Bello, con un misto di superbia e di languore, in tutte le linee del volto, nel profilo perfetto, nella bocca quasi femminile che vagamente sorrideva sotto i mustacchi biondi e un po’ ricci, nella barbetta bionda che era rasa cortissima alle guance, lasciando vedere l’epidermide giovanile: bello, con un non so che di vagamente sognante negli occhi, nella curva del sorriso, nella volontaria immobilità, nel volontario silenzio. E bello ancora a Toblach malgrado la distrazione profonda dei suoi sguardi, del suo sorriso, malgrado quelle assenze del suo spirito, quando scambiava più di due o tre parole con qualche malato villeggiante, malgrado quelle consuetudini bizzarre che lo isolavano, sempre in giro sulle montagne, nelle ore in cui quegli ammalati non osavano uscire dal salone dell’albergo

