere.» «Dal barbiere?» «Sì.» «Perché?» Si fermò e non era un buon segno. «Perché ho voglia di giocare a biliardo.» «Non essere stupido, Will.» «A domanda stupida...» «Perché sei così acido?» «Perché mi farai fare tardi e io odio essere in ritardo, quasi quanto correre.» «Tu odi correre?» «Ti sembro un velocista?» «Potresti esserlo in effetti, hai le gambe molto lunghe e sei anche così longilineo.» «Lewis, stai straparlando. Mi dici per favore cosa vuoi?» «Niente. Scusami. Non trattarmi male. Volevo solo salutarti.» Mi voltai e stavo per andarmene, ma... «Lewis.» Mi girai. «Sì?» «Scusa.» «Nulla.» «Lewis» pronunciò di nuovo il mio nome. «Dimmi.» «Aspettami tra due ore davanti alla bacheca, all’ingresso. E quando passo seguimi, devo farti vedere una cosa.» «Va bene.» Quando lo rividi nell’atrio del college non sembrava diverso da quello che avevo visto un paio d’ore prima. Mi aspettavo un taglio di capelli netto e invece era il solito Will. Meglio così, mi piacevano i suoi capelli, ricci e scapigliati, incuranti della moda che ci voleva tutti impomatati e composti, con tagli corti e dimessi. Mi passò davanti con aria severa e lo seguii a distanza, percorremmo un corridoio laterale e uno ancora più interno. Era strano, non ci ero mai passato e lì non c’erano aule o camere, eravamo in un’ala dell’edificio praticamente vuota. Si fermò davanti a una tenda e aspettò che lo raggiungessi; lasciò aperto e mi fece passare davanti a lui. Chiuse la porta a chiave e, senza dire una parola, mi fece segno di seguirlo per le scale. Erano molte rampe buie, niente finestre o vetrate, alla fine c’era solo un’altra porta chiusa, che lui aprì lentamente. Solo allora capii dove fossimo. Non potevo crederci... Eravamo sul campanile della chiesa di Pembroke. «Oh, mio Dio!» esclamai entusiasta. «Ma è fantastico!» Mi spostò di forza: «Fermo.» «Come? Perché?» «Non muoverti di un centimetro.» «Will, cosa ci facciamo qui?» «Ascoltami bene, Lewis. Devi stare fermo. O almeno provarci. Adesso ti spiego.» «Ma il panorama è fantastico.» «Sì, ma io ho paura del vuoto e tu devi cercare di stare un po’ tranquillo.» «D’accordo.» «Non puoi spostarti da qui, da questo punto preciso. Più avanti ti vedrebbero da giù e più indietro rischieresti di urtare la campana e saremmo fottuti in ogni caso.» «Perché pensi che farei qualcosa di così maldestro se conosco qual è il rischio?» «Perché sto per baciarti.» A questo seguì una mia lunga pausa di riflessione e quando parlai lo feci tutto d’un fiato: «Fa freddo qui. C’è un sacco di corrente. E non ho portato il cappotto. Sicuramente mi prenderò un malanno.» Mi tiravo il maglione sulle mani come fanno i bambini, per ingannare un freddo che non sentivo davvero. E mi rifiutavo di incontrare il suo sguardo. Sembravo un idiota, uno che non aveva mai baciato, un verginello alla prima esperienza. E non ero niente di tutto questo, ero solo imbranato. «Lewis.» «Dimmi, William.» Rise, il maledetto. «Stai straparlando di nuovo.» «Sì, lo so.» «Guardami.» «Lo sapevi già.» «Cosa?» «Questo.» «Quando?» «Prima, per quello eri così nervoso.» «Ti ho chiesto scusa.» «Sì, ma poi hai avuto il tempo di rilassarti.» «E cosa c’entra?» «Will, fallo e basta.» «Non con te in queste condizioni.» «Perché mi hai avvisato? Non potevi farlo e basta?» «Perché sei caduto dalle scale correndo.» «Me lo rinfaccerai per tutta la vita, vero? E perché mi hai portato qua, se hai così paura?» «Perché questo è l’unico punto di Cambridge in cui non ci vede nessuno e posso baciarti alla luce del sole. Se devo nascondermi per le leggi d’Inghilterra, non mi nasconderò anche agli occhi di Dio.» «Dio è ovunque. Ci vedrebbe comunque.» Lui rise, avvicinandosi. «Sì, be’, così ha un posto in prima fila. Voglio essere sicuro che non gli sfugga nulla.» E allora sorrisi anche io. «Ecco» disse. «È proprio questo il sorriso che voglio baciare.» Sentii la sua mano tra viso e nuca e chiusi gli occhi. «Non è ancora il momento di chiudere gli occhi...» «Stai cercando di uccidermi, ragazzino?» Non mi rispose neanche, iniziò a baciarmi l’orecchio e il collo e poi iniziai a sentire le labbra all’angolo dell’occhio, e sulla guancia e sul mento e di nuovo così, dall’altra parte. L’avrei lasciato continuare, ma avevo troppa urgenza di assaggiarlo. Il profumo di Acqua di Colonia, mischiato al dopobarba e al suo odore, mi stava ubriacando di desiderio. «Will, così però mi fai impazzire.» «E chi ti dice che non lo voglia?» Quando cominciò a baciarmi gli angoli della bocca, sentii davvero la pazzia fermarsi tra la schiena e la gola. E allora capii di essere incastrato. Volevo impazzire, ma non potevo farlo. Avevo il cuore in fiamme, ma il mio corpo non poteva assecondarlo. E lui continuava a torturarmi, col respiro dolce e le labbra che mi sfioravano. Quando iniziò a leccarmi mi permise di rispondere. Le sue dita sulla schiena a solleticarmi, tirandomi a sé, e l’altra mano che giocava col mio orecchio. E la sua bocca. Era come succhiare una caramella al miele; ne sentivo la dolcezza che mi invadeva la gola e le narici, tenendola sulla lingua. Anche quando si allontanava per riprendere fiato, non perdeva mai il contatto e il suo respiro, così vicino, bruciava sulle mie labbra. E diventava sempre più eccitante e sempre più insistente e lo sapevamo entrambi che a fermarci non eravamo capaci. E respirando ci sorridemmo. Non potevo resistere. «Credi che Dio abbia visto abbastanza?» «Perché me lo chiedi?» «Perché se lui ha visto abbastanza, io continuerei per le scale.» «Sì, andiamo via.» Mi prese per mano e mi portò di sotto. Giusto qualche rampa. L’avevo supplicato per mesi, avevo desiderato e sofferto. Gli presi un fianco e con una mano sul petto lo spinsi contro il muro, un gradino sotto di me. E lo baciai ancora. Più sentivo il suo sapore e più ne volevo. Riprendevo fiato tra i suoi capelli e anche quelli baciavo. Lo sentivo piccolo tra le mie mani, come quella notte a Dover, mentre provavo una tenerezza diversa, più sottile, arrendevole. E cercavo di imparare le sue labbra, per mordermele addosso, dopo. Non ci accorgemmo nemmeno di essere arrivati già quasi in fondo alle scale: non ci accorgevamo di niente che non fosse la nostra voglia di averci. Sapevo che eravamo al punto in cui uno dei due avrebbe dovuto lasciar andare. Nessuno dei due voleva che quelle scale diventassero il bagno di un pub, o il divano di un ex amante, e conoscevamo già troppo bene l’uno il corpo dell’altro per non sentire il confine della nostra eccitazione. Entrambi sapevamo quanto quel momento fosse perfetto così, con le labbra che si separavano pur volendosi ancora, non bastandosi mai. E volevo essere io, per una volta, a lasciarlo senza fiato. «Will Chase, quando riuscirò a trovare un posto e un momento, ti farò dimenticare quel bagno e il tuo stesso nome.» «Giuramelo.» Me lo strinsi ancora più addosso. Lo dissi tra le labbra, baciandolo ancora: «Giuro.» E aprii gli occhi prima di lui, riconoscendo l’insoddisfazione sul suo viso. Lo lasciai andare, ma perse l’equilibrio e finì per tenersi all’unica cosa che non avrebbe dovuto toccare: la corda. La fottuta corda attaccata alla fottuta campana che, naturalmente, suonò. «Merda» dissi. «Perbacco!» sentii esclamare a lui, ma non ebbi neanche il tempo di ridere che eravamo già schizzati via, correndo fuori da una porta secondaria, lungo il corridoio. Corremmo ancora e ancora, per tutto il prato esterno e il parco dietro la chiesa. Corremmo finché non ci buttammo a terra in una delle aiuole intorno al college. «Chase, perché con te si finisce ogni volta a terra esausti?» «Che vuoi che ti dica? Sono un tipo impegnativo.» Rimanemmo lì, tossendo e ridendo. «William.» «Dimmi, my lord.» «Devo chiederti un favore.» «Immagino sia lo stesso che volevi chiedermi prima.» «Come diavolo fai a sapere sempre tutto?» «Be’, non sei uno che passa per un saluto.» «Mi stai dando dell’opportunista?» «No, sto dicendo che ti conosco.» «Ecco. Ora mi hai inibito.» «Oh, quanto sei tragico. Andiamo, chiedimi quello che vuoi.» «Sono nella merda per l’esame di Ledly, se non recupero, mi boccia. E tu sei l’unico che possa aiutarmi.» «Che coincidenza.» «Dai, Will, sii serio.» «Ma sì, certo che ti aiuto.» Solo in quel momento notai il suo viso. «Sono un animale, ti ho praticamente sfregiato.» «Lo vedi che sei tragico? Sarà un po’ di irritazione. Passerà.» Istintivamente mi accarezzai le labbra e il resto venne da sé. Mi voltai lentamente verso di lui: «Sei andato dal barbiere apposta?» «No.» «E invece sì.» «Ti dico di no.» «Ci sei andato, eccome! Ti sei proprio fatto radere apposta.» «Non volevo irritarti la pelle del viso. E che qualcuno lo notasse.» «Lei è un gentiluomo, signor Chase, la mia pelle e la mia reputazione la ringraziano.» «Ti proibisco di ridere, Lewis.» «Non riesco a non ridere.» «Be’, ma non è gentile.» «Non rido per il barbiere.» «E allora perché diavolo ridi?» «Perché sono felice.»
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