Capitolo 4

930 Parole
4 Quel tratto di strada verso l’appuntamento mi parve lunghissimo. Camminavo pensando a un’infinità di cose. Tra queste, le medaglie. Forse un giorno avrei potuto essere decorato anch’io. Chissà. Forse dopo qualche battaglia, qualche atto eroico, proprio come nei film. Istintivamente toccai un portachiavi che avevo attaccato a un passante dei pantaloncini corti. Era a forma di pistola, come quelle del Far West. Poteva portarmi fortuna. E poi ogni tanto mi compariva fugace l’interrogativo. Quale poteva mai essere la prova, per così dire, di ardimento? Le espressioni del mio viso mutavano repentinamente proprio in base al pensiero che mi balenava in testa di volta in volta, ma tutto cessò immediatamente quando da lontano vidi il loro gruppetto attendermi all’incrocio della strada. Massimo, il capo, era seduto su di un muretto in pietra e mi fissava serio. Quando fui più vicino mi accorsi delle sue ginocchia sbucciate e del suo piglio severo. Tutto intorno nessuno fiatava. Solo sguardi curiosi, come se io fossi un animale strano. Quando gli fui di fronte lui pronunciò serafico. «Finalmente.» Io guardai l’orologio giallo che avevo vinto con le patatine PAI e risposi a tono. «In perfetto orario.» «Avvicinati» fece lui superbo. Io obbediente mi ficcai a pochi centimetri dal suo naso. I suoi occhi erano strani. Chiari e glaciali, malvagi forse, ma questo non fu sufficiente a intimorirmi. «Sei davvero convinto di voler affrontare la prova di coraggio?» «Sì!» risposi secco e senza alcuna titubanza. Gli scappò un ghigno mefistofelico e poi mi fece cenno di seguirlo con la mano. Ci spostammo tutti quanti all’interno di una specie di cortile delimitato da un muretto in pietra. Nessun altro oltre a noi. Ero impaziente ed eccitato al contempo. Scrutavo di sottecchi gli sguardi dei ragazzi che mi fissavano. «Quindi? Cosa devo fare?» incalzai ansioso. Massimo si voltò verso un componente della banda e poi fece un cenno veloce. Tutti formarono un cerchio. Io e lui rimanemmo al centro. «Lo sai come si chiama questa banda?» mi sfidò improvvisamente spostandosi il ciuffo di capelli con la mano. «Sì, certo. La banda del ragno» risposi. Lui abbassò il capo. Un ghigno si ripropose feroce sul suo volto. «E lo sai perché si chiama la banda del ragno?» mi incalzò con le braccia conserte. Già, perché? Solo in quel momento me lo stavo chiedendo. «No…» replicai confuso. In quel preciso istante cominciai a perdere quella sicurezza che con molti sacrifici mi ero imposto. Provavo una sorta di strana inquietudine. Mi guardavo intorno e non trovavo che sorrisetti malefici. Guardai impacciato Massimo che ora tornava a dialogare con me con una certa supponenza. «Perché il ragno è il nostro simbolo» e così dicendo lui si fece passare da un ragazzo alle sue spalle un barattolo di vetro. Cercai di vedere meglio e mi accorsi ben presto che al suo interno vi era un grosso ragno nero e peloso. I brividi mi percorsero la schiena. I ragazzi intorno, piuttosto divertiti, si erano chiusi ancor più intorno a noi, creando una sorta di arena. «Ecco in cosa consiste la prova. Dovrai aprire il barattolo e metterti il ragno sul palmo della mano per almeno cinque secondi.» Arretrai schifato da quella proposta ma trovai un muro di ragazzi dietro di me. Impossibile fuggire. Il cuore cominciò a battermi all’impazzata e il sudore comparve prepotente e subdolo. Io avevo sempre odiato i ragni, ne avevo sempre avuto il terrore. Massimo mi mise in mano il barattolo di vetro e poi cominciò a pontificare provocandomi. «Dai, eroe, facci vedere il tuo coraggio. Prendi in mano il ragno e noi contiamo fino a cinque. Dai, forza!» La situazione era divenuta insostenibile. Anche questo lo consideravo l’ennesimo agguato. Cercai lo sguardo di Piero ma notai che anche lui rideva divertito. Non avevo via d’uscita. Con un impeto d’orgoglio e incoscienza feci per aprire il coperchio del barattolo ma proprio in quel momento il ragno si mosse e io piantai un urlo isterico lasciandolo cadere a terra. Guardai terrorizzato il barattolo al suolo che per fortuna non si era rotto. «Vigliacco, ecco quello che sei. Una femminuccia. Ti sei preso gioco di noi, ma ti avevo avvertito che era meglio non fare il furbo!» Massimo era visibilmente irritato e tutti intorno i suoi lo incitavano a punirmi. Io ero sconvolto e continuavo invano a guardarmi intorno. Nessuna via di fuga, nessuno scampo. Povero me. All’improvviso mi sentii prendere per le braccia. Mi avevano immobilizzato. Uno di loro mi aveva ficcato la mano sulla bocca per impedirmi di urlare. Massimo era il capo, doveva darmi una lezione, era evidente. Si avvicinò come un serpente e mi pinzò la guancia con le dita. Poi, dopo qualche istante, pronunciò la sua sentenza. «Vigliacco di merda. Prendi il ragno in mano altrimenti te lo ficco in bocca. Ti do un’ultima opportunità.» Avvicinò il barattolo al mio viso e mi accorsi che quella bestiaccia era veramente enorme e orripilante. Inutile. Non ce l’avrei mai fatta. Mi divincolai senza successo dalle braccia che mi tenevano prigioniero, ma con un gesto fulmineo riuscii almeno a morsicare la mano che mi impediva di urlare. La mia fu un’esplosione di vera disperazione. «Voglio tornare a casa. Voglio tornare dalla mia mamma!» urlai con tutto il fiato che avevo in corpo. Cominciai a piangere e allora Massimo inviperito aprì il vasetto e lo capovolse sulla mia testa. Sentii chiaramente l’animale muoversi tra i miei capelli. Tutti improvvisamente si allargarono rompendo il cerchio. Mi sentivo svenire, una forte palpitazione mi stava facendo esplodere il petto. Cominciai a sbavare schiuma bianca e notai che lo sguardo di tutti intorno era improvvisamente cambiato. Ora sembravano loro quelli terrorizzati. Si allontanavano da me indietreggiando lentamente. Ora li vedevo sfocati. Stavo morendo, sì, forse il ragno mi aveva morso. Riuscii ancora a vederli scappare come lepri. Poi caddi a terra esanime e il buio coprì ogni cosa.
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