CAPITOLO 1: DIVORZIO
Amelie Mason.
«Voglio il divorzio.»
Le mie mani tremavano mentre tenevo il foglio che mio marito mi aveva appena porto.
Non poteva essere vero. Come potevo credere che quelle parole crudeli provenissero dalle stesse labbra che, proprio stamattina, mi avevano baciato teneramente?
«Ti prego... è uno scherzo? Se lo è, basta così» cercai di sorridere, fingendo che non stesse succedendo nulla.
«Di’ solo il tuo prezzo e firma» ringhiò lui, scagliando impaziente le carte.
Il suo sguardo era freddo. Il mio, in frantumi.
«Armando! Aspetta... che cos'è tutto questo?» Lessi e rilessi i documenti, senza capire cosa stesse accadendo.
Il suo volto indurito non mostrava alcuna compassione.
«Raccogli le tue cose, Amelie. Devi lasciare questa casa immediatamente.»
Scossi la testa, ancora e ancora. Non poteva essere vero, lui... lui non poteva farmi questo.
Armando si voltò, ma io gli corsi dietro.
«Amore mio, cosa sta succedendo? Stamattina sei uscito come al solito, ci siamo baciati, andava tutto bene. Perché mi stai facendo questo?»
Si girò furioso, e le sue parole mi colpirono più duramente di uno schiaffo.
«Non ti amo più, Amelie. Voglio che te ne vada. Adesso!»
«Questa è anche casa mia. Non puoi buttarmi fuori così, dimmi solo perché... una sola ragione.»
«Ora non mi servi più» sputò con disprezzo. «Non sei stata nemmeno capace di darmi un erede. La mia famiglia è stufa di te.»
«È per questo? Ma ne avevamo parlato! Avevamo un accordo, avremmo adottato. Armando, ti prego!»
«Fuori! Rosalía sta per arrivare.»
«Cosa?» Impallidii sentendo quel nome. Rosalía. La sua ex del college.
«Fuori!» ruggì Armando, afferrandomi un braccio. Mi trascinò per la stanza come se fossi un’intrusa, non sua moglie.
«Fuori, adesso, Amelie! Mi fai schifo. Non voglio più vederti!»
«Armando, no! Ti prego, Armando!» Sapevo che implorare non mi avrebbe aiutato, ma lo feci comunque.
Poi, con una spinta brutale, mi scaraventò in strada e sbatté la porta con un suono simile a uno sparo.
Rimasi paralizzata davanti a quella porta. Il mio cuore si spezzò in mille pezzi.
Volevo morire lì.
Armando, l'amore della mia vita, mio marito per sette anni, mi aveva appena buttato fuori come spazzatura. Mi ero emancipata dalla mia famiglia per stare con lui. Avevo investito fino all'ultimo centesimo dei miei risparmi per salvare la sua azienda. Gli avevo dato tutto... e ora non mi restava nulla. Solo il vuoto.
Due mesi dopo
Non ero riuscita a riprendermi dal divorzio, quando mi ritrovai in piedi davanti alla bara di mio padre. Accanto a me, mia madre si aggrappava stretta al mio braccio, singhiozzando con un dolore lancinante.
«Devi esaudire l'ultimo desiderio di tuo padre, Amelie» mormorò tra le lacrime. «Non possiamo restare in mezzo a una strada, specialmente ora che sei separata da tuo marito.»
Rimasi in silenzio, elaborando ogni parola come una pugnalata. Con cautela, le liberai la mano dal braccio e feci un paio di passi verso la bara.
La sua morte mi faceva male... ma ancora di più, il suo tradimento.
«Perché mi hai venduta, Padre?» sussurrai, mentre le lacrime mi rigavano le guance, segnando l'inizio della mia condanna.
Avevo rovinato la mia famiglia dando tutto ad Armando. E ora dovevo pagare il prezzo di quell'errore.
«Figlia, è ora» disse mia madre senza un briciolo di colpa, prendendomi il braccio per condurmi verso l'uomo appena arrivato.
Sollevai la testa e asciugai con rabbia le lacrime.
«E se non volessi andare? Cosa succede allora?»
L'uomo aprì con calma la sua valigetta e mi porse un documento. Lo lessi attentamente, e ogni riga mi tolse il respiro.
Clausole che erano state firmate da mio padre senza il mio consenso: se non avessi accettato di andare con quell'uomo, l'azienda di mio padre sarebbe fallita. E, cosa ancora peggiore, mia madre e le mie sorelle sarebbero rimaste in mezzo a una strada.
E io... sarei finita in prigione.
«Questo è assurdo» sbattei la cartellina contro il petto dell'uomo, incurante delle conseguenze.
Mia madre, vedendo la mia audacia, mi strinse forte il braccio.
«Amelie, ti prego!» mi supplicò a denti stretti. «Non hai altra scelta. Devi andare con quest'uomo. È tuo dovere essere la moglie del signor Feldman.»
Guardai l'uomo con disprezzo. «Potrebbe concedermi due minuti da sola con mia madre?» chiesi senza distogliere gli occhi da lui.
Lui annuì in silenzio e si allontanò di qualche passo. Poi guardai lei, ferita, disperata.
«Io non vado. Non ho intenzione di farlo, non sono un oggetto, non puoi costringermi, Mamma. Sto divorziando, riesco a malapena a respirare, e ora tu vuoi mandarmi via con uno sconosciuto.»
«Il signor Feldman è la tua migliore opzione» rispose lei senza esitazione. «Devi sposarlo solo per un anno, dopo... fai quello che vuoi.»
«Quell'uomo è un mostro!» strinsi i denti, trattenendomi.
Mia madre fece un respiro profondo, non guardandomi.
«Quel 'mostro', come lo chiami tu, ha salvato questa famiglia. Ha aiutato tuo padre più di quanto tu possa immaginare. Non essere ingrata, Amelie, fai la cosa giusta.»
L'uomo, che era ancora in attesa, si schiarì la gola.
Sembrava che non avessi più opzioni. Camminai verso di lui con i piedi pesanti, come se fossi condotta al processo. Fuori, una macchina sportiva aspettava, con il motore acceso. Deglutii, chiusi gli occhi ed entrai.
«Signorina, mi chiamo Eder. Sono al suo servizio, il mio signore la sta aspettando.»
«Grazie, Eder» risposi con un'ironia che non poteva nascondere la mia amarezza, mentre l'auto sfrecciava verso i quartieri più lussuosi della città.
Il mio telefono vibrò insistentemente in tasca. Era un messaggio.
«Mi dispiace tanto per quello che è successo a tuo padre, possiamo vederci? So che non è stata colpa tua se non abbiamo potuto avere figli... Mi manchi!»
Il mio cuore si fermò immediatamente... era lui, era Armando.