​LA FUGA DAGLI ABISSI-1

2003 Parole
​LA FUGA DAGLI ABISSI I “Lo duca e io per quel cammino ascoso intrammo a ritornar nel chiaro mondo; e sanza cura aver d’alcun riposo, salimmo sù, el primo e io secondo, tanto ch’i’ vidi de le cose belle che porta ’l ciel, per un pertugio tondo. E quindi uscimmo a riveder le stelle.” (Dante Alighieri: dal Canto XXXII “Divina Commedia”) Voglio che voi, prima di decidere la sorte della vostra specie, se perire alleati al Diavolo o farlo nella santità apparente delle icone - martiri o uomini - prima di scegliere se condannarmi od assolvermi, voglio che sappiate della mia infelicità vissuta al di sotto di ogni cosa. Vi dirò di una sola notte, o forse più, vi racconterò l’origine di questa esistenza, che è in parte opera vostra, del delirio che mi ha condotto sulla terra, delle mie speranze e delle mie illusioni. Dirò tutto ciò che è stato, per condurvi alla verità: non a quella apparente cui voi siete avvezzi, parlo invece di quella reale, di quella che le vostre menti non hanno la categoria per poter pensare. La verità di quando vi rividi e di come dovetti adattarmi a queste mie nuove sembianze. Della solitudine più profonda che sia mai esistita. Di quanto vi siete allontanati dal Regno Celeste e dallo sguardo di Lui, di come siete riusciti ad appartenere a voi stessi senza mai, però, averne alcuna proprietà in termini assoluti. Tutto, tornando alle origini della terra. La terra che condividevamo fin da quando l’avete abitata. Non potrei mai dimenticare quel senso di vuoto… Neanche ora, che grida la mia coscienza le infinite fosse del passato. No, neanche adesso, che quel buio lo riconosco per ogni passo che faccio nei corpi di cui mi impossesso. L’oscurità arida: quella che cancella il tuo corpo. Se non c’è colore, non c’è altro. Lo capirete, perché quello di cui vi parlo sarà il vostro destino, sarà il domani di cui vi domandavate con ossessiva insistenza. Tutto apparteneva ad un disegno: peccato, però, che il dipinto in questione non abbia tenuto conto di sconvolgimenti legati al vostro sviluppo, alle vostre immature scelte. Il Disegno Divino vi voleva liberi ed ora siete schiavi. Potevate cacciare o pescare o nutrirvi di tutti i frutti del creato, mentre adesso vivete fingendo di servire gli uni agli altri: lavorate, avete inventato un necessità inesistente. Il mondo non è più fruibile per causa vostra. E nel parlare e parlare e parlare, dei miseri problemi inesistenti che vi dessero prova della vostra esistenza sulla terra, avete man mano perso coscienza di ciò che eravate e di quello che siete destinati ad essere: finiti, relegati ad un fisiologico ciclo vitale, nulla di più. Non serve coprire il cerchio con strade, asfalto e palazzi, ciò che è tondo così rimane. Voi siete stati creati con il sole, che ne potete sapere di cosa possa essere il buio, quello vero, quello che non ha mai visto nessuna luce, neanche flebile, neanche il ricorso di qualcosa di simile che abbia varcato la soglia della terra, quella dove ero confinato io, fino a quando non riuscii a liberarmi da quel peso che avevo addosso. Così iniziai la mia rinascita, con una aspettativa di novità, cominciando a scalpitare, perché io volevo e volevo e niente è impossibile se si desidera fortemente qualcosa, se si continua a perseverare senza guardarsi mai intorno, per non rimanere schiavi delle figure che circondano la mente e la fanno distrarre. La mia forza contro tutto il resto. La mia solitudine ed il mio rancore contro ogni possibile ripensamento o nostalgia della atarassia. Questo mi ripromisi: se avessi superato la terra, approdando su qualche superficie, se fossi uscito dal buio dell’esilio, avrei riconquistato le mie ali e le avrei date a voi, vi avrei insegnato a volare, ricompensandovi per avermi creduto quel giorno lontanissimo di cui vi ho parlato. Perché eravate venuti con me, portando in alto una delle mie infinite piume, perché eravate morti e lo avevate fatto in nome delle mie - delle nostre - convinzioni. Lì, nelle profondità del nucleo terreste, ancora dolorante per la caduta fatta, ho davvero provato cosa volesse dire “essere”. In quel ventre profondo, dove il buio era impenetrabile, io ho finalmente sentito il mio corpo. Lo percepivo nella cavità della terra che mi costringeva i fianchi e, nel farlo, dava invece i contorni definibili della mia carne. Non so se quello che Dio volle fare, fu senza volere, ma nella punizione, nell’esilio, io ebbi la mia vittoria, fu assecondato il mio spirito, quello che realmente desideravo. Ebbi la possibilità di sentire e quello che percepivo al buio e sotto i vostri piedi, nonostante tutto, intimamente, mi piacque. Credo di no, Uomini, Lui voleva. II -“Lucifero, Lucifero, ricordati chi sei! Tu sei Lucifero! Ti perdonerà, il Padre ti perdonerà e ti ridonerà la luce che avevi” - diceva tra sé e sé l’Angelo Caduto, mentre cercava di capire in quale posto si trovasse. Non era il cielo, certo che non poteva esserlo: nessuna idea di aria, niente di niente, solamente caldo afoso, che per la sua presenza peggiorava di istante in istante. Chiuso in un cerchio pieno, senza nord e sud o est e ovest: senza riferimenti di nessun tipo. Diverso dal buio notturno cui gli esseri umani erano abituati, che aveva in sé il sapore del creato e nel, disegno di Dio, doveva rappresentare il libero arbitrio, l’assenza della Luce Divina, della materna protezione che gli uomini non si erano meritati, che avevano rifiutato e che , per qualche ora, li veniva tolta senza mai, però, esserlo del tutto. Perché, nella grandezza del Creato, il Signore aveva voluto la luna, un occhio aperto che illuminasse il cammino umano anche nell’oscurità, come orizzonte verso cui un giorno le anime sarebbero tornate. Le stelle erano gli Angeli, i mille custodi che avrebbero condotto gli spiriti al di fuori dei confini del mondo. Ed ecco il motivo del sonno, del perché i corpi desiderano dormire, della ragione di quella indispensabile morte precaria, perché, nonostante tutto, malgrado la punizione assegnata, il Signore aveva voluto che le sue creature si preparassero alla dipartita e che, per loro natura, arrivassero quasi a desiderarla: nel sonno il corpo cessa di obbedire alla vita, abbandona sé a se stesso, a qualcosa di ultraterreno che non pretende carne consegnata alla terra. Per questo, anche la vecchiaia, doveva sopraggiungere come la sera, di quando si osserva un tramonto e non si riesce mai ad afferrare, né a vederne in nessun modo, l’esatto momento in cui il giorno abdica alla notte, e non vi è verso di riuscirvi. Il giovane perde con le proprie cellule parte del passato ed ogni giorno, osservandosi allo specchio, si vede allo stesso modo. Come se da sempre si fosse adulti o bambini od anziani; e come se mai si fosse stati adulti, o bambini, od anziani. Lucifero, nel buio nero degli abissi più profondi della terra che non ha mai visto luce, viveva una solitudine in cui ogni rumore era assente. Osserva le sue mani e non le vede, lui che portava una luce abbagliante ogniqualvolta sbatteva le sue ali, non vede se stesso e non riesce neppure ad abbandonarsi alla culla terrena ove era stato costretto. Lucifero chiama: -“Padre! Padre, ascoltami! Come puoi abbandonarmi qui e lasciarmi sopportare un simile dolore, io che ho già sofferto una sconfitta. Salvi loro, gli uomini, e lasci che quelle creature si avviino sole per tutta la crosta terrene; ed abbandoni me, che ho portato la luce sul tuo Creato, che ho tenuto a ciò che avevi compiuto, perché eri stato Tu a compierlo! TU A DISPORLO! Ho le ali bruciate, VEDI ? Non potrò volare se non le guarisci! Ahhhhhhhhhhhh!!! Dove sei! RISPONDIMI ! Ti prego, Signore mio, non lasciarmi qui, non abbandonarmi solo, non posso stare solo… Gli Angeli non sono stati creati per la solitudine, stanno insieme, vicini a Te. Vivono della Tua luce: nella Tua luce. Io? Io No! Io no. Si, è vero, ho voluto che si armassero contro tutto. Ho lottato al loro fianco per farli vivere, per muovere qualcosa nel cielo, perché l’universo è così grande che pare non volersi muovere mai. Che sembra non poter essere altro e né essere niente. Galleggiare per il tempo infinito:come si fa? Signore, abbiamo le ali! Tu hai voluto che le avessimo, le ali. Ed io, però, ho desiderato che anche l’altro creato potesse possederle. No, lo so, non è vero. Non posso mentire con Te, lo so. Io ho voluto perderle, per sentire di poter stare in piedi, per sentire qualche cosa solamente. Per respirare… forse anche per morire. Per conoscere”. Ma non ebbe mai nessuna risposta. E mentre Lucifero parlava alla terra, come se potesse farlo con Dio, mutava il proprio corpo senza neanche saperlo, alle volte Angelo Caduto, altre serpe verde. Avrebbe voluto forse, in cuor suo, chiedere perdono, ma non volle farlo. Guardava in alto, senza mai però vedere nulla, tanto da pensare di essere morto. Che anche lui, che era infinito, forse ora non lo era più, forse era morto e non lo sapeva, perché mai prima lo era stato e perché mai prima aveva ipotizzato di poterlo essere. Provava a pensare a cosa sarebbe stato morire. Alle sensazioni che avrebbe provato, aveva visto mille uomini farlo, ma lui non poteva vedersi, né confrontare se stesso agli esseri finiti sulla terra. Ma quel dolore insopportabile gli ricordava di essere vivo. Anche se vivo, un Angelo, non lo è mai. Perché quello che non muore, non vive neanche. Dio non gli rispose, non gli parò mai più per molto tempo. Aveva disobbedito ed era caduto e nessun altro angelo del creato era mai precipitato giù dal Regno dei Cieli. Lucifero sapeva che il suo Creatore lo aveva esiliato e che non gli avrebbe più permesso nessuna interferenza con il Creato. Il mondo lo avrebbe costretto, come una gabbia e soffocato anche. Sapeva che quella era la sua pena, che per tutto il desiderio per la terra, ora avrebbe avuto una prigione eterna ed in questa sarebbe stato contenuto. E la terra allo stesso modo era adesso la casa della disobbedienza, tonda per racchiuderlo ed aveva, come cuore pulsante, Lucifero. Due creature, che erano una soltanto. Perde orientamento, smette di muoversi, di agitarsi, ed avverte uno strano senso di nausea nel farlo, nel fermarsi. Guarda a terra, ma non vi era terra. Guarda in alto, ma niente neanche. Come stesse galleggiando, come se la morte lo avesse trovato cosciente, sveglio, e per tortura non gli permettesse di dormire, di perdere consapevolezza della propria condizione. Lucifero vive, perché sente di essere solo. Nessun rumore intorno a lui, condannato all’ergastolo del silenzio, che è peggiore di qualsiasi pena capitale. Vive, ma così, senza nulla di se stesso, come uno spirito, un fantasma privo di ragioni, che lo mantenessero quantomeno spirito, appunto, anche solo quello. Tocca le sue ali, le stringe, per sentire se quelle sembianze le avessero mantenute, inorridisce, perché sono scheletri e solo per chi le avesse viste quando erano grandi, piene di piume e luminose, ne poteva comprendere l’antico aspetto. Solo come mai poteva credere sarebbe stato. Pensa alla sua esistenza accanto ai suoi simili ed a Dio, che lo aveva amato al di sopra di ogni altra cosa e che lo aveva creato da se stesso. Pensa e ripensa all’urlo di dolore, che aveva avvertito mentre cadeva, mentre precipitava giù dal suo Regno. La paura, allora, diventa nostalgia, poi torna ad essere paura, senso di smarrimento, isolato, denutrito dalla luce, forse morrà… -“Sarà questo? Sarò morto?”- pensa Lucifero -“si, sarò morto ed andato a finire da qualche parte, creata apposta per me. Questa allora è la mia nuova dimora. Si, sarà così e Lui non tornerà mai più. Ed io? L’eternità…tutta l’eternità senza niente intorno. Abituerò questo mio spirito alla nuova dimensione?. Oppure no. Magari, invece, ora sono vivo e, visto che mai lo sono stato, mi sento morto. Forse sono solo libero ed anche io posso creare. Si, ora che sono stato allontanato posso anche io, e farò. Qualsiasi cosa, ma farò. Cosa? Creerò da queste mie nuove sembianze qualcosa di simile a me. Che sia lontano da Lui, che sappia vivere senza luce. Da questa terra, questo buio, che sappia resistere all’atroce caldo ed al gelo più glaciale.
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