Introduzione
Da sempre l’amore è strettamente legato alla morte. Persino la nascita, gesto d’amore per eccellenza, è un atto destinato a culminare con la morte. Entrambe le manifestazioni costituiscono le basi dell’essere umano, dandogli quella concretezza e quella motivazione necessarie a renderlo mortale, volubile e ineludibile innanzi al destino. Nessuno può ribellarsi al fato ed esimersi, almeno per una volta nella vita, di esporsi all’una o all’altra. E, per quanto si possa credere di sfuggire all’amore, alla chiamata della morte non c’è speranza.
Hans Georg Gadamer, filosofo tedesco e uno dei maggiori esponenti dell’ermeneutica filosofica, scrisse:
“L’uomo, attraverso il dono di sé nell’amore, ha l’opportunità di guadagnare una dimensione di vita ancora più autentica e più concreta.”
Una considerazione filosofica che propende a sconfiggere la morte, lasciando ai posteri una testimonianza di vissuto. Ciò nonostante, la leggenda di Orfeo potrebbe rendere vana l’affermazione precedente, ricordando come, proprio all’ultimo, l’eroe non credette alla forza di un istinto primordiale, tradendo le aspettative che Euridice aveva riposto in lui. Eros e Thanatos: un terribile binomio che la cultura greca ha espresso attraverso magnifiche tragedie, in cui l’ultimo atto estremo non è altro che il culmine simbolico dell’amore stesso.
L’amore diventa follia, ossessione, mania, estasi e annullamento, laddove le sensazioni orgasmiche si legano in modo indissolubile alla stasi mortale, lasciando l’essere umano privo di difese e in balia della benevolenza dell’altro.
Diversi artisti si sono cimentati nella rappresentazione di questi opposti, offrendo la loro visione della vita all’immortalità.
Possiamo ricordare la passione che Leopardi ha espresso nella sua poesia “Amore e Morte”, del ciclo “Aspasia”, con la quale il poeta declama il suo sentimento per Fanny Targioni Tozzetti. Un sentimento destinato poi a naufragare in quella stessa morte che non è stata vista come codarda e vile, bensì come “bellissima fanciulla” sul cui seno appoggiare il capo, addormentandosi all’ombra di un abbandono senza sofferenze e ricordi.
Oppure ancora, l’Eterno d’Annunzio elevò la propria esistenza schernendo la morte con l’ardore delle proprie passioni, proclamando che:
“Solo chi non ha paura della morte può vivere nella maniera più profonda.”
Ed ecco che l’eternità si trasmette proprio attraverso atti di amore che beffano l’ineluttabile, lasciando nell’etere l’intensità delle emozioni. Dunque, solo temi così importanti potevano inaugurare il nostro primo concorso, grazie anche al sostegno indispensabile di Piera Rossotti Pogliano, Direttore Editoriale di Edizioni Esordienti Ebook, la quale ha messo a disposizione la sua esperienza e la sua Casa Editrice per permetterci di realizzare un sogno.
I racconti che sono stati scelti rispecchiano proprio la filosofia iniziale, assimilando il binomio nelle trame proposte, in un equilibrato danzare fra righe scritte con passione dai nostri autori.
I titoli spaziano dal classicismo, inteso come un rapporto concepito fra persone non imparentate fra di loro, all’originalità di racconti in cui l’affetto predomina, lasciando agli animi coinvolti l’ardua sentenza di stabilire un diverso percorso del destino.
In ogni caso, non aspettatevi un lieto fine imposto, ma siate pronti ad aprire la mente a tutte le possibili sfumature che una tematica di questo stampo è in grado di offrirvi.
Buona lettura.
Irma Panova Maino
Il Cadavere Elegantedi Tiziana Sartorati
Il sole la investì in pieno con la sua luce abbagliante e il suo dolce calore. Sollevò lo sguardo da terra e fu un bene perché il gesto le permise di evitare lo scontro accidentale con un ciclista, che procedeva a velocità sostenuta e che aveva invaso il marciapiede sul quale Vanessa stava camminando. Pur avendo torto, l’uomo la apostrofò con male parole: “E guarda dove cammini, cretina! Non lo vedi che ci sono io da questa parte? Fammi passare, accidenti a te!”
“Io... io” balbettò confusa guardandosi attorno.
“Brutta pu… per poco non mi facevi cadere. Torna a casa vecchia! Drogata! Rimbambita!”
L’uomo proseguì oltre lasciandola stordita e avvilita. Vanessa avrebbe voluto urlare che quello era un marciapiede, non una pista ciclabile e meno ancora una pista per gareggiare; che gli insulti avrebbe anche potuto risparmiarseli, ma le mancò la voglia di replicare a quell’incivile concittadino. Trovò inutile mettersi a discutere per fare capire qualcosa a chi non voleva comprendere e poi l’uomo era già sparito, portato via dalla sua fretta e dalla sua noncuranza verso regole semplici e umane e dal rispetto per le persone.
Scosse il capo. Ben altre preoccupazioni l’assillavano. Ben altri pensieri si inseguivano nella sua mente mentre vagava per la città senza una mèta precisa: non sapeva dove andare né con chi parlare, a chi confidare il suo penoso malessere.
Di certo non le mancavano le amiche, però lei non aveva proprio voglia di chiamarle, di dire loro che avevano ragione, che avevano visto, ben prima di lei, quanto suo marito stava architettando alle sue spalle. Cose che lei aveva liquidato con frasi come: “Le vostre sono tutte falsità. Michele mi ama. Lui non lo farebbe mai”.
Adesso che il sole gliela stava scaldando, raddrizzò di colpo la schiena. Con gesti lenti si sfilò la giacca e lasciò che i raggi oltrepassassero la camicia per arrivare alla pelle. Un dolce, caldo e tenero abbraccio che le riportò alla memoria il calore che, un tempo, le trasmettevano le braccia di Michele, suo marito da ventisette anni. Non più suo marito da solo quattro ore.
Com’era facile iniziare una vita a due, pur tra le difficoltà di caratteri diversi, di abitudini non sempre coincidenti, superando momenti bui e restando comunque sempre vicini. Così era stato fino a poche ore prima. Com’era facile vivere l’amore quando si era tanto innamorati. Non vedere i difetti, meno ancora i problemi dati da personalità differenti e incompatibili. L’amore non poneva discrepanze perché era la perfezione dell’imperfezione umana.
Com’era difficile, triste, umiliante e demoralizzante accettare la fine di una vita a due perché tra i due era arrivata l’altra.
Più giovane, più carina, più disponibile a dire sì, più propensa a condividere interessi che, Vanessa ne era certa, non le sarebbero mai appartenuti per età e inclinazioni diverse. L’altra, però, era in grado, con la sua freschezza, la sua totale ammirazione e il suo giovanile, nonché inesperto desiderio, parole di Michele, di farlo sentire ancora UOMO!
“DONNE! Verdura fresca di stagione. Insalata appena colta e a poco prezzo. Roba buona. DAL CAMPO ALLA TAVOLA.”
L’urlo lanciato dal fruttivendolo le colpì i timpani. Era arrivata nel cuore della piazza, dove quotidianamente si svolgeva il mercato di frutta e verdura.
Vanessa lanciò un’occhiata furtiva alla merce esposta, tanto che un altro fruttivendolo equivocò il suo interesse. “Guardi! Guardi qua, Signora, che fragole stupende. Senta… senta quanto sono buone.” E fece l’atto di porgergliene una.
“No, grazie” si schermì Vanessa e si allontanò dal banco a passo rapido. Entrò in un vicolo a destra della seconda piazza, adiacente alla prima, e girò nuovamente a destra, non prima d’avere scansato i banchetti predisposti dai sostenitori di varie, nonché avverse, fazioni politiche separate da pochi centimetri di selciato.
Si ritrovò sorpresa a pensare che, in tempi non molto lontani, i contendenti si sarebbero presi a male parole, se non a sassate o sprangate. Tuttavia, i tempi erano cambiati e una parvenza di civile rispetto per gli avversari permetteva un’altrettanto civile parvenza di convivenza.
Non si trattava, piuttosto, di mancanza di forza combattiva, di una totale apatia che soffocava i sentimenti di appartenenza a questa o a quella fede politica?
E non era totale apatia anche quella sensazione di stanchezza, che solo poche ore prima l’aveva pervasa, nell’istante in cui Michele aveva infilato la porta di casa portandosi via le ultime cose che gli appartenevano?
“Sono contento che tu non mi faccia scenate. Sei educata e corretta, come sei sempre stata e ti ringrazio. Ti auguro di trovare un uomo che ti possa amare come… come… Buona fortuna, Vanessa. Addio!”
Lei aveva taciuto per tutto il tempo. Civile ed educata o apatica e stanca? O morta dentro perché l’amore era improvvisamente scomparso dalla sua vita? E poi cosa poteva significare quell’augurio, nonché saluto, dopo tanti anni trascorsi insieme?
Amare come… come…
Come hai fatto tu che alla fine mi hai tradita? Amare come mi merito d’essere amata? Chi può dire cosa si merita o cosa non si merita una persona? Amare come lei ama te? Sei davvero convinto che lei ti ami?
Scoprire, dopo ventisette anni di vita insieme, che il suo lui avvertiva il bisogno di vivere una nuova giovinezza, accanto a una donna che avrebbe potuto essergli figlia, l’aveva lasciata sconvolta e senza parole. Invece, quelle pronunciate qualche ora prima da Michele le si erano conficcate dentro, scolpite come su una lapide. Il suo epitaffio sarebbe stato: Qui giace l’anima morta di una donna come tante, tradita e abbandonata all’insorgere dello sfacelo totale.
Parole che nella sua testa volteggiavano come avrebbero potuto volare delle libellule con ali appesantite dalla pioggia. Vanessa entrò, senza essersene accorta, in un negozio di abbigliamento, là dove i passi, liberi dai vincoli della volontà, l’avevano guidata.
Girovagò tra gli espositori, osservò distratta qualche abito leggero.
“Sono i nuovi arrivi per l’estate” si affrettò a precisare una solerte commessa. “Vuole provarli?” chiese premurosa, allorché si avvide che Vanessa ne aveva preso uno in mano e lo guardava con occhi spenti. Si era accorta che la signora, appena entrata nel negozio, era rivestita da un manto di tristezza, come un alone opprimente. Pur essendo abbigliata con cura, indossava colori che la ingrigivano, come i molti fili d’argento tra i capelli castani, la carnagione pallida e i piccoli solchi ai lati della bocca, che le donavano un’aria mesta. Non un filo di trucco, non un piccolo accenno di colore né sugli occhi né sulle guance né sulle labbra.
“No, grazie” si affrettò a rispondere. “Non è certo per me questo modello; è troppo scollato e troppo colorato, troppo… troppo appariscente. Potrebbe indossarlo una donna giovane e carina, come lei, invece che una come me.”
Nel pronunciare queste parole sollevò lo sguardo, quel tanto che le permise di mettere a fuoco la ragazza. Spalancò gli occhi.
Con gesto rapido rimise a posto il vestito e uscì velocemente.
Uscì all’aperto, la mano sulla bocca per non gridare di dolore, per non urlare la sua sofferenza di donna sconfitta. Uscì per respirare l’aria della strada ed espellere quella rarefatta del negozio, cercando di cancellare il viso della commessa dagli occhi.
Per un infelice scherzo del destino, aveva trovato davanti a sé la donna per la quale suo marito l’aveva appena abbandonata: una giovane donna piena di freschezza, luminosa e gioiosa. Una farfalla pronta a spiccare il volo verso la felicità e vide se stessa come una falena spiaccicata contro uno dei lampioni, ancora spenti, che da lì a qualche ora avrebbero illuminato la città.
Le mancarono le forze. Si appoggiò al muro più vicino per non crollare a terra e grosse lacrime, miste alla pioggia portata da un improvviso temporale primaverile, le bagnarono il viso.
Si lasciò schiaffeggiare dai chicchi di grandine senza schivarne i colpi: punizione per non avere capito, per non avere in alcun modo reagito.
Si riscosse per l’urto di una persona affannata, che cercava di mettersi al riparo.
La guardò smarrita, quindi si rifugiò anche lei sotto al portico e si ritrovò in compagnia di alcuni passanti sorpresi dalla tempesta.
Uno di loro le sorrise e, indicando con lo sguardo le nuvole nere, disse: “Sono nuvole di passaggio. Tra poco tornerà il sereno anche per noi.”
Se quell’uomo avesse saputo che a lei non importava un bel nulla delle condizioni meteorologiche, forse non avrebbe perso tempo a sorriderle. “Coraggio” insistette l’uomo, un signore dai capelli bianchi e dal sorriso radioso “passerà. Tutto passa e guarisce e il tempo trasforma le cose.”
Vanessa rispose con un sorriso stentato, però non proferì parola.
Si ritrovò a pensare a sua madre e a un colloquio immaginario con colei che si vantava di avere la vista lunga.
“Ben ti sta. Lo sapevo che sarebbe andata a finire così. Me lo sentivo da sempre, ma tu no. Tu a dire che vi amavate, che era l’uomo della tua vita. È tutta colpa tua se tuo marito ti ha lasciata. Per tutti questi anni non sei stata in grado di dargli un figlio e hai lasciato che le donne lo corteggiassero spudoratamente. A cosa ti è servito regalargli uno studio, perché potesse ricevere le sue modelle e tu a lasciarle sole con lui? E poi, perché hai voluto sposare a tutti i costi uno squattrinato e artista? Non ho mai capito la tua scelta e, soprattutto, non ho mai capito cosa hai trovato in lui di così interessante da fartelo sposare. Puah! Artista! Che artista sarà mai uno che sino a oggi ha venduto tele male imbrattate? Arte moderna e qualche mostra a New York, a Londra, a Milano, a Roma non fanno di un pittore da poco un artista. Le ho viste le sue tele e a me fanno schifo. Non mi dicono nulla. Sì, certo, è un bell’uomo, simpatico, ha sempre la battuta pronta e i nostri amici fanno a gara per invitarlo nei loro salotti, ma a me non è mai piaciuto. È un parassita che mangia i tuoi soldi.”