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Non mi ero fatto ripetere due volte l’invito a uscire subito di casa. Avevo preso il contenitore per il latte ed ero sgattaiolato fuori dalla porta in fretta e furia. In tasca avevo la torcia. Mi sarebbe servita per il ritorno, forse.
La strada da percorrere non era poi molta. A piedi e con passo svelto ci avrei messo una mezz’oretta ad andare e altrettanto al ritorno. Era sufficiente passare nella strada centrale della borgata, superare la vecchia baita, il pacias, ovvero la fontana-lavatoio con l’acqua corrente e poi attraversare un prato quale scorciatoia.
Seppur felice per questo traguardo che indicava una mia nuova indipendenza, in realtà avevo un po’ di paura. Insomma, per indole non ero mai stato un eroe, anzi. Senza mia madre mi sentivo letteralmente perso. Ma dovevo affrontare questa nuova sfida con coraggio, dovevo crescere. Un dovere assoluto.
Le ombre della sera cominciarono a comparire lente e spettrali inducendomi ad accelerare il cammino. Il rumore dei miei passi veloci era accompagnato da un mio fischiettio nervoso. Dovevo pur farmi coraggio in qualche modo.
Per strada non un’anima viva.
Il contenitore del latte in alluminio continuava a sbattere irriverente sulla mia coscia ma non me ne importava.
Ero già quasi a metà strada quando improvvisamente, proprio all’incrocio con la vecchia baita, loro, i ragazzi della banda del ragno, uscirono come dei forsennati ululando come lupi inferociti.
Lasciai cadere il contenitore a terra e, terrorizzato, scappai verso casa. Il mio cuore batteva forte e il sudore della paura aveva inondato fatalmente il mio corpo.
Battei i pugni sulla porta di casa con tutta la forza che avevo in corpo. Ero disperato, singhiozzavo e tremavo. Quando mia madre finalmente aprì quasi svenni. Lei mi portò in casa e mi fece sedere su di una sedia. Mi tolse subito la maglietta fradicia di sudore controllandomi con occhi preoccupati e poi mi fece bere dell’acqua.
«Sono stati loro, vero? Ti hanno ancora spaventato. Domani mi farò sentire io. La devono smettere. Tu sei più piccino, per questo se ne approfittano.»
«No, ti prego mamma, non dire nulla. Altrimenti mi chiameranno spia o femminuccia. Per favore…»
«Non puoi continuare così. O ti accettano con loro o ti ignorano per sempre. Domani mi sentiranno. Vedrai che sistemeremo tutto. Stai tranquillo.»
Quelle parole rischiavano di demolire tutti i miei progetti di entrare prima o poi a far parte della banda.
«No, ti prego mamma. Non mi hanno fatto nulla di male. Sono stato io a spaventarmi a morte. Ho avuto paura… colpa mia.»
«Allora cosa vogliamo fare? Me lo dici tu forse?»
«Anche se sono più piccolo di loro chiederò di poter entrare nella banda.»
«Non ti vorranno con loro. Sono più grandicelli di te. Magari il prossimo anno. Perché tutta questa fretta?»
Mi asciugai le lacrime dal viso con un fazzoletto e poi osservai mia madre. La abbracciai forte e quindi, restando in quella posizione, continuai.
«Devo almeno provarci. Non voglio stare sempre da solo. Io mi annoio. Mi capisci, mamma?»
A questo mio bisogno di nuovi spazi lei rispose con un sorriso e qualche carezza sulla mia testa arruffata. Dopo un sospiro però mi ammonì.
«Come vuoi tu. Ma mi raccomando, non ti devono umiliare solo perché sei il più piccolo, capito? Altrimenti questa volta interverrò io personalmente. Una volta per tutte. Intesi?»
Annuii con garbo osservando la sua espressione determinata.
«Va bene mamma.»
Mi fece scendere dalla sedia e mi invitò ad andare in bagno per sciacquarmi il viso. Mi ero tranquillizzato. Ripensandoci a mente fredda, in fondo era stato solo uno scherzo. Uno stupido scherzo.
Chissà come si saranno divertiti nel vedermi fuggire terrorizzato. Mi guardai allo specchio. Il mio viso era gonfio e i miei occhi arrossati. Cercai di fare lo sguardo da duro senza però ottenere un grande effetto. La voce di mia madre mi fece tornare serio.
«Dai che è pronta la cena. Bistecche impanate con le patate al forno. Contento? Dopo andiamo a trovare zia Maria.»
La sera passò serena, mio padre era tornato e durante la cena aveva ascoltato la mia disavventura senza però intervenire più di tanto. Anche in questa occasione, mia madre aveva sminuito l’accaduto e derubricato l’argomento a semplici ragazzate.
Io però avevo continuato a ripensarci anche dopo, a casa di mia zia.
La banda del ragno era ormai per me, nel bene o nel male, un chiodo fisso. A nulla potevano servire le rassicurazioni dei grandi.
Rivivevo mentalmente ogni attimo di quell’agguato. I loro visi, le loro smorfie, le loro urla. Insomma, cercavo di metabolizzare un evento traumatico e di ricondurlo a un fatto risibile.
Quella stessa notte la passai inquieto. Continuavo a chiedermi curioso il perché poi mi fossi spaventato così tanto. La mia reazione era forse stata spropositata rispetto alla situazione. Ma allora ero veramente un fifone? E se fossi stato dall’altra parte della barricata? Mi sarei divertito nel vedere fuggire a gambe levate l’ignara vittima di turno?
C’era solo un modo per rispondere a questi miei interrogativi. Dovevo chiedere di poter entrare nei ranghi della banda del ragno. Non esistevano alternative.
Sì, non avevo altra scelta per dimostrare che non ero un fifone, pensai poco prima di crollare in un sonno riparatore.