Capitolo 3

1043 Parole
3 Erano passati alcuni giorni dal fattaccio e io, anche grazie al sostegno di mia madre, ero riuscito a metabolizzare l’accaduto senza perdermi d’animo. Attraverso una fitta serie di colloqui riservatissimi con Piero, un amichetto che faceva parte della banda del ragno ma che era anche mio vicino di casa, ero riuscito a ottenere una sorta di udienza con il loro capo. Lui si chiamava Massimo, era biondo ed era il più grande di tutti. Forse dodici o addirittura tredici anni. Nella borgata era un mito. Lui si faceva chiamare il comandante, e tutti gli erano fedelissimi. Incuteva timore solo a guardarlo, era deciso e non so il perché, odiava i francesi. Piero, invece, che aveva appena un anno più di me, si era rivelato impacciato nell’affrontare l’argomento. Da una parte voleva dimostrarsi un duro proprio perché affiliato alla banda, ma dall’altra, riconosceva di essermi amico da sempre. I nostri genitori, oltre a ciò, si frequentavano anche a Torino. Insomma, si trovava in una situazione di imbarazzo. Io avevo insistito molto con lui, lo avevo letteralmente sfiancato rompendogli le palle così tanto da riuscire a ottenere il tanto agognato appuntamento. E il fatidico giorno era finalmente arrivato. L’incontro era fissato per le quattro del pomeriggio vicino alla fontana. Garante dell’incontro era, seppur a malincuore, proprio lui, Piero. Mi ero preparato psicologicamente, ero determinato e motivato. E finalmente era giunta l’ora. Quando arrivammo nel luogo indicato lui era già lì, circondato dai suoi soldati fedelissimi. Mi guardavano tutti in modo strano, sprezzante forse. Non riuscivo bene a comprendere questa loro ostilità nei miei confronti. Lui, in particolare, mi fissava con i suoi occhi azzurri da serpe e un ghigno stampato in faccia. Aveva un ciuffo di capelli così chiari da sembrare ossigenato che gli scivolava continuamente sul viso obbligandolo a tirarlo indietro con la mano, come in un rituale. Poi usava inclinare la testa. Vestiva una camicia militare tinta carta da zucchero, di quelle dell’aviazione, pantaloncini corti come tutti quanti e sandali. Sul petto aveva le medaglie che usava la banda, ovvero i tappi delle bibite bloccati nel tessuto con dei fiammiferi di legno. Tre, se non ricordo male. Mi fece un cenno con la mano e io, giunto al suo cospetto, quasi balbettando, esclamai di voler entrare a far parte della banda. Lui non rispose subito. Anzi. Continuò a osservarmi sornione un po’ come tutti gli altri componenti della banda. Cercai di contarli. Erano più di dieci sicuramente. Forse anche una quindicina. Alcuni avevano una fionda in mano, altri una cerbottana. Uno di loro aveva una sorta di basco nero che teneva appoggiato sul capo come una piadina. Guardai con la coda dell’occhio Piero che cercava nuovamente di intervenire in mio favore, ma questo fu ben presto interrotto dalla mano tesa di Massimo che si avvicinò ancora di un passo verso me, esclamando. «Quindi, ripeti, cosa vorresti tu, moccioso?» «Voglio entrare nella banda» risposi cercando tutto il coraggio che avevo dentro me. «Non è possibile.» «Perché?» «Perché sei troppo piccolo. Non ti accorgi da solo che sei un marmocchio?» Tutti gli altri si misero a ridere compiacendolo. «Sono abbastanza grande. Ho compiuto otto anni!» ripetei come in una cantilena. Lui si guardò intorno come in cerca di parole e poi sfoderò una sciabolata mortale. «Per far parte della banda del ragno bisogna avere coraggio. E tu non ce l’hai.» Nuovamente le risate di tutti fecero da contorno alla sua esclamazione. Ero rosso in viso ma questa volta non era vergogna, era rabbia. «Non è vero che non ho coraggio!» quasi urlai con tutto il fiato che avevo. Cercai inconsapevolmente di uscire da quella sorta di gioco di ruolo alzando la voce e guardando tutti con piglio severo. «Mettetemi alla prova!» continuai con tono minaccioso. E nel dire questo puntai i piedi come un mulo appoggiando le mani sui fianchi. La sfida era lanciata. E questa reazione parve inaspettata. Anche gli altri ragazzi ora rumoreggiavano impazienti. Massimo aveva inclinato la testa e socchiuso sinistramente gli occhi. Sembrava assorto in chissà quale pensiero. «La banda non è uno scherzetto per bambini» ripeté serio «Ma se proprio insisti…» E nell’esclamare queste parole, si guardò lentamente intorno. Tutti lo seguivano senza quasi respirare. Sicuramente tramava qualcosa che nemmeno loro osavano immaginare. Si toccò il mento e poi, dopo qualche istante, sorrise nuovamente. «Vuoi davvero entrare nella banda? Dovrai affrontare una prova di coraggio. Se riuscirai a superarla, beh, allora…» I ragazzi intorno cominciarono a sorridere a denti stretti parlottando tra loro e lanciandosi occhiate strane l’un l’altro. Io non sapevo come reagire a questa apertura e pertanto rimasi muto con lo sguardo serio piantato nei suoi occhi di vetro. «Questa sera davanti al nostro quartier generale. Alle sette in punto. E non tardare!» concluse Massimo tirandosi indietro i capelli e sbuffando innervosito. Poi, voltatosi, si allontanò con le mani infilate nelle tasche seguito da tutti gli altri, Piero compreso. Rimasi per qualche istante fermo, immobile, a pensare alle sue parole. Poi mi voltai verso la strada di casa e iniziai a camminare con passi sempre più veloci fino a correre dalla gioia. Dovevo dirlo subito alla mia mamma. Questa volta sarei entrato a far parte della banda del ragno. Ero felice. La prima cosa che feci appena entrato in casa fu quella di volarle letteralmente tra le braccia. La strinsi forte esultando. «Mamma, mamma, ce l’ho fatta! Forse riuscirò a entrare nella banda!» «Ma davvero? Con chi hai parlato?» «Con Massimo, il capo. Ma c’erano tutti quanti… È stato Piero ad aiutarmi.» Mia madre sorrideva scuotendo leggermente il capo. «Dai, racconta…» «Massimo, il capo, prima mi ha detto che non era possibile, ma poi ha cambiato idea. Perché mi sono fatto sentire! Dovevi vedermi!» «E quindi?» «E quindi questa sera mi faranno superare una prova di coraggio.» Mia madre continuava ad accarezzarmi soddisfatta nel vedermi felice. Sorrideva, ma voleva più informazioni e pertanto continuava a interrogarmi. «E in cosa consiste questa prova di coraggio?» Rimasi muto alla domanda. Già, quale poteva essere questa prova di coraggio? Non ne avevo la minima idea. Mi mordicchiai nervosamente il labbro con un’espressione curiosa. Poi risposi tutto d’un fiato allargando leggermente le braccia. «Non so. Però se anche lo sapessi non potrei dirtelo. Perché sarebbe un segreto.» Lei si accontentò delle mie risposte. «Va bene, ma attenzione a non fare tardi. A che ora è questa prova?» «Alle sette al loro quartier generale, lo sai dov’è?» «Sì, sì, lo so. Ma non tardare per cena. Alle otto devi essere a casa. Intesi?» La guardai con occhi sognanti attorcigliandomi i riccioli dei capelli con le dita. I miei pensieri vagavano liberi e leggeri. «Va bene mamma» risposi con un filo di voce.
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