Non risposi con l’ovvio “S’immagini”; qualunque forma di cortesia mi sarebbe parsa banale. I nostri sguardi s’incontrarono per un istante che mi parve fermare la sera. Aveva profondi e malinconici occhi neri. “Venga, saliamo”. Aprii il portone e ci trovammo nell’atrio: era modesto ma pulito. Lo precedetti nuovamente lungo i gradini, ma questa volta era diverso. Lui sapeva perfettamente cosa voleva, questa era la mia impressione. Mi sentii tesa, ma mi rilassai quasi quando fummo all’interno. L’appartamento era accogliente, anche se spoglio. Qualche mobile era stato abbandonato dall’inquilino precedente: un paio di sedie zoppicanti, un divano sfondato, un tavolino. La finestra si apriva sul porticciolo, era incrostata dal sale portato dal vento e dagli spruzzi. L’aprii, per consuetudine, e

