Introduzione-2

2004 Parole
Vanessa tacque. Neppure in colloquio immaginario Vanessa riuscì a frenare l’effluvio di parole di sua madre che, nella sua mente, divenne un monologo. “Guardati, guarda come ti sei ridotta. Hai gli abiti fradici e i capelli bagnati che gocciolano dappertutto. Non mi dire che sei uscita di casa senza un filo di trucco. Ti dovresti vergognare. Guardati, e guardati allo specchio. Sembri mia nonna, ma tanto è inutile; fiato sprecato, il mio. Quante volte ti ho detto, benedetta figlia, che devi spianare quelle orribili rughe, mettere in evidenza gli zigomi e riempire il seno.” E poi, con la mano avrebbe fatto l’inequivocabile gesto che significava: fiato sprecato e tempo perso a parlare con te. Neppure con la fantasia Vanessa seppe tenere testa a sua madre, donna nevrotica presa solo dalla cura di se stessa e dal controllo dell’immenso patrimonio di famiglia. Un pensiero saettò improvviso, una cosa che non aveva ancora immaginato le dicesse sua madre: “Ti ha chiesto soldi per andarsene? Perché te ne chiederà. Oh, se te ne chiederà, vedrai. Uno come lui che sperpera in continuazione. Oh, ma tu dovrai essere ferma e sostenere che la colpa è sua. È lui che ha l’amante e non tu. È lui che ha deciso di andarsene di casa e non tu. Lo so che sei laureata in legge e queste cose le sai già, però io insisto: niente soldi anche se, forse, pagandolo subito potrebbe lasciarti in pace, dato che lui potrebbe sostenere che sei stata tu a non volere figli, perché vedrai, lui sosterrà questo. Dai retta a tua madre che queste cose le sa. Scommetto che l’ha messa incinta e adesso lei vuole che la sposi.” Il vaneggiamento dell’irreale reazione di sua madre, e i pensieri sconnessi, la portarono a una cruda riflessione: se davvero l’amante di suo marito fosse stata in attesa di un figlio, per lei non ci sarebbe stata più la possibilità di recuperare un rapporto che si era andato sciupando nel tempo. Il discorso figli lo aveva accantonato molti anni addietro quando, dopo esami, controlli, verifiche e controesami, il verdetto del ginecologo era stato preciso e inesorabile: “Signora Limi, devo darle la brutta conferma ai miei sospetti. Lei è STERILE. Però si potrebbe tentare con sofisticati e sicuri metodi. Ne parli con suo marito e poi tornate insieme da me.” Michele non accettò di sottoporsi a visite, esami e valutazioni estenuanti. “Tutte cose che portano a nulla tranne tempo e denaro sprecati.” Fu il suo modo di liquidare la questione e lei non ne parlò più. La pioggia seguì alla grandine e poi cessò di scendere. Le strade furono lavate da una natura benevola che non aveva, però, lavato il suo dolore. Si trattenne dal tornare in quel negozio per chiedere alla commessa se fosse incinta e poi non era più sicura che quella ragazza fosse l’amante di suo marito. Le pareva e, contemporaneamente, non le pareva fosse lei. Ricordò di averli intravisti mentre lui le bisbigliava qualcosa all’orecchio, un giorno, a un vernissage di Michele e lei si era allontanata dagli ospiti per andare alla toilette. Le mani di lui avevano indugiato a lungo sulle braccia della ragazzina e poi dalle spalle erano scese fino al fondo schiena, a esplorare un corpo giovane e ben fatto. Se non che un rumore improvviso aveva interrotto il migrare della mano e i loro tre sguardi si erano incontrati per caso: quello della ragazzina beffardo e irriverente, quello di lui irritato e seccato. Vanessa, sorpresa e delusa, ma non ancora ottenebrata dalla gelosia, riuscì a vedere il gesto con il quale l’uomo allontanò la giovane da sé. Lei ebbe il torto di accennarne a Michele, il quale si giustificò dicendole che, sicuramente, aveva visto male e il suo atteggiamento, di sospetto e gelosia, lo metteva in imbarazzo. Detto questo girò sui tacchi e tornò dagli ospiti. Sì, adesso ne aveva la certezza: la commessa e l’amante di suo marito erano la stessa persona. Era pomeriggio inoltrato e lei non aveva ancora pranzato, neppure sentiva l’esigenza di farlo. Bevve solo un po’ d’acqua alla fontana della piazza. Fradicia di pioggia e di sofferenza, Vanessa si riscosse da pensieri funerei e si diresse, con passi incerti, verso la sua… la loro abitazione. Aprì la porta. Gli abiti, ancora gocciolanti di pioggia; li tolse con furia, quasi strappandoseli di dosso e si infilò veloce sotto la doccia. Lasciò scorrere l’acqua sul corpo esile; chiuse gli occhi per non vedere gli inevitabili segni del passare degli anni, che già avevano iniziato a lasciare traccia del loro inesorabile procedere. Uscì dalla doccia, si avvolse nell’accappatoio e si diresse verso il letto, il loro letto. Si lasciò cadere a faccia in giù, prese il cuscino di Michele e lo abbracciò stretto cercando di assaporarne ancora il profumo lasciato da suo marito. Nessuna traccia dell’uomo. Le sovvenne che, proprio quella mattina, aveva cambiato le lenzuola e le altre erano già finite nella lavatrice. Con un istintivo gesto di rabbia si staccò da quell’oggetto inanimato e freddo. Si alzò rapida per tornare in bagno dove prese il phon e si asciugò i lunghi capelli che lasciò sciolti. Poi, con gesti rapidi e precisi, si truccò con cura. Allungò la mano verso le boccette di profumo, indugiò qualche istante prima di afferrarne una a caso. Bastarono poche gocce e una delicata essenza avvolse la stanza. Indossò un morbido abito in voile a fiori chiari e sopra uno spolverino dello stesso tessuto, impalpabile come una delicata seconda pelle, sandali neri e una minaudière dove a stento fece entrare un rossetto, le chiavi di casa e la patente. Sostò a lungo davanti allo specchio per osservare, con occhio indagatore, la figura di una donna che se a tratti le pareva somigliante, in altri non lo era, perché a se stessa sovrapponeva una donna più giovane, aggraziata e attraente. Sospirò: è la vita, commentò fra sé. Prima di uscire, chiuse con cura tutte le imposte. Varcò il portone del condominio e si fermò incerta su dove dirigere i passi. Un signore le sorrise, ammirato dal fascino che emanava la sua delicata persona. Vanessa rispose con un leggero, compiaciuto cenno del capo. Allora non era una donna da buttare, c’era qualcuno in grado di apprezzare la maturità, la classe e l’eleganza. Il suo passo divenne più sicuro mentre una lieve brezza faceva svolazzare la leggera veste. Arrivò sul lungofiume. L’acqua scorreva veloce, ingrossata anche dal violento acquazzone di qualche ora prima. Quasi si lasciò ipnotizzare dai vortici che decoravano la superficie. Raggiunse il ponte. L’acqua danzava e la invitava a danzare con lei. Appoggiò con eleganza la minaudière sul parapetto, fece un lieve inchino e accennò i passi di un valzer che sentiva solo lei. I passanti si voltarono a guardare quella strana, elegante donna pensando che fosse impazzita. Lei non se curò. Un paio di automobilisti, strombazzando, la incitarono nella danza. Anche di questo non si curò. Una piroetta veloce e un balzo elegante e si ritrovò seduta sul parapetto, le spalle all’acqua. Roteò elegantemente le braccia e volò giù. Una ragazza, che transitava in quell’istante, fece appena in tempo ad afferrarla per la veste. Le rimase in mano un soprabito leggero, inconsistente come una seconda pelle. Qualcuno gridò, altri chiamarono i soccorsi, altri ancora si affacciarono sul ponte appena in tempo per vedere un corpo sparire, portato via dalla corrente. Da quel momento fu tutto un susseguirsi di telefonate, di chiamate ai soccorsi, di fotografie scattate con i telefonini. Un rincorrersi di voci concitate, di commenti sprezzanti, indelicati, sferzanti e cinici. “Si è buttata.” “È caduta.” “L’ho afferrata, mi è sfuggita.” “Ma lasciatela andare, non vedete che si è suicidata?” “Una pazza in meno in giro per le strade della città.” “I pazzi sono pericolosi.” “Meglio così, una spesa in meno per la sanità.” “Non si dia pensiero, non è colpa sua se è caduta.” La ragazza guardò il soprabito che teneva in mano, sentendo sulla pelle un calore inaspettato. Sbarrò gli occhi, avendo la sensazione che un fato terribile potesse colpire anche lei. Una signora, che nel frattempo l’aveva raggiunta, le disse premurosa “Non si spaventi, signorina, un vestito così leggero non ha mai ucciso nessuno. Lo dia a me, ci penso io.” Lo prese, raggiunse un vicino cassonetto e lo gettò dentro: la seconda pelle abbandonò Vanessa per sempre. La ragazza respirò sollevata e si aggiunse alla frenetica corsa nella ricerca del corpo galleggiante già ribattezzato: Il Cadavere Elegante. Vanessa ora danzava abbracciata all’acqua. Non sentiva le voci concitate, il rincorrersi delle sirene di polizia, di ambulanze, di vigili del fuoco. Tutti alla caccia del Cadavere Elegante, tutti che volevano afferrarlo prima che il fiume lo portasse al mare. Lasciatelo a me, pareva dire il fiume. È mia, pareva dire l’acqua. Appartiene a me, la voce di un gorgo che lo prendeva, lo lasciava e lo riprendeva ancora. Una piccola onda di piena la raggiunse, liberandola dall’abbraccio del gorgo e la trascinò più veloce, giù fino alla piccola cascatella, oltre la quale il fiume si allargava e rallentava il suo frenetico ma inesorabile scorrere verso il mare. “Dobbiamo prenderla prima che sparisca.” “Chi è?” “Volante quattro a centrale: ho preso la borsetta che ha abbandonato prima di lanciarsi dal ponte. Ora guardo. Sì, c’è un documento intestato a Vanessa Limi. C’è l’indirizzo di casa. Va bene, andiamo a vedere se troviamo qualcuno. Sì, sì, avvisiamo noi la famiglia.” Intanto, giornalisti di varie testate si erano aggiunti ai curiosi e intervistavano a caso chi c’era e chi non c’era. E tutti a rispondere: “Sì, l’ho vista cadere.” “L’ho vista buttarsi.” “Non ho visto nulla.” “Io c’ero…” “Io non c’ero…” “So chi è, era ammalata?” “Poverina, perché si è buttata giù?” “Sarà stata ubriaca.” “No, no, era ammalata, sarà stata stanca di vivere.” Una troupe televisiva locale corse impazzita per la città, nel vano tentativo di raggiungere uno dei punti panoramici che a valle permettevano di spaziare sul fiume. Il Cadavere Elegante procedeva la sua danza, incurante dei commenti, incurante della gente, incurante del pensiero di approvazione di sua madre: “Beh, almeno ha scelto un abito elegante e si è truccata e ha coordinato le scarpe.” E di quello di autocommiserazione da parte della stessa: “Mia figlia è morta? Povera figlia mia, se almeno ne avesse parlato con me. Se si fosse confidata con sua madre. Io sì che sarei stata in grado di aiutarla. No, non mi ha mai detto di avere problemi, non mi ha mai riferito di screzi con il marito. Sono sempre andati d’amore e d’accordo: una coppia felice come poche. Chissà come starà soffrendo anche lui. Poveretto. Ah, non l’avete ancora avvisato? Come non si trova? Sarà allo studio a dipingere, dove volete che sia? Vi prego, rispettate il mio, il nostro dolore. Lasciateci in pace. Sì, certo, vi faremo sapere quando si terrà il funerale. Adesso è importante che la recuperino, che il mare non la porti via.” O di quello che realmente a sua madre stava a cuore: “Che il mare porti via il tuo ingombrante cadavere e lo scandalo e i pettegolezzi e che la mia vita torni a essere normale. Mi hai fatto uno sgarro enorme. Non meriti ricordo né perdono.” Mentre i Vigili del Fuoco si apprestavano a calare in acqua un gommone, fra il terzo e il quarto ponte, videro transitare il Cadavere Elegante. Era già troppo tardi per afferrarlo ed era inutile scendere in acqua: non avrebbero fatto in tempo a raggiungerlo prima delle rapide e, di certo, non desideravano rischiare per non rimanerne travolti. Interruppero l’operazione e risalirono sul camion, con l’intento di creare uno sbarramento nell’ultimo tratto di fiume e di intercettare il corpo prima dell’accesso al mare. Si collegarono alla sede centrale per chiedere rinforzi, calcolare la marea e il deflusso dell’acqua, in modo da stabilire, in maniera quasi millimetrica, il punto in cui si sarebbe potuto trovare il corpo e raggiungerlo in totale sicurezza per gli uomini del soccorso. E via nel traffico impazzito, a sirene spiegate, per scansare le auto incolonnate in una corsa verso il nulla. Auto ferme in ingorghi pericolosi e imbarazzanti, o piantate sulla carreggiata, le portiere spalancate, gli occupanti schizzati lungo il fiume alla ricerca inutile del Cadavere Elegante, solo per dire: “L’ho veduto.” “Lo vedo, è lì, non è passato…” “Guardate là, dove l’acqua si muove, tutto il fiume si muove, ma sì, guardate nel gorgo.” “Sono molti i gorghi del fiume.” “Quello laggiù…” “Quello lassù…” “Sì, è tornato indietro.” “Ma non può tornare indietro.” Grida concitate, voci assurde, parole buttate per farsi notare. Altre troupe televisive, telecamere in spalla, correvano avanti e indietro, facendosi largo nella ressa e giù spinte, qualche sberla, alcune male parole, ancora tanta cattiveria fra gente disumana e perversa.
Lettura gratuita per i nuovi utenti
Scansiona per scaricare l'app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Scrittore
  • chap_listIndice
  • likeAGGIUNGI