2
LA SFERA DEI DESTINILa notte era ormai scesa da un pezzo e, per quanto ne sapeva, i suoi amici stavano dormendo. Helena si mise a camminare intorno al letto, con le braccia incrociate e la mente che faceva gli straordinari.
«Che cosa stai cercando di dirmi?» chiese a Michael.
L’angelo non rispose e la guardò con occhi sofferenti.
«È un altro dei segreti di cui non puoi parlarmi? È il mio vero padre. Se è stato rapito dal mostro di cui si parla nel diario della nonna, devo saperlo…» Ricacciò indietro le lacrime. «È possibile che non ci abbia abbandonate…»
«Helena», esordì Michael, in un tono che voleva essere rassicurante.
La ragazza sollevò le mani al cielo. «Non tentare di ammansirmi e dimmi come trovarlo!» Trattenendo un’imprecazione, si ricordò di dover tenere la voce bassa – cosa che le risultava sempre più difficile con ogni secondo che passava. Fece alcuni respiri profondi. «Ti prego, dimmi qualcosa. Qualsiasi cosa!»
«Sdraiati.»
Scosse la testa. «Non sono in vena di riposarmi.»
«Se davvero desideri sapere dove si trova, non posso fermarti. Ti aiuterò, ma devi prestare attenzione.»
Gli occhi di Helena si assottigliarono, mentre studiava la sua faccia impassibile. Come al solito, capire le sue intenzioni era pressoché impossibile. Era sincero o si trattava di una specie di stratagemma per farla rilassare e addormentare? Dopo una breve riflessione, decise di ascoltarlo e si sdraiò sulle morbide lenzuola di lino.
«Chiudi gli occhi», disse Michael.
«Perché?»
L’angelo svanì. “Devi fare ciò che ti dico senza fare domande”, le disse mentalmente.
Helena si morse il labbro inferiore e lo assecondò.
“Ora concentrati sulla mia voce e visualizza tutto il tuo corpo all’interno di una bolla, o qualsiasi altra cosa ti faccia sentire al sicuro.”
Subito, nella sua mente prese forma una sfera d’acciaio; una semplice bolla non le avrebbe offerto alcuna sicurezza. Helena si librava all’interno dei suoi confini, circondata da una snervante oscurità. Essere sospesa a mezz’aria la metteva a disagio, così usò lo stesso metodo per evocare un pavimento a scacchi sotto i suoi piedi.
Michael apparve accanto a lei; il suo corpo emanava un debole bagliore in grado di distenderle i nervi.
«A cosa serve tutto questo?» chiese.
«È uno scudo mentale. Ti proteggerà.»
«Da cosa?»
«È buio qui dentro», disse lui. «Prova a creare un po’ di luce.»
Helena lo fissò, ma non aggiunse altro, temendo che cambiasse idea e smettesse di aiutarla. Se questo si può considerare un aiuto. Fece un respiro profondo e si concentrò di nuovo. Una luce si riversò su di loro dall’alto.
Michael si avvicinò alla parete della sfera e Helena, non volendo restare indietro, lo seguì. L’angelo ne sfiorò la superficie liscia, pronunciando ogni sillaba con cura: «Sembra che tu preferisca il metallo come difesa. Sono in molti a utilizzare materiali simili, o imponenti fortezze, per proteggersi. Alcuni erigono anche strati multipli, ma ci lavoreremo in seguito.»
Helena cercò di dare un senso alla sua spiegazione, ma si ritrovò solo con ulteriori domande. «Di chi stai parlando?»
L’angelo le posò una delle sue grandi mani calde sulla testa, rivolgendole il fantasma di un sorriso.
La ragazza spalancò gli occhi. «Puoi toccarmi?»
«Di norma, il tuo corpo è legato al tuo piano fisico e non c’è nulla che io possa fare lì. Qui, invece, la tua mente sta attraversando uno dei piani in cui posso toccarti» rispose. La sua espressione si fece seria. «Purtroppo, non sono l’unico a poterlo fare. È per questo che ti ho chiesto di creare uno strato protettivo. Per mantenerlo userai un po’ della tua energia, quindi non stupirti se dovessi sentirti affaticata.»
«D’accordo… E ora che si fa?»
«Prendimi per mano, raggiungeremo il mio regno. Restami vicino, altrimenti non potrò mascherare la tua presenza.»
Helena appoggiò la mano nella sua e, quando Micheal richiuse le dita sottili, l’aria intorno a loro sfrigolò di energia.
Con un rapido gesto, l’angelo la attirò in un abbraccio. Un secondo dopo, il suo scudo si dissolse e si ritrovarono in un’enorme camera con alti pilastri d’avorio che salivano verso l’alto. Una gigantesca rete disordinata di fili intrecciati e multicolore faceva da soffitto. A terra, invece, gli stessi fili erano disposti in interminabili linee ordinate, tenute in posizione da telai dorati. Il pavimento d’ebano lucido dava l’impressione di uno specchio rovesciato, riflettendo la totalità della camera.
Helena si staccò da Micheal per osservare, meravigliata, ciò che li circondava. «Dove ci troviamo?»
«Nel Regno degli Angeli, nella Sfera dei Destini.»
Helena distolse lo sguardo da quella rete colorata di fili. «E se qualcuno dovesse scoprirci? Non finirai nei guai?»
«Questo luogo non è più utilizzato dagli dèi.»
«Gli dèi? Al plurale? Immagino che saperlo renderebbe tristi i devoti di molte religioni.»
Michael ammirò il soffitto con un’emozione nello sguardo che Helena non riuscì a identificare. «C’era un unico creatore, una volta. Esisteva da così tanto tempo da aver dimenticato le proprie origini. Nel tempo si è suddiviso in molte divinità minori per poter fare più esperienze allo stesso tempo. Per lui sesso, età, colore della pelle – persino la sua stessa essenza – non sembravano avere importanza.» La sua voce si fece distante. «Una lezione da imparare.»
In quel momento, un filo grigio vibrò alla sua sinistra. Helena fece per toccarlo, ma Michael glielo impedì, scuotendo la testa.
«Non toccare.»
La ragazza aggrottò le sopracciglia. «Perché no? È solo un filo.»
«Quelli non sono fili. Sono delle corde che collegano i diversi esseri che popolano il pianeta.»
Colta alla sprovvista, Helena rimase in silenzio. Non poteva dire sul serio. Si girò per osservare meglio i fili dall’altro lato. Il bianco era il colore dominante, interrotto qua e là da alcuni grigi, neri e rossi. In lontananza, un filo d’oro spiccava tra i suoi vicini come un faro. Strizzò gli occhi per cercare di vedere cosa ci fosse oltre, ma i fili sembravano dissolversi in una nebbia bianca, troppo fitta per poterla attraversare con lo sguardo.
«Che significato hanno i colori?»
Michael incontrò i suoi occhi bramosi e sospirò. «Il bianco indica un normale essere umano. Il grigio rappresenta una persona influenzata o sfruttata da forze oscure, oppure un qualche tipo di essere soprannaturale. Il colore nero appartiene a creature crudeli, come i mangiatori di anime, alcuni tipi di demone e mostri che non si dovrebbero mai trovare nel tuo regno.»
Helena indicò una corda e vi si avvicinò. «E quella dorata laggiù?»
«Santi», disse Micheal, come se la parola bastasse a spiegare.
«Che significa? Persone virtuose?»
«Non intendo dire altro sull’argomento.»
Helena si morse il labbro. Voleva saperne di più. Si trattava di un’esperienza totalmente nuova e affascinante, eppure, in fondo alla sua mente, qualcosa la turbava. Era come se avesse l’impressione di essersi dimenticata qualcosa.
All’improvviso, notò un filo rosso sangue che spiccava tra i bianchi e i grigi circostanti. «E il rosso?»
«Vampiri», sputò Michael, come se li trovasse disgustosi.
Quella corda scarlatta catturò la sua attenzione. Era attraversata da una strana e pulsante energia. Helena aveva letto molte storie a proposito di folklore e creature mitiche, ma nessuna l’aveva mai affascinata quanto quelle sui bevitori di sangue. Finalmente, aveva la possibilità di conoscere meglio il mondo di Michael.
Avvicinandosi, si rese conto che non si trattava di un semplice colore rosso. Un liquido cremisi scorreva lungo il filo, senza che nemmeno una goccia cadesse a terra a causa della gravità.
«Ricorda, Helena, non si tocca.»
La ragazza non sembrò curarsi delle sue parole. In quel momento, nient’altro aveva importanza. La corda la chiamava, la esortava a sfiorarla, a far sì che le sue dita ne saggiassero la consistenza. La sua pelle iniziò a formicolare e fece per avvicinarsi.
Michael le posò una mano sulla spalla, risvegliandola dal suo stato di trance. «Forse dovremmo tornare indietro.»
«No!» gridò lei.
Sorpresa da tanta veemenza, Helena abbassò lo sguardo per la vergogna. Cosa c’è che non va in me? Un brusio si era diffuso nella stanza, che sembrava aver preso improvvisamente vita. Non riusciva più a pensare e, una volta in grado di mettere di nuovo a fuoco, vide una corda spuntare dal proprio intestino. Sembrava di un bianco più pallido rispetto alle altre e non si diresse immediatamente verso l’alto. La sfiorò e si sorprese di trovarla simile alla seta.
«Cosa succede quando due corde si toccano?»
Michael guardò il soffitto. «Le due persone si incontrano.»
«E chi lo decide?»
«Le Parche.»
«Ma hai detto che nessuno usa più questo posto. Come…»
L’espressione di Michael si fece cupa, come se stesse ricordando qualcosa di doloroso. «Sono state esiliate nel Regno degli Umani molto tempo fa. Da allora, gli avvenimenti seguono il volere degli dèi.»
Helena riportò lo sguardo su quel filo rosso collegato a un vampiro da qualche parte nel mondo. Ci incontreremmo, se i nostri fili si toccassero? Scosse la testa. Non aveva alcuna importanza in quel momento. Erano lì per cercare suo padre.
Sua madre insisteva che le avesse abbandonate, ma Helena non ci aveva mai creduto fino in fondo. E se gli fosse successo qualcosa di brutto a causa dell’oscurità descritta nel diario della nonna? Vampiri e altri esseri soprannaturali erano reali; forse c’era la possibilità che sua nonna non fosse pazza come sua madre voleva farle credere. C’era la possibilità che suo padre fosse stato costretto a lasciarle. Doveva sapere la verità.
«E mio padre? Come lo troviamo?»
Michael si fermò a riflettere. «Inizierò cercando la sua anima. Aspetta qui e non toccare niente.»
L’angelo si avviò di nuovo verso l’ingresso e, non appena si fu allontanato, Helena iniziò a sentire una voce femminile che sussurrava qualcosa di simile a una cantilena dentro la sua testa.
Il suo corpo si irrigidì e, come posseduta, afferrò la corda rosso sangue. Un brivido di freddo la attraversò, facendole rizzare i peli delle braccia e del collo. L’energia che circondava la corda non era nulla in confronto a quella racchiusa nel suo nucleo. Helena ne fu invasa contro la propria volontà.
«Helena, no!» urlò Michael.
Troppo tardi.
L’intera stanza era coma svanita. Solo il desiderio di unire le corde sembrava esistere. Quando si rese conto di cosa stesse succedendo, la sua corda bianca era ormai avvolta intorno a quella del vampiro.
Il cuore prese a rimbombare nella sua cassa toracica e la sua vista si fece annebbiata. Una potente ondata di energia aliena si fece strada attraverso quel nuovo legame, simile a un fiocco bianco e rosso. Helena si posò una mano sul petto in fiamme. Tutto il corpo le doleva, ma allo stesso tempo pareva insensibile.
Dopo un lunghissimo e interminabile minuto, le sue ginocchia cedettero e l’ultima cosa che vide furono un paio di braccia robuste che le impedivano di cadere.
*****
La sveglia sul comodino le disse che erano le due del mattino. Si mise a sedere, accese l’abat-jour e si stropicciò gli occhi con le dita. Michael l’aveva ingannata. Il Regno degli Angeli e i suoi scudi mentali non potevano che essere un sogno. L’angelo doveva aver usato un qualche tipo di trucco per farla rilassare abbastanza a lungo da farla addormentare.
Si è trattato di un sogno? Gemette, quando un mal di testa martellante iniziò a colpirle il cranio con forza.
«Michael?» chiamò, desiderosa di saperne di più.
Non ricevendo alcuna risposta, sospirò. Proprio mentre stava per chiamarlo di nuovo, l’angelo si materializzò davanti ai suoi occhi. Notando la sua espressione, tuttavia, Helena non ebbe il coraggio di interrogarlo. I suoi occhi brillavano di indignazione. Come biasimarlo? Aveva tutto il diritto di essere arrabbiato, dal momento che aveva ignorato le sue raccomandazioni. Non che avesse avuto scelta… Il suo corpo si era mosso da solo.
«Michael, io…»
«Non ho tempo per stare qui a discutere con te, Helena. È stato un errore portarti con me. Sarei dovuto andare da solo. Quello che tu…» Fece una pausa, come se stesse cercando le parole giuste. «Non sarebbe mai dovuto accadere.»
Helena si massaggiò le tempie, sperando di placare il dolore. La sensazione era molto simile a quella provata in occasione della sua prima sbornia, quando – durante il suo sedicesimo compleanno – Laura aveva scommesso di poter bere più di lei. Anche quella volta, la sua amica ne era uscita vincitrice.