Nono Capitolo
“Chi mai sarò?”
Ah, eccolo il grande punto interrogativo.
Cambridge, 15 marzo 1937
«È allora che mi sono innamorato, Lewis.»
«Di chi?» domandai.
Mi chiedevo spesso quanti uomini avesse avuto Will e se si fosse mai davvero innamorato. Era giovane, aveva solo diciannove anni, eppure, a giudicare dalla sua abilità, e dalla sfacciataggine che mostrava, sembrava avesse molta più esperienza di me. E poi mi tornava in mente quella frase: “Non so amare”. Non mi ero mai chiesto se io ne fossi capace, avevo sempre pensato che, per me, l’amore sarebbe rimasto un’utopia, che non sarei mai riuscito a innamorarmi di una donna e non credevo che avrei avuto mai la possibilità di legarmi a un uomo, non abbastanza da amarlo. Pensavo che l’amore non l’avrei neanche saputo riconoscere. Poi, era arrivato lui ed era lui che avevo riconosciuto. Amore non era una parola. Amore era la sua sagoma. La sua altezza che sfilava lontano da me e mi raggiungeva dall’altro lato del corridoio e poi diventava i suoi capelli e i contorni della luce che li accarezzava. L’amore erano i suoi occhi che cercavano la mia bocca e i suoi denti a mordermi le labbra; era la sua voce che mi salutava distratta, mentre nella gola sentiva ancora la mia saliva. L’amore per me era lui. E il desiderio incessante e tormentato che l’amore, per lui, fossi io. Per questo, quella sera a mensa, quell’ammissione mi aveva inchiodato alle mie domande ricorrenti.
«Lewis, ma di chi? Di Igor Stravinskij!»
«Oh,» mormorai «lo trovo grandioso anche io.»
Dopo un impegnativo pomeriggio a studiare per il test di Filosofia, sfiniti dalla sessione d’esami, ci eravamo ritrovati a rimpiangere il tempo libero e le serate a teatro e avevamo scoperto di aver assistito allo stesso concerto della Yudina, a Londra, nell’estate del ‘34.
«E suonato da lei è divino» aggiunse.
«Ehi, come fa a piacerti Stravinskij, se ti piace Wagner?»
«Non hai letto Il lupo della steppa, vero?»
«E cosa c’entra?»
«Se l’avessi letto lo sapresti.»
«Non mi corromperai, Chase.»
«Come vuoi tu, my lord.»
Cambridge, 23 marzo 1937
«Non ci credo.»
«Infatti è incredibile.»
«Cos’hai sbagliato?»
Davanti alla bacheca di Ledly, io e Will guardavamo, increduli, i risultati dell’esame.
O, almeno, solo io ero incredulo, lui era affranto.
«Andiamo, Will, non puoi essere davvero deluso. Senza il tuo aiuto sarei in fondo alla lista insieme a quell’idiota di Cavendish.»
«Lewis, non hai idea di quanto mi stiano infastidendo i due nomi tra noi.»
«Non avrai sperato davvero che mi classificassi secondo?»
«Certo.»
«Will, sono quarto, non ricordo neanche di essere mai stato quarto in un corso, io detesto la filosofia.»
Si voltò a guardarmi. «Come sei entrato a Cambridge?»
Ignorai la domanda e dissi: «Sai, in questi casi le persone normali...»
«Noi siamo normali.»
«Sì, d’accordo, in questi casi due semplici colleghi si darebbero pacche sulla spalla e si abbraccerebbero.»
«Ma noi non siamo normali colleghi. Se ti abbracciassi adesso finiremmo per pomiciare contro il muro, e sono abbastanza sicuro che le regole di Cambridge non ce lo consentano.»
«Signor, Chase, congratulazioni!» La voce del professor Ledly, dietro di noi, fu formale, ma non acuta. Will e io ci voltammo, mentre Ledly aggiungeva: «Se devo essere onesto, il prossimo trimestre la sua pignoleria mi mancherà.»
«Lo spero, professore.»
«Speri sempre che la sua intelligenza sia più evidente della sua arroganza. E speri di incontrare persone abbastanza capaci da saper distinguere l’una e l’altra.»
«Cercherò di evitare gli stupidi, per quanto posso.»
«Ecco, ha afferrato il senso del discorso. Arrivederci William.»
«Arrivederci, professore.»
Io mi girai a guardare ancora i risultati, incredulo.
«A furia di fissare quel quarto posto con quest’aria compiaciuta, consumerai la carta.»
«Non guardavo il mio nome, guardavo il tuo.»
Cambridge, 24 marzo 1937
Quando quel pomeriggio vidi Peter Cavendish in biblioteca, sentii immediatamente il ghigno colorarmi gli occhi e le labbra. Un giorno esatto dopo la sua disfatta, sullo stesso campo di battaglia in cui aveva provato a umiliare Will, dandogli del frocio e del plebeo, potevo godermi una rivincita storica. Potevo fargli ingoiare tutto quello che gli aveva sputato addosso, mentre nel cortile gli aveva intimato di chiamarlo “milord”, lui che del lord non aveva nulla. E potevo fargli pagare, senza alzare un dito, la violenza che aveva usato su Will, spingendolo contro quel muro.
«Peter» dissi, avvicinandomi al tavolo dove era seduto.
«Dalky.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Neanche un po’ deluso?»
«E perché dovrei esserlo?»
«Ho visto com’è andato l’esame di Ledley e volevo dirti che mi dispiace.» Il mio tono evidentemente tradì le mie intenzioni.
Mi fissò stringendo gli occhi. «Che problemi hai?»
«Io nessuno, sono quarto.»
«E quindi?»
«Nulla. Mi auguro che questo bagno di umiltà ti serva per il futuro.»
«Fottiti, Dalky, fallo tu un bagno. Ultimamente vai troppo in giro con i plebei e cominci a puzzare come loro.»
«E tu che ne sai? Direi che certi plebei sono un po’ troppo lontani da te perché tu possa davvero sentirne l’odore.»
Cavendish si alzò, ma, prima ancora che potesse ribattere, riconobbi la voce di Will alle mie spalle, in un tono tutt’altro che complice.
«Lewis.»
«Will, che coincidenza!» esclamai voltandomi. «Proprio ora, con Peter, stavamo dic...»
«Prima che tu aggiunga altro, posso parlarti, per favore?»
«Dimmi.»
«Non qui» replicò, in tono strano, con una voce che sembrava nemmeno gli appartenesse.
Lo seguii per un tragitto che mi parve infinito, per due rampe di scale, fino al terrazzo sopra la biblioteca. Quando si girò a guardarmi aveva un’espressione che non gli avevo mai visto. Non come in cortile, dopo che avevo provato a baciarlo, e non come quando a Dover aveva capito di Simon. Era come svuotata da qualsiasi emozione.
«Lewis, cosa stavi facendo?»
«In biblioteca? Niente di che, una chiacchierata con Cavendish, solo per dirgli che mi è dispiaciuto del risultato dell’esame di Filosofia. Be’, in effetti stavo un po’ gongolando, ma è stato un incontro casuale.»
«E perché senti la necessità di infierire su di lui dopo un suo fallimento?»
Ora la situazione cominciava ad apparirmi più chiara, mi stava rimproverando per il mio atteggiamento.
«Perché è un balordo, Will. Non mi piace come ti parla, non mi piace come parla di te e nemmeno che abbia provato a picchiarti. Devo davvero giustificarmi con te perché non sopporto Cavendish?»
«Una cosa è non sopportare qualcuno, Lewis, altra è infierire in modo gratuito.»
«Stai scherzando? Devo ricordarti che qualche settimana fa l’hai quasi insultato in classe e poi mi hai detto di detestarlo?»
«E questo pensi ti dia il diritto di fare certe scene davanti a tutti, aggredendolo con tanta vigliaccheria?»
Mi stavo innervosendo. «Voleva picchiarti. Continua a chiamarti nei modi più offensivi e a parlare di te con una tale tracotanza che, solo per quello, gli spaccherei la faccia.»
«Se vuoi fare l’eroe, Lewis, dovresti evitare di offendere qualcuno quando è a terra, così è troppo semplice.»
«Will, quello è Cavendish. Ha cercato di picchiarti.»
«Sì, Lewis, ma è anche quello che saresti tu, oggi, se non mi avessi chiesto aiuto dieci giorni fa.»
«Me lo stai rinfacciando?»
«No, ma non puoi fare così con qualcuno solo perché tu sei stato più fortunato.»
«Giusto. È merito tuo, quindi decidi tu cosa posso dire e non dire. Allora fammi sapere con chi posso o non posso parlare.»
Andai a passo deciso verso le scale e lo sentii dire a voce alta: «Sei migliore di così.»
Mi fermai e mi voltai. «È questo il tuo problema, Will. Continui a volermi migliore di quello che sono.»
«Io non ti voglio migliore di quello che sei. Non ho mai avuto l’ambizione di cambiare nessuno, ma non capisco perché ti ostini a sembrare peggiore di quello che sei davvero.»
«Ma che cosa ne sai di come sono davvero?»
«So che non sei Peter Cavendish, ma prima, in biblioteca, stavi facendo di tutto per sembrarlo.»
«E invece sono sempre io, uno stronzo arrogante.»
«Non è vero.»
«Maledizione, sì che è vero!» esclamai avvicinandomi di nuovo. «Perché non puoi fartelo bastare?»
«Perché non ho l’abitudine di farmi bastare niente. Perché so chi sei, ho visto come sei passato sopra il tuo orgoglio a Dover, pur di non lasciarmi morire di freddo per strada.»
«È diverso, quello eri tu.»
«È vero, ma non è solo quello. Hai detto che Simon aveva il diritto di parlarti in quel modo ed è per questo che non volevi andare da lui quella notte e, se non ci fossi stato io, non ci saresti andato. E quello, Lewis, si chiama senso di colpa, quello è sapere quando si sbaglia e avere il coraggio di assumersene la responsabilità. E se puoi essere quel Lewis, perché vuoi essere questo?»
«Non puoi cambiarmi, Will.»
«Non voglio farlo. Vorrei solo diventassi ciò che sei, invece di voler sembrare a tutti i costi ciò che non sei.»
«Perché così non sono abbastanza?»
«Perché così non sei davvero tu.»
«Adesso hai anche la presunzione di conoscermi meglio di quanto non mi conosca io stesso?»
«Sì.»
«Forse mi hai idealizzato, Will.»
«Forse.»
Non sapevo se in quel momento si fosse arreso o se avesse capito quanto fosse inutile insistere, ma quel forse era il suo modo di lasciarmi andare. La conversazione fini lì e me ne andai. Odiavo il modo in cui leggeva nitidamente tutto quello che io mi costringevo a ignorare. Eppure, quel suo modo di trattarmi, di guardarmi, di credere a ciò che ero, nonostante i miei tentativi di tenerlo nascosto, mi erano entrati dentro. E lo capivo soltanto in quel momento. Mentre sentivo che quel forse mi stava lasciando orfano di qualcosa che non sapevo di avere. Perché nei sottintesi della sua arroganza, della sua sfacciataggine, del suo essere tremendamente ambiguo, dai primi momenti insieme in quel bagno, Will mi aveva dato qualcosa di diverso da tutto ciò che avevo avuto in vent’anni di rapporti umani e, forse, per questo, avevo fatto così tanta fatica a riconoscerlo. Verità e rispetto. E non per Lewis Edward Ellsworth, conte di Dalkeith, futuro duca di Buccleuch e Queensbery, figlio di un Pari di Inghilterra e Irlanda. Ma per me. Me in tutto quello che significavo, con i miei limiti e le mie volgarità. E quel forse rischiava di lasciarmi nudo di tutto questo, ma senza la corazza di rassegnazione e arroganza che mi ero costruito prima. E allora dovetti scegliere: tornare su, credergli e lasciarmi amare, o scendere e tornare a essere ciò che ero prima.
Scelsi di tornare e lo incrociai per le scale.
«Lewis. Sei ancora qui.» Non era una domanda, il tono era un misto di sorpresa e indifferenza.
«Sono stato un idiota, torniamo di sopra. Ho bisogno di parlarti.»
«Non adesso, Lewis.»
«Perché no?»
«Perché sono deluso e non voglio dire ciò che non penso.»
«Credi ti passerà?»
«Non lo so.»
Trascorsi la settimana successiva a torturarmi.
Lui mi evitava, non mi parlava e, quando entravo in una stanza, usciva. Eppure, quando mi credeva distratto, mi poggiava lo sguardo addosso e io ne sentivo il peso e il calore e, ogni volta che lo faceva, io tiravo un sospiro di sollievo, perché finché era arrabbiato, deluso e offeso, io ero ancora un dubbio, una possibilità, e significava che non mi aveva lasciato andare. Poi, arrivò Reggie Hyde a salvarmi il culo. Tecnicamente, fece l’esatto contrario, ma si trattava pur sempre di una questione di relativismo.
Cambridge, 6 aprile 1937
Fu lui ad aprirmi.
«Lewis?»
Era sorpreso, io estasiato. Aveva ancora i pantaloni della divisa, ma sopra indossava una vestaglia completamente slacciata. Nella classifica dei miei sogni erotici ricorrenti, Will in quelle condizioni era tra i primi tre posti. Riuscii a stento a mantenere la calma.
«Posso parlarti, per favore?»
«Non so se è il caso, Shay potrebbe tornare a momenti.»
«È al pub a giocare a biliardo, per questo ho approfittato.»
Fece un passo indietro e iniziò a ricomporsi. «Scusami, il clima inglese mi sta uccidendo. Ho caldo per la maggior parte del tempo.»
«Fa ancora un freddo cane fuori» replicai, mentre entravo nella stanza e chiudevo la porta. «Ma è davvero così freddo a Boston?»
Lo vidi sorpreso, stranamente. «Abbastanza, ma non è questo il problema, è che qui è più umido, non sono abituato. Dimmi, comunque.» Il suo tono era gentile, ma formale.
«Dobbiamo parlare.»
«Ti ho chiesto un po’ di tempo.»
«Sì, ma adesso non ce l’ho il tempo.»
«E come mai questa urgenza?»
«Reggie non c’è stasera, torna nell’Essex dai suoi per il compleanno della madre.»
«E allora?»
«Come allora? Non tornerà a Cambridge prima di domani. Sono da solo in camera, per tutta la notte e vorrei che venissi da me.»
«Non credo sia il momento giusto.»
«Lo so che sei furioso, ma sappiamo entrambi che mi perdonerai, prima o poi, e quando questa notte sarà passata ce ne pentiremo.»
Scosse la testa e sorrise, ma era un sorriso ironico e non prometteva nulla di buono. «Quindi, dopo tutto quello che ci siamo detti sulla terrazza, tu hai pensato che mi sarebbe passata e che sarebbe bastata la promessa di una notte di sesso per farci riprendere come se nulla fosse? Certo, devo esserti sembrato davvero poco più di una puttana in quel pub.»
«Non era questo che volevo dire.»
«Ma è quello che è sembrato.»
Ero deluso e frastornato e, come sempre, quando non sapevo come reagire, scelsi la rabbia: «Pensi che mi diverta a inseguirti, William? Pensi che supplicarti di passare la notte con me, dopo che mi hai aggredito per averti difeso, sia stato facile? Si fa solo quello che tu vuoi, desideri e concedi. Si parla, ci si tocca e ci si bacia quando vuoi tu. Non deve accadere nulla che Sua Grazia non abbia scelto o approvato. E io zitto. E invece, forse, il problema è che sono io a non essere abbastanza per te e non hai mai smesso di sottolinearlo. Quindi, sai cosa? Va’ al diavolo, William.»