Capitolo 1: Erica
Erica
Il sole di questo tardo pomeriggio di settembre accarezza le mie braccia nude mentre sono sdraiata sul davanzale della finestra, quel posto che considero il migliore dell'appartamento, quell'angolo in cui mi infilo da quando avevo otto anni per leggere, per sognare, per sfuggire al rumore del mondo. Le mie gambe penzolano nel vuoto, le dita dei piedi nudi sfiorano quasi il balcone del vicino del piano di sotto, e rido da sola come un'idiota perché Luciano mi ha appena fatto l'occhiolino dalla cucina brandendo un piatto di pasta come se fosse un trofeo olimpico.
— Cadrai, cavalletta, esclama con la sua voce profonda che contrasta così tanto con i suoi occhi ancora infantili.
Mi giro a pancia in giù, appoggio il mento sulle braccia incrociate e lo guardo darsi da fare in quella cucina troppo piccola dove insiste per cucinare tutti i giorni nonostante i suoi orari pazzeschi. Ha ventiquattro anni, dodici più di me, e da quando i nostri genitori sono morti , un'espressione che dico sempre in fretta, molto in fretta, per non soffermarmici , è tutto ciò che mi resta.
— Non cado, volo, dico sbattendo i piedi per provocarlo.
Lascia il piatto sul tavolo traballante che abbiamo recuperato chissà dove, si asciuga le mani sul suo grembiule stupido dove c'è scritto Il miglior chef d'Italia , gliel'ho regalato a Natale l'anno scorso, lo indossa tutte le sere , e si avvicina con quell'espressione fintamente severa che mi fa sempre ridere. È alto, Luciano, con spalle larghe da traslocatore e mani enormi che dovrebbero essere goffe ma non lo sono mai. Soprattutto quando cucina. Soprattutto quando mi afferra la nuca per darmi un bacio sulla fronte.
— Vieni a mangiare, piccola peste.
Mi lascio scivolare dalla finestra, atterro morbidamente sul pavimento consumato — grazie alle lezioni di ginnastica che odio ma che servono comunque a qualcosa e trotterello verso il tavolo. Ha preparato gli spaghetti aglio e olio, il mio piatto preferito, con quel suo modo di far rosolare l'aglio quel tanto che basta per farlo diventare dorato senza bruciarlo, e quel pizzico di peperoncino che mette sempre dicendo che risveglia i morti.
— Hai avuto una buona giornata? chiede sedendosi di fronte a me.
Riempie il mio bicchiere d'acqua gassata — odio l'acqua liscia, lo sa — e sento il suo sguardo che mi osserva, come sempre, come se fossi la cosa più preziosa che deve proteggere.
Alzo le spalle mentre avvolgo gli spaghetti intorno alla forchetta.
— Mah. La signora Cataldo ci ha fatto recitare Dante fino a farci esplodere i nervi. Conosco il primo canto dell'Inferno a memoria, potrei recitarlo dormendo.
Lui sorride, quella fossetta all'angolo della bocca che fa impazzire tutte le sue amiche.
— Allora recita.
— Nel mezzo del cammin di nostra vita, comincio con la bocca piena — so che lo infastidisce ma lo faccio apposta — mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita...
Scuote la testa, fintamente disperato.
— Mangia correttamente. E smettila di mettere il pane nell'acqua, è disgustoso.
— Non è acqua, è zuppa di pane, è diverso.
Lui scoppia a ridere, quella risata profonda che fa vibrare tutta la stanza, e mi rendo conto che passerei la vita a farlo ridere solo per sentire quel suono. Da quando i nostri genitori sono morti incidente d'auto, sei anni fa, io ero solo una bambina di sei anni, ricordo a malapena di loro , Luciano ha fermato tutto. Era all'università, studiava non so cosa, forse architettura, e dal giorno alla notte ha lasciato perdere tutto per occuparsi di me. Ha lavorato in ristoranti, cantieri, lavori incredibili, sempre in nero, sempre al limite, perché non mi mancasse mai nulla.
— Hai pensato a quello che ti ho detto? chiede all'improvviso, il viso tornato serio.
So di cosa parla. Il fine settimana dalla sua nuova ragazza, quella con cui sta da due mesi , un record, per lui e che vuole conoscermi. Si chiama Elena, è carina, almeno nelle foto, e ha proposto che vada a dormire da lei sabato per conoscerci.
— Ci vado se vuoi, dico alzando le spalle con indifferenza. Ma sai, non sei obbligato a sistemarmi ogni volta che cambi ragazza.
Lui posa la forchetta, le sopracciglia si aggrottano.
— Non è questo, Erica. Elena è speciale. Voglio dire... potrebbe essere importante.
Sento lo stomaco stringersi un po'. Non gelosia, no, non proprio. Piuttosto una paura idiota che qualcosa cambi, che la sua attenzione si diluisca, che io diventi meno importante nella sua vita. So che è egoistico, so che ha diritto di essere felice, ma lui è tutto ciò che ho, e l'idea che potrebbe esserci qualcun altro...
— D'accordo, dico sorridendo per nascondere il mio turbamento. Ci andrò. Ma se è svenevole, torno via.
Si sporge attraverso il tavolo e mi arruffa i capelli.
— Sei la migliore, lo sai?
— Sì, lo so.
Finiamo di mangiare parlando del più e del meno. Del mio prof di matematica che puzza di fumo stantio, del suo capo al ristorante che lo fa sempre finire più tardi degli altri, di quel film di cui tutti parlano a scuola e che voglio vedere. La luce fuori cala, il sole tramonta su Roma, questa città in cui abbiamo sempre vissuto ma di cui non ci stanchiamo mai di esplorare. Tra due ore, Luciano andrà a lavorare. Il suo vero lavoro, quello di cui non si parla.
Perché ecco. Mio fratello, il mio adorato Luciano che mi fa la pasta e mi racconta barzellette stupide, mio fratello ha un segreto. Un segreto che tutti nel quartiere sembrano conoscere tranne me, ufficialmente. Lavora per certa gente. Gente poco chiara. Gente che organizza giochi, che presta soldi, che ha nomi pronunciati a bassa voce.
Mario. È il nome che ho sentito una volta, per caso, quando parlava al telefono credendo che dormissi.
— Devo andare, dice guardando l'orologio, distogliendomi dai miei pensieri. Tu sistemi la cucina?
Annuisco.
— Non preoccuparti.
Si alza, prende la giacca di cuoio dall'attaccapanni, quella che comincia a essere consumata ai gomiti ma che lui rifiuta di buttare perché era di nostro padre. Si avvicina, si china, lascia un bacio sulla mia fronte.
— Tornerò tardi. Non fare tardi, eh?
— Sì, papà.
Mi lancia uno sguardo tra divertito e tenero.
— Non fare la furba. Ti voglio bene, piccola peste.
— Ti voglio bene anch'io, grande scimmione.
Ride un'ultima volta ed esce. La porta sbatte, i catenacci girano , mi ha insegnato a chiudere tutto dietro di lui, sempre e poi il silenzio. Il vuoto. L'appartamento che sembra all'improvviso troppo grande, troppo vuoto, troppo silenzioso.
Rimango seduta a lungo a guardare la porta, ad ascoltare i suoi passi allontanarsi nelle scale, il rumore lontano della strada che riprende i suoi diritti. Poi mi alzo, sparecchio la tavola, lavo i piatti canticchiando una canzone stupida sentita alla radio. Spazzo il pavimento, preparo le cose per domani, faccio tutti quei gesti meccanici che riempiono il tempo.
Verso le dieci, mi sistemo sul divano con un libro. Un romanzo poliziesco stupido, letto e riletto, ma che mi rassicura. So già chi è il colpevole, ma non ha importanza. È il rituale. La copertina consumata, l'odore della carta vecchia, la luce della lampadina che fa un cerchio giallo sulle pagine.
Fuori, Roma vive la sua vita notturna. Sprazzi di voci salgono dalla strada, uno scooter scoppietta, qualcuno ride forte. Rumori familiari, rassicuranti. Sonnecchio un po', il libro aperto sulla pancia, cullata da quel brusio.