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Estate 1968
Meana di Susa
Quel giorno me lo ricordo bene.
Eravamo nella casa di montagna, Borgata Assiere di Meana, in val di Susa. Faceva caldo ma si stava bene.
Alla radio la voce roca di Louis Armstrong interpretava Mi va di cantare, un brano che, seppur reduce da un penoso penultimo posto al Festival di San Remo, era divenuto ben presto un tormentone. Era orecchiabile, spensierato, e stava letteralmente spopolando tra i favori del pubblico.
Nell’aria respiravo il profumo della festa. Era il giorno del mio compleanno e non stavo più nella pelle. Ero eccitato e provavo un misto di gioia e vergogna.
La mia timidezza, infatti, rischiava di condizionare uno dei giorni più belli dell’anno.
Ogni tanto allungavo lo sguardo verso mia madre, che rispondeva con un rassicurante sorriso pieno d’amore.
Tutta quella gente intorno, un po’ mi spaventava. Parenti, amici, vicini di casa. I baci, gli abbracci. Beh, sinceramente, di quelli, ne avrei fatto volentieri a meno.
Quando la torta, spinta su di un tavolino a rotelle, fece improvvisamente la sua comparsa, io rimasi senza fiato. Sì, rosso in viso, proprio come un peperone, sudato e letteralmente senza fiato.
Era enorme. A più strati. Con il cioccolato, la crema e la panna, che copriva come neve tutta la parte superiore.
Mio padre avvicinò un accendino alle candeline. Provai a contarle. Erano otto. Non si erano sbagliati per fortuna.
Ricordo di aver strofinato nervosamente le mani sulle gambe lasciate scoperte dai pantaloncini corti. Non amavo essere al centro dell’attenzione ma nello stesso tempo non vedevo l’ora di soffiare su quelle otto fiammelle indisponenti.
Per un istante, non so il perché, abbassai il capo e il mio sguardo si posò sulle mie scarpe sgualcite. In particolare osservai un buco sulla punta di quella destra, frutto di un’infinità di calci dati al pallone. Mi scappò un sorrisetto malizioso, mentre tutti, intorno, cominciavano a canticchiare quell’orribile cantilena.
Tanti auguri a te… tanti auguri a te…
Guardai quei volti sorridenti e poi gonfiai le guance, proprio come quelle di Louis Armstrong. Tenni prepotentemente il fiato compresso dentro i polmoni e poi soffiai con tutta la forza che avevo in me.
Seguì l’applauso, altri baci e abbracci.
Mia madre commossa mi prese in braccio e mi strinse forte. Ricordo di aver socchiuso gli occhi come un gatto appagato e di aver assaporato tutto quell’affetto di cui mi nutrivo da sempre. Di aver ascoltato i battiti del suo cuore e assaporato il suo profumo gradevole. Quel profumo che solo le mamme possono avere.
La maglietta rossa che indossavo si macchiò quasi subito di cioccolato ma per quel giorno andava bene così. Beata impunità.
Passai a scartare i regali sotto gli occhi curiosi di tutti quanti, soffermandomi in particolare su di un trenino elettrico e una cerbottana. Ero felice.
Il tempo correva veloce e presto, per fortuna, tutti quanti, alla chetichella, si dileguarono, consentendomi di giocare tranquillo seduto al tavolo in cucina.
Guardai l’orologio sul muro che indicava le sei e mezza del pomeriggio e poi fissai il calendario subito sotto. Sulla data del 17 agosto mamma aveva scritto in grande con un pennarello rosso, Compleanno di Maurizio.
Sorrisi soddisfatto.
Dopo uno sbadiglio allungai lo sguardo fuori dalla finestra. Le vette dei monti spiccavano dietro alcuni alberi mossi dal vento.
Mi piacevano le montagne, i boschi, la natura in genere. E mi piaceva pure il vento.
Poi mi soffermai sul davanzale, dove era stato momentaneamente riposto un quaderno con su scritto in bella grafia compiti delle vacanze.
Naturalmente era la mamma che impreziosiva sempre i miei quaderni e a volte anche il diario, con delle simpatiche cornicette colorate.
La sua scrittura era bellissima e piena di arzigogoli strani. Si trattava di un antico corsivo inclinato. Già. Lei era creativa e sempre piena di risorse. Pensate, sapeva recitare benissimo le poesie e poi sapeva anche cantare.
Era proprio brava la mia mamma. Brava e anche molto bella. Bionda con gli occhi di un verde strano, un po’ come quello dei gatti.
A volte le chiedevo di cantare e lei non si lasciava pregare più di tanto.
Una vecchia canzone che ripeteva sovente era Vola colomba. La sapeva tutta, dal principio alla fine, e quando la cantava si fermava e lo faceva solo per me, spesso suo unico spettatore.
Vola, colomba bianca vola, diglielo tu
che tornerò…
Dille che non sarà più sola
e che mai più
la lascerò.
Ma il mio pensiero tornò ben presto ai compiti delle vacanze e una smorfia bizzarra si impadronì del mio viso. Mio padre se ne accorse e si avvicinò con garbo, poi, mi prese in braccio.
«Otto anni. Sei grandicello ora, vero?»
«Sì» risposi poco convinto.
«Sai cosa facciamo domani? Ti porto con me a Torino. Devo fare delle commissioni. Hai voglia di accompagnarmi? Così stiamo un po’ insieme. Lo sai, io devo lavorare e non posso stare come voi tutta l’estate in montagna…»
L’idea non mi piaceva per niente e lo feci capire storcendo vistosamente il naso. I miei progetti erano ben altri. Ora avevo compiuto gli anni. Forse sarei stato accettato a far parte della banda del ragno.
Mia madre, notando il mio disappunto dipinto in viso, venne ben presto in mio soccorso.
«No caro. Maurizio non può venire. Ha già un impegno con i ragazzi della vecchia baita. Vero?»
Io cercai di annuire al suo sguardo complice e ammiccante aspettandomi una immediata reazione di mio padre che però non arrivò. Infatti non se la prese più di tanto. Anzi, mi mise in piedi sulla seggiola accanto alla poltrona e sorrise rispondendomi con garbo.
«Pazienza. Sarà per la prossima volta. In fondo ormai sei un ometto. Così farai anche compagnia alla tua sorellina Laura.»
Per un attimo rimasi muto. Un po’ impacciato, forse. Non avevo nessuna intenzione di fare compagnia a quella piagnucolona di mia sorella. Era assolutamente fuori discussione. Ci pensai un attimo e poi, voltandomi verso mia madre, esclamai.
«Mamma, ti ricordo la promessa.»
«Quale promessa?» interrogò mio padre voltandosi verso di lei con fare curioso.
«Maurizio potrà andare a prendere il latte in cascina, da Giorgio. E lo farà da solo. Ormai è grande.»
Io osservai la scena e notai che mia madre mi strizzava l’occhio complice mentre si asciugava le mani con un canovaccio. Mi spuntò un sorriso. Frutto forse di gratificazione o semplicemente di una conferma. Insomma, una promessa è pur sempre una promessa.
Restava ora lo scoglio di mio padre che era rimasto in piedi a osservare la mia reazione. Si era passato la mano sui capelli corvini e poi la sua espressione si era fatta seria e determinata.
«Sì, però mi raccomando. Non far tardi perché poi fa buio» aveva risposto guardandomi negli occhi.
«Ma io ho la torcia!» esclamai con forza.
Lui osservò l’orologio che indicava le sette.
«Allora ti conviene andarci subito. Io ora devo scendere veloce in paese. Devo acquistare una bombola di gas prima che l’emporio chiuda.»