Erica Il legno è umido contro la mia guancia. Appoggio l'occhio alla fessura, la più larga, quella tra la porta e lo stipite. Le mie dita afferrano il vecchio cappotto di papà, quello che sa ancora del suo dopobarba. Mi ci seppellisco dentro come se potessi scomparire. Fuori, i rumori sono cessati. Niente più grida. Niente più colpi. Niente più quei rumori umidi che non riesco a identificare ma che la mia pancia capisce prima della mia testa. Solo silenzio. E passi. Un passo. Due passi. Tre passi. Fanno un rumore leggero sulla moquette, quasi piacevoli. Sembra qualcuno che passeggi, che ammiri l'arredamento. Non qualcuno che ha appena... Non finisco la frase. Neppure nella mia testa, non posso finirla. Dalla fessura, vedo la stanza. I divani rovesciati. Il tavolo da poker schizza

