«Mi dispiace di averlo fatto. Non ero in me. Era come se…»
«Non ho bisogno delle tue scuse. Devo andare. Ci occuperemo più tardi del disordine che hai causato.» Detto ciò, l’angelo sparì.
Helena si alzò dal letto. Le dure parole di Micheal l’avevano colpita dritta al cuore. Sapeva che quello che era successo era colpa sua, ma non l’aveva fatto apposta.
Uscì dalla stanza e si diresse verso il corridoio in cerca di un’aspirina, ma una luce proveniente dal soggiorno al piano inferiore la fece soffermare. Il mattino seguente li attendeva l’università, i suoi amici non avrebbero dovuto essere ancora in piedi.
Dimenticato il mal di testa, si avvicinò in punta di piedi alle scale e sbirciò oltre la ringhiera. Per un attimo pensò che potesse esserci un vampiro ad attenderla, ma il suo cervello scacciò subito quell’idea idiota. Come avrebbe fatto a trovarla? Le corde facevano sì che le persone si incontrassero. Non erano un dispositivo di geolocalizzazione. O almeno così sperava.
I gradini di metallo erano gelidi sotto i suoi piedi nudi. Arrivata a metà strada, si appuntò mentalmente di comprare delle pantofole non appena ne avesse avuta l’occasione. Una volta scesa la scala, scorse la silhouette di Andrew e si derise per aver pensato che potesse trattarsi di un mostro succhiasangue. Era seduto sul divano con un libro aperto sulle ginocchia.
«Sei ancora sveglio?» chiese.
La testa di Andrew si voltò di scatto nella sua direzione. «Dio, non avvicinarti a me di soppiatto, Thorn. Sai che ho il cuore debole.»
Helena alzò gli occhi al cielo; Andrew era un fanatico dello sport e a scuola aveva giocato in diverse squadre. Dal canto suo, la ragazza non aveva mai capito il fascino di correre dietro a una palla con indosso un uniforme sudata e, al contrario dei suoi due amici, odiava l’esercizio fisico e tutto ciò che vi era associato.
Andrew chiuse il libro e lo posò sul tavolino. Vedendo la copertina, Helena rimase sorpresa. Data l’ora, si sarebbe aspettata dei fumetti o qualcos’altro di poco impegnativo dal punto di vista mentale, non un volume di finanza.
Il ragazzo si avvicinò e le sollevò la testa con un tocco gentile. «Sei pallida, dovresti tornare a dormire.»
In quel momento, le si riaffacciò alla mente la conversazione avuta con Laura e le sue guance si tinsero di rosso. Senza rendersene conto, fece un passo indietro.
Andrew si grattò la nuca e spostò il peso da una gamba all’altra. «Ah, Laura ti ha già parlato di… ehm… quello.»
Helena annaspò alla ricerca delle parole giuste. Si aspettava una risposta immediata o le avrebbe concesso un certo periodo di tempo per riflettere? Aveva una risposta pronta per lui?
«Helena, non te l’ho chiesto di persona perché non volevo metterti in difficoltà… o forse perché sono un codardo. Non lo so. Quello che so è che mi piaci e mi piaci da tempo.»
Quello non era il suo solito sorriso sdolcinato. Sembrava sincero e ciò le fece stringere il cuore, quasi si volesse fermare in attesa di quello che sarebbe successo.
«Andrew, n-non lo so.»
Ciuffi di capelli gli danzarono sulla fronte mentre annullava la distanza tra loro. «Prenditi pure tutto il tempo necessario per rifletterci.»
Al rendersi conto di quanto fossero verdi i suoi occhi e di quanto fosse liscio il suo viso rasato, Helena rimase senza fiato e dovette combattere contro l’impulso di toccargli la guancia per verificare di persona la propria teoria.
«Promettimi che ci penserai», disse lui.
Invece di rispondere a parole, gli fece un rapido cenno di assenso, la gola troppo secca per parlare.
Con un sorriso da ragazzino, Andrew le scompigliò i capelli, come faceva spesso con Laura. «Non stare sveglia fino a tardi, Thorn.»
Con quelle parole, se ne andò, lasciandola sola e confusa. In una frazione di secondo, Andrew era tornato il solito ragazzo di sempre, mentre Helena non riusciva a scrollarsi di dosso quanto appena accaduto.
Si mise una mano sul cuore, che batteva eccitato, e immaginò come dovesse essere uscire con lui. Sebbene sembrasse non accordare troppa importanza ai propri studi, il fatto che stesse leggendo uno dei manuali prima dell’inizio del trimestre la diceva lunga sulle sue reali inclinazioni. Sembrava anche avere un lato serio che Helena non aveva mai avuto il piacere di conoscere. E il modo in cui l’aveva guardata poco prima non era lo stesso con cui guardava le altre ragazze. Pareva sincero… ed era proprio quello a spaventarla.
*****
A pranzo, incontrò Laura in una caffetteria del campus. Ovunque intorno a loro si udivano chiacchiere allegre e conversazioni ad alta voce. Helena chiuse gli occhi, facendo del suo meglio per ignorarle, e si lasciò avvolgere dal profumo del caffè macchiato ancora caldo che stringeva tra le mani. Per tutta la mattina aveva provato una strana e persistente sensazione di gelo, impossibile da allontanare.
Laura sospirò. «Mi stai ascoltando?»
Helena alzò lo sguardo e trovò l’amica intenta a addentare un panino al prosciutto e formaggio. Alcune briciole caddero sulla sua camicetta blu, ma la ragazza le scansò con un rapido gesto della mano.
«Vedo che il resoconto della mia giornata ti ha annoiata a morte, quindi raccontami la tua.»
«Non mi è successo granché. Lezioni, nuovi docenti e decisamente troppa gente. Le solite cose, insomma.»
Inclinando la testa di lato, Laura disse: «Pensavo che io e Andrew ti avessimo insegnato come farti un paio di amici. Cosa stai aspettando?»
Helena cercò di trovare una scusa abbastanza valida da far desistere la sua amica, ma tutte le ragioni che le saltavano alla mente sembravano o estremamente futili o troppo facili da contestare.
«Vedi, nemmeno tu riesci a trovare un buon motivo per non fare nuove amicizie!»
Helena alzò le mani in segno di resa. «Va bene, domani cercherò di parlare con qualcuno.»
Laura appoggiò il panino nel piatto e la fissò. «Domani?»
«Che c’è di male?»
«Niente, a parte il fatto che sembri una dipendente dalla nicotina che promette di smettere di fumare dopo un’ultima sigaretta.»
Con un sospiro, Helena scrutò la folla. Gli studenti se ne stavano tutti suddivisi nei loro gruppetti a condividere le esperienze del primo giorno. Stava per abbandonare la ricerca quando, in coda alla cassa, notò un volto familiare. Fece un cenno in direzione di una ragazza mora dai capelli corti e dall’abbigliamento rétro e disse: «È in due dei miei corsi».
Laura si girò per dare una rapida occhiata e un ghigno inquietante si fece strada sulle sue labbra rosee. «Abbiamo trovato la tua preda, dunque.»
«Adesso? Vuoi che le parli adesso?»
«Non c’è momento migliore del presente, Thorn. Vai e conquistala.» Le fece cenno di andare con le mani.
Riluttante, Helena si alzò e controllò che il maglione non fosse macchiato. Era pulito. Raddrizzò la schiena e borbottò sottovoce: «Andrà tutto bene».
Due occhi color cioccolato si posarono su di lei con aria stanca e Helena si strofinò i palmi sudati sui jeans. La distanza tra loro era stata coperta troppo velocemente per i suoi gusti. Fermandosi a mezzo metro dalla ragazza, si schiarì la gola. «Ehi, io sono Helena Hawthorn e frequentiamo—»
«—lo stesso corso di mitologia. Io sono Nadine Smidt.»
Si strinsero la mano e la mente di Helena sembrò svuotarsi.
«C’è qualcos’altro che vuoi dirmi?»
«Oh, giusto, sì!» Helena indicò Laura. «Ti andrebbe di pranzare con noi? Voglio dire, abbiamo quasi finito, ma sarebbe fantastico se potessi unirti a noi.»
Il volto di Nadine si illuminò. «Fammi prendere qualcosa da bere e arrivo.»
Helena si diresse verso il tavolo, ben conscia di cosa l’attendesse. Riusciva già a scorgere Laura con la sua espressione da “te l’avevo detto!” sul viso. Le cose erano andate meglio del previsto; forse la sua amica aveva ragione ed era sufficiente presentarsi per fare nuove conoscenze. Il pensiero spense improvvisamente la sua euforia. Erano molti i segreti che nascondeva alla sua famiglia e ai suoi amici. Nadine sarebbe stata solo un’altra persona da aggiungere all’elenco di coloro che non avrebbero mai conosciuto la vera Helena.
«Cosa c’è che non va? Pensavo che saresti stata felice di stringere nuove amicizie.» La voce preoccupata di Laura riportò Helena al presente.
«Lo sono. Mi dispiace. Stavo pensando a un compito che mi è stato assegnato.»
La sua amica sollevò un sopracciglio, ma non disse nulla.
Non appena Nadine le raggiunse, Laura si alzò dalla sedia con un balzo, facendola quasi cadere a terra. «Me ne ero completamente dimenticata!» Iniziò a radunare le proprie cose. «Ho del lavoro da fare. Parleremo a casa.» Strizzò l’occhio a Helena, poi si rivolse a Nadine. «È stato un piacere conoscerti.»
Sotto gli occhi sbalorditi di Helena, ormai sola con la propria missione, la ragazza uscì dalla caffetteria di corsa, come se i suoi ricci biondo fragola stessero andando a fuoco.
Quando finalmente Helena riportò lo sguardo su Nadine, quest’ultima non pareva in alcun modo turbata da quella strana scena. Come se niente fosse, si sedette e prese a sorseggiare il suo tè verde.
Il silenzio tra loro crebbe. Ogni volta che Helena pensava a qualcosa da dire, la assaliva il pensiero che si trattasse di un argomento stupido, il che la spingeva a tacere.
Dopo qualche minuto, Nadine disse: «Perché hai deciso di parlare con me?»
«Cosa vuoi dire?»
La ragazza appoggiò la tazzina sul piattino con un’eleganza che a Helena risultò totalmente aliena. «Ci sono un paio di altre persone del nostro corso qui. Perché proprio me?»
Helena ci pensò su e scrollò le spalle. «Sei stata la prima persona che ho riconosciuto e ho pensato che avremmo potuto scambiare due chiacchiere… e diventare amiche, magari.»
Lo sguardo di Nadine si fece diffidente. «Desideri essere mia amica?»
«Mi piacerebbe, sì.»
La ragazza, con il viso nascosto dietro la tazzina, non rispose. In due rapidi sorsi, consumò il tè rimanente, raccolse le sue cose e sfoderò lo stesso gradevole sorriso di prima, che non mancò di inquietare Helena. «Credo di avere lezione ora. Mi dispiace di non poter rimanere più a lungo…»
Helena rimase a fissare la sedia su cui la sua compagna di corso era seduta pochi secondi prima e pensò che dovesse avere un qualche potere mistico in grado di respingere le persone. Oppure era lei a essere pessima nel farsi nuovi amici… Purtroppo, propendeva di più per la seconda ipotesi.
*****
Una volta terminate le lezioni, Helena si diresse verso il centro della città per distribuire il suo curriculum. Le sarebbe andata bene qualsiasi cosa, aveva solo bisogno di trovare un lavoro. Anche se Laura e Andrew le avevano assicurato che non c’era fretta e che avrebbe potuto fare con calma, non voleva dipendere da loro. O da nessun altro, per la verità. Nemmeno da Michael.
Ripensandoci, non lo aveva più visto dopo il loro litigio. Stava ricevendo una strigliata dai suoi superiori angelici a causa del suo errore?
Arrivata al semaforo di Dame Street, le sue spalle si incurvarono. Il sole era già tramontato. Quanto tempo le restava prima che i vecchi edifici fossero avvolti nell’oscurità?
Dall’altra parte della strada, un uomo vestito completamente di nero spiccava tra le altre persone, richiamando la sua attenzione. A suo parere, non poteva avere più di trent’anni. Era alto e indossava una giacca di pelle e un paio di jeans aderenti. Il vento gli scompigliava i capelli corvini. Le sue labbra carnose e tentatrici si incurvarono in un mezzo sorriso e Helena notò che i suoi penetranti occhi blu erano fissi su di lei.
Le sue guance si fecero di fuoco e il suo sguardo cadde immediatamente a terra. Non si aspettava certo di essere notata da lui.
La folla prese a muoversi e Helena si mise in marcia con il resto del gruppo, evitando il contatto visivo con le persone che la circondavano, finché non si scontrò con qualcuno.
Due grandi mani le afferrarono le braccia, sostenendola. Non fu, tuttavia, quel gesto a farle alzare la testa. Un insolito pizzicore si era diffuso sulla sua pelle, nel punto esatto in cui lo sconosciuto la stava toccando. Le scuse le fuggirono di bocca. Alzando lo sguardo, si rese conto che si trattava proprio del bel ragazzo che aveva attirato la sua attenzione poco prima. Si era sbagliata. I suoi occhi erano un misto di blu e marrone – e avevano un effetto ipnotico su di lei.
Un dolore acuto la colpì al petto e una strana energia le solleticò le viscere.
Sul volto dell’uomo si poteva leggere chiaramente della sorpresa.
Helena si staccò da quello sconosciuto e si affrettò a mettere più distanza possibile tra loro. Quello che aveva sentito non era normale, e l’esperienza le aveva insegnato a fuggire da ciò che appariva anormale. Eccetto Michael, il quale aveva giurato che la sua missione fosse vegliare su di lei.
Si allontanò, guardandosi più volte alle spalle per assicurarsi che non la stesse seguendo. Dopo aver girò l’angolo, si picchiò la fronte con il palmo della mano. Chi avrebbe inseguito una tipa stramba che scappava come un animale spaventato?
Con un sospiro, andò a lasciare i curriculum rimasti nella zona accanto alla fermata, prima di prendere il primo autobus per tornare a casa. Era giunto il momento di ottenere delle risposte su suo padre e sullo strano legame che aveva accidentalmente creato.
*****
Al di là della sua barriera protettiva, le cose sembravano diverse. Una presenza serpeggiava nell’ombra. Riusciva ad avvertirne l’energia, mentre girava intorno al suo scudo come uno squalo, in attesa di una crepa, di un’apertura di qualche tipo. Le si rizzarono i peli sulla nuca e le parole di Michael risuonarono nella sua mente: “Delle cose cercheranno di entrare”.
Qualunque cosa stesse cercando di farsi strada all’interno del suo scudo non sembrava amichevole. L’energia della creatura si insinuò – gelida – fin nelle sue ossa, facendola rabbrividire, e Helena fece l’unica cosa a cui riuscì a pensare: rinforzò lo scudo con un altro strato di acciaio. Non sapeva se avrebbe funzionato o meno, ma in qualche modo l’azione la fece sentire molto più al sicuro. La sensazione, tuttavia, non durò a lungo.
L’oscurità si avvolse più strettamente intorno a lei, facendo scricchiolare la barriera come un sottomarino schiacciato dalla pressione dell’acqua. Un rivolo di sudore le scese sulla fronte mentre incrementava il proprio livello di concentrazione.
Cos’è questa cosa?
Decisa a resistere, fortificò la struttura con tutti gli strati che riuscì a creare, poi, quando la sua energia si esaurì, si accasciò, ansante.
In lontananza, una luce intensa iniziò a lampeggiare.
Michael, pensò. È tornato.
Quel bagliore rassicurante avvolse gli scudi e fece indietreggiare l’ombra, portando sollievo e calore al suo corpo infreddolito. Finalmente, poté ridurre le sue barriere a un solo strato.
All’improvviso, una voce iniziò a chiamare il suo nome, dicendole di svegliarsi. Le parole celavano una nota di panico e la bombardavano con urgenza.
Qualcuno la afferrò per le spalle e prese a scuoterla, finché la sua concentrazione si ruppe e si ritrovò a fissare un paio di occhi verdi. Quel borbottio impaurito proveniva da Andrew, il cui viso era sospeso su di lei
«Grazie a dio ti sei svegliata!» Il ragazzo la strinse in un abbraccio che le stritolò le ossa.
Senza comprendere cosa stesse succedendo, Helena ricambiò goffamente. Il suo corpo era interamente ricoperto di pelle d’oca e i brividi la scuotevano nei confini di quell’abbraccio. Le sembrava di essere appena uscita da una vasca di acqua gelida e il suo pigiama ne era una prova.
A denti stretti riuscì a dire: «Ho freddo».
Andrew corse verso il suo armadio e lo spalancò, afferrò tutti i vestiti che riuscì a trovare e tornò al suo fianco. Senza preavviso, iniziò a sollevarle la maglietta.
Helena gli schiaffeggiò le mani. «Ehi, posso cambiarmi da sola!»
Il ragazzo sembrò rendersi conto di quello che stava facendo e si voltò. «Mi dispiace. Non volevo.»
«Perché sei qui?»
«Laura ha risposto a una chiamata per te al piano di sotto. Dato che ha lasciato un biglietto ed è uscita, sono entrato per darti la buona notizia e ti ho trovata che gemevi dal dolore. Mi sono precipitato verso di te per assicurarmi che stessi bene… Eri gelata al tatto e ho cercato di svegliarti.» Si infilò le mani in tasca. «Il resto lo sai.»
Helena lo abbracciò di nuovo. «Grazie per avermi svegliata.»
Avvolgendola con entrambe le braccia, Andrew la strinse contro il suo petto. Emanava un calore che le fece formicolare la pelle. Restia a separarsi da lui, Helena seppellì il viso nella morbida stoffa della sua camicia.
Quando i brividi si attenuarono, si allontanò goffamente. «Allora, qual era la ragione della telefonata?»
L’espressione di Andrew si distese e un sorriso comparve sulle sue labbra. «Sembra che tu abbia un colloquio domani.»