Capitolo 5

896 Parole
5 Si erano fatte ormai le otto e dieci di sera e mia madre era visibilmente preoccupata. Io non ero tornato a casa. Strano. Continuava ad asciugarsi nervosamente le mani sul grembiule di casa benché fossero asciutte e ad affacciarsi continuamente in strada, seppur invano. Dopo qualche esitazione aveva deciso di avvicinarsi alla porta della vicina di casa, la madre di Piero, bussando. «Avete visto Maurizio? Era con i ragazzi… non è tornato a casa e sono preoccupata. So che era nei pressi della baita che loro chiamano il quartier generale.» La signora, inizialmente stupita, era dapprima rimasta senza parole, poi, aveva semplicemente chiesto spiegazioni al figlio che però aveva reagito in modo insolito e sospetto. Si era infatti chiuso velocemente in bagno tra lo stupore di tutti. Era stato poi il padre, innervosito da questo suo strano atteggiamento, a bussare con insistenza alla porta e invitandolo ad uscire. Lui dall’interno continuava a nicchiare, borbottando qualcosa di incomprensibile e piagnucolando. Questo non fece che alimentare ancor più l’inquietudine di tutti quanti. Cosa poteva essere accaduto? Mia madre aveva già le lacrime agli occhi e le mani al viso quando il padre di Piero decise di stanarlo. Dopo aver inutilmente bussato e più volte alla porta, aveva deciso di sfondarla. Nell’aria si presagiva qualcosa di terribile. Lo aveva poi trascinato fuori per il colletto della camicia e aveva iniziato a interrogarlo mentre lui si dimenava piangendo. Tutti quanti ripetutamente continuavano a chiedere di me e della mia scomparsa fino a una agghiacciante risposta. «È stata una disgrazia… non è stata colpa nostra.» Per un istante il mondo si era come fermato. Tutto era rimasto sospeso, immobile. Il padre di Piero, un omone grande con la barba folta e una camicia a scacchi in flanella, non si era perso d’animo e aveva continuato a pressare Piero che finalmente si era deciso a parlare sbottando con un filo di voce. «Vi porto…» Erano usciti tutti in strada e altre persone si erano aggiunte al piccolo corteo che seguiva Piero. Mia madre continuava a urlare il mio nome mentre alcuni commenti irriverenti facevano la loro prima comparsa. Il tratto di strada percorso di fretta fu breve. Mi trovarono svenuto e bianco come uno straccio. Mia madre e altre persone avevano tentato invano di rianimarmi. Parevo morto e non reagivo ad alcuno stimolo. Era opportuno chiamare subito un’ambulanza ma ci avrebbe messo troppo tempo. Fu mio zio Bruno, che presa l’iniziativa, corse velocemente alla sua auto, una Lancia Fulvia bianca che sapeva di pulito. Ma il tempo poteva essere tiranno e mia madre, disperata, continuava a stringermi tra le sue braccia come in un dipinto di Gustav Klimt. L’ospedale più vicino era quello di Susa e quella sera il pronto soccorso si era riempito solo per me. Erano arrivati tutti alla spicciolata, amici, parenti, conoscenti, in segno di una solidarietà attiva per una piccola comunità come quella di Assiere. Anche mio padre era stato avvisato ed era partito immediatamente da Torino. L’atmosfera non era delle migliori, nel senso che le notizie dai medici proprio non volevano arrivare. E questo ritardo lasciava spazio alle congetture e ipotesi più stravaganti. Mia madre non smetteva di piangere sulle spalle di mia zia Maria, mentre c’era chi, come la madre di Piero, rosario alla mano, pregava, o mio zio Bruno, per il quale ero semplicemente Fodretta, che continuava a cercare i responsabili di questa malasorte tra coloro che stavano in cielo, nominandoli uno ad uno. La luce era fioca e dava ai locali un’aria spettrale e di cattivo auspicio, per la verità. Quando finalmente uscì un medico a cercare mia madre, tutti si alzarono come in una messa dopo l’omelia. «Ora sta meglio. È stato sedato per precauzione ma si riprenderà. Ha subito un forte shock emotivo che ha indotto una sorta di collasso. Un totale black out. Un paio di giorni in osservazione e se non interverranno altri fattori sarà libero di tornare a casa.» «Il suo amichetto ha riferito che è stato spaventato a morte da un ragno. Una stupida prova di coraggio che doveva superare. Sa, i ragazzi…» Il medico si era toccato il mento e poi aveva reagito con una smorfia. «Capisco. Purtroppo sono proprio questi stupidi episodi che spesso possono provocare traumi, fobie, dissociazioni.» Mia madre lo osservava seria e preoccupata. Cosa gli stava dicendo ora? Mentre tutti intorno erano attenti e in religioso silenzio, lui aveva continuato. «I ragazzini a volte sanno essere spietati con i loro coetanei. Non si rendono conto di quello che potrebbero produrre nel tempo.» «Nel tempo?» interrogò mia madre perplessa. «Sì, nel tempo. Magari suo figlio ora non si ricorderà nulla. Vede, il corpo umano è straordinariamente complesso. Ha la capacità di rimuovere ferite e ricordi, ma non per sempre. Magari in età adulta, l’evento tornerà a galla. Tuttavia, non voglio farla preoccupare ulteriormente. Per ora lo tenga lontano da barattoli e ragni. Buona notte.» Il futuro, già. Cosa mai poteva accadere nel futuro. Per ora intanto, la notizia positiva era che mi sarei ripreso. Tutti, dopo qualche sospiro di sollievo, si erano infine allontanati. Anche i genitori di Piero che continuavano a sentirsi terribilmente in colpa. Mia madre era rimasta sola in attesa di mio padre che la stava raggiungendo. Entrò nella mia camera con delicatezza e senza far rumore. Io dormivo mentre una flebo vegliava vigile su di me. Mi baciò sulla fronte stringendomi la mano. «Stai sereno Maurizio. Io sono qui con te» sussurrò accarezzandomi dolcemente. E io quasi riuscii a sentire le sue parole. «Nessuno ti amerà mai quanto me figlio mio. Nessuno mai al mondo.»
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