I suoi occhi divennero due fessure. «Che c’è?»
«Niente.»
«Mi stai fissando da quando mi sono svegliata. Dimmi qual è il problema! È per i capelli?»
Gli angoli delle sue labbra si sollevarono. «Sei nervosa.»
Helena si girò di scatto. «Qualsiasi essere umano normale lo sarebbe. È un momento importante.»
«Che fine ha fatto quel personaggio calmo, padrone di sé e meticoloso che ti piace mettere in scena?»
Incrociò le braccia al petto. «C’è qualcosa che vuoi dirmi?»
«Se ci fosse qualcosa, di certo sarebbe che Andrew è all’ingresso.»
Helena rivolse un’occhiataccia al suo angelo custode e si precipitò al piano di sotto. Un cinguettio di uccellini le riempì le orecchie, facendole sfuggire un gemito. Il campanello pacchiano era stato un’idea di sua madre.
Arrivata all’ultimo gradino, rischiò quasi di inciampare, poi, con il respiro affannoso, aprì la porta e sorrise al suo futuro compagno di appartamento. «Allora, come vuoi procedere?»
Il sorriso di Andrew vacillò. Si picchiettò l’indice contro il mento. «Ehm, penso che entrare in casa sia il primo passo.» Non attese la sua risposta ed entrò con un’unica ampia falcata. «E ora spostiamo le tue cose.»
Helena alzò gli occhi al cielo. «Molto divertente. Voglio dire, come hai intenzione di trasportare le mie cose nella nuova casa?»
«Non preoccuparti, Thorn, tutto sarà svelato a suo tempo.»
Ignorando il fastidioso soprannome che le avevano affibbiato i suoi amici a scuola, si guardò intorno. Nel vialetto, un minivan bianco gesso ostruiva la vista del parco.
«È tuo?» chiese.
«Mio padre mi ha prestato una delle sue auto aziendali. Mi ha detto esplicitamente di non fare incidenti, quindi spero che le tue cose non appesantiscano il veicolo.»
Helena nascose la propria irritazione dietro un falso sorriso e gli fece cenno di seguirla. «Cominciamo.»
«Cominciamo, per favore.»
Non esattamente divertita, lo fissò.
«Guastafeste», la prese in giro Andrew, salendo le scale.
Quando raggiunsero la porta della sua camera, il ragazzo disse: «Scommetto che lì dentro è tutto rosa e pieno di fronzoli».
«Più parli, più schifo esce da quel grosso buco che chiami bocca.»
Il ragazzo si posò una mano sul petto in modo drammatico. «Mi ferisci profondamente, Thorn.»
Scuotendo la testa, Helena lo superò e aprì la porta.
Andrew esaminò la stanza con un’espressione che tradiva una punta di delusione.
La giovane sorrise. «Niente rosa e niente fronzoli.»
«Vestiti larghi, capelli viola e una camera da letto scialba… Non puoi essere una ragazza.»
«Uh-uh.»
*****
Andrew e Laura non le avevano voluto rivelare i dettagli della loro nuova casa. Desideravano sorprenderla, e così fu: i suoi occhi si spalancarono alla vista dell’imponente edificio in mattoni rossi. Pareva una fortezza, ma forse non sarebbe stato poi così male vivere in un castello, soprattutto con quelle enormi finestre affacciate sul paesaggio urbano.
«È questo il posto?» chiese.
Andrew la guardò con una punta di divertimento. «Ti piace?»
Helena trattenne l’impulso di mettersi a saltellare sul posto e gli rivolse uno sguardo di finto disinteresse. «È difficile esprimere un giudizio senza aver visto l’interno.»
«Non si preoccupi, Altezza, l’abbiamo scelto pensando a lei.»
La giovane gli lanciò un’occhiata penetrante e il ragazzo, in risposta, tirò fuori la lingua. In quel momento, Helena cominciò a dubitare della decisione di trasferirsi con i suoi due migliori amici.
Andrew aprì la porta a vetri e le fece cenno di entrare. Ad accoglierla fu un semplice atrio bianco. La guardia paffuta, che presidiava l’ingresso dalla sua postazione vicino all’ascensore, li ignorò. Non sembrava poter essere di molto aiuto, in caso di emergenza.
«Terra chiama Thorn.» Il volto di Andrew si parò di fronte al suo, a pochi centimetri di distanza, e l’odore del suo dopobarba le riempì le narici, mentre i suoi occhi verde foresta la fissavano intensamente. «Vuoi dare un’occhiata all’appartamento oppure no?»
Le guance di Helena si surriscaldarono. Per sfuggire all’imbarazzo, si diresse verso l’ascensore e schiacciò il pulsante. Non appena le porte si aprirono, si affrettò a entrare in quella prigione di metallo.
Con una leggera risata, Andrew premette un tasto sul pannello e l’ascensore iniziò a muoversi.
Una volta arrivati al quinto piano, furono circondati da moquette verde muschio e pareti bianche; il sole del mattino si riversava nel corridoio donandogli delle sfumature blu. Raggiunto il loro appartamento, Andrew strisciò una chiave magnetica sopra la maniglia.
Helena mise un piede all’interno e le sue scarpe da corsa scricchiolarono a contatto con il pavimento di legno lucido. Il suo stupore cresceva a ogni passo. Ad attenderla c’era un soggiorno spazioso, con due divani in pelle e un grande televisore LED appeso al muro. Le pareti erano tappezzate di fotografie di monumenti e strade famose della città. Helena rimase colpita anche dalla piccola ballerina di ceramica posta sul tavolino.
«Quanto costa l’affitto?» chiese, osservando quei grandiosi interni. Era impossibile trovare un appartamento così spazioso a Dublino senza sborsare un sacco di soldi.
«Il padre di Laura è il proprietario dell’intero edificio e, visto il suo affetto per la figlia, ci ha dato l’appartamento a un prezzo accessibile, diciamo.»
Helena sollevò un sopracciglio, poco convinta, ma la sua amica scelse proprio quel momento per fare la sua apparizione.
Laura si avvicinò di soppiatto e le diede una pacca sulla schiena. «Sono contenta che siate arrivati, finalmente. Dove sono tutte le tue cose?»
Mentre Helena cercava di calmare il proprio cuore impazzito, Andrew posò una mano sulla testa dell’amica, scompigliandole i riccioli biondo fragola.
Laura Quinn arrivava a malapena al metro e cinquanta, ma quello che le mancava in altezza era compensato pienamente dalla sua personalità. Discutere con lei era come combattere nudi e soli contro un’orda di selvaggi. Helena ricordava ancora quella volta in cui, dopo aver discusso su chi avrebbe vinto un concorso canoro locale, la sua sconfitta era culminata in un pigiama party durante il quale era stata costretta a tingersi i capelli di viola.
«Ho pensato che sarebbe stato meglio coinvolgerti nell’azione», disse Andrew.
Laura fece il broncio. «Mi fanno già male le braccia per aver trasportato qui la mia roba, visto che tu» disse, punzecchiandogli il petto con l’indice, «non ti sei degnato di aiutarmi».
Andrew alzò le mani, come a volersi difendere. «Ehi, sono andato a prendere Thorn. Lei non ha una macchina, a differenza tua. E poi, scommetto che l’addetto alla sicurezza diventerebbe volentieri il tuo schiavo, se dovessi avere bisogno di aiuto.»
«Molto divertente, ma non è il mio tipo.»
Helena si strofinò gli occhi. Quei due erano pieni di energia e non erano nemmeno le dieci del mattino. «Mi servono la tessera e le chiavi della macchina.»
«Non preoccuparti, Thorn, non ti abbandonerò e non ti farò portare i tuoi pesantissimi scatoloni da sola», disse Andrew.
Laura incrociò le braccia. «E va bene, ho capito. Vi aiuterò anch’io.»
«Fantastico. Più siamo meglio è.» Helena si avviò verso la porta, ma Laura la fermò.
«Quasi dimenticavo, come va la ricerca del lavoro? Vuoi una mano?»
«Me la caverò.»
«D’accordo, ma non esitare a venire da me, se dovessi averne bisogno. Oh, aspetta! Vieni che ti accompagno un attimo di sopra, mentre Andrew va a prendere le tue cose.» Laura non attese una risposta e iniziò a trascinarla su per la scala di metallo.
«Ehi, e chi mi darà una mano?» gridò il ragazzo.
Laura si sporse dal corrimano. «Arriviamo subito. Prima, però, lascia che mostri a Helena la sua stanza.»
«Giusto… e questo non ha nulla a che vedere con la tua pigrizia. Ma devi proprio trascinare anche Helena con te?»
«Saremo lì tra poco», urlò Laura, afferrandola e spingendola in una stanza sulla sinistra. «Che te ne pare?»
Il cuore di Helena quasi si sciolse dalla felicità. Davanti ai suoi occhi c’era una camera da letto ben illuminata, avvolta da pareti bordeaux. Lenzuola blu pallido coprivano il letto matrimoniale situato tra due comodini color noce. Non erano, tuttavia, i mobili il pezzo forte della stanza. Dalla finestra, Helena scorse il Mare d’Irlanda e si lasciò sfuggire un sospiro beato.
«Sapevo che l’avresti apprezzata. Ho dovuto combattere contro ogni mio istinto per lasciarla a te.»
«Questo paesaggio è fantastico, ma perché lo hai fatto?»
Laura le fece l’occhiolino. «Puoi considerarla una sorta di mazzetta.»
Helena sapeva cosa stava per accadere. Laura stava tramando qualcosa e quello non era che un intricato tentativo di adularla con un finto gesto di altruismo. Aspettò che l’amica riprendesse fiato.
«Non prenderla nel modo sbagliato, Hel, ma cosa ne pensi di Andrew?»
Helena aggrottò le sopracciglia, colta di sorpresa. Si aspettava qualcosa che riguardasse le faccende domestiche o un aiuto con i compiti universitari.
«È un amico?»
Laura batté il piede sul morbido tappeto nero. «Intendo come ragazzo. Lo vedi almeno come un membro del sesso opposto?»
Helena aggrottò ulteriormente le sopracciglia. «Dove vuoi arrivare?»
«D’accordo.» Laura raddrizzò le spalle, come se si stesse preparando a una battaglia. «Mi ha colta di sorpresa, lo ammetto. Chi se lo sarebbe mai aspettato, no? Ma, sebbene inizialmente avessi qualche timore al riguardo, in qualità di migliore amica di entrambi penso che potrebbe essere una buona idea. Capisci cosa sto cercando di dire?»
La confusione di Helena crebbe. «Puoi parlare con frasi concise e un po’ più lentamente?»
«Gesù, Hel, sei molto più sveglia quando non si tratta di romanticismo. In pratica, Andrew vuole sapere se sei interessata a lui.»
«Oh…» Non aveva mai considerato quella possibilità. Andrew non poteva essere interessato a lei. Certo, la prendeva spesso in giro e la chiamava con quell’odioso soprannome, ma l’idea di uscire con lui le sembrava tanto estranea quanto quella di praticare sport. Non riusciva a scorgere un lato positivo in quella rivelazione; aveva sentito abbastanza storie di amicizie infrante da una relazione finita male da trovarla solo preoccupante.
«Va bene, vedo che sei entrata nel tuo piccolo mondo», disse Laura.
«Non so come risponderti. Voglio dire, io…»
«Non ci hai mai pensato?»
Helena annuì.
«Beh, pensaci. C’è ancora tempo. Quanto a noi, è meglio che andiamo ad aiutarlo o non la finirà più di lamentarsi.»
Helena sbuffò. «Credevo che quello fosse il tuo forte.»
«Me ne ricorderò, Thorn. Ora, diamoci da fare.»
*****
Verso le otto, invece di aspettare insieme ai suoi amici l’arrivo del cibo cinese che avevano ordinato, Helena si rifugiò in camera sua e, ignorando la splendida vista serale che si godeva dalla finestra, accese la lampada sul comodino.
Finalmente un po’ di pace e tranquillità, pensò, mentre cercava il diario nella valigia.
Iniziò a sfogliarne le pagine, affascinata dai disegni dettagliati che le popolavano, finché non ritrovò la calligrafia familiare di sua nonna e si lanciò nella lettura del testo in russo.
Assorta com’era, non si accorse del forte bussare alla porta e, quando questa si aprì, chiuse di scatto il diario e lo nascose sotto il cuscino.
«Che succede?» chiese a Laura.
«È arrivato il cibo. Ho chiamato e bussato, ma…» Laura si addentrò nella stanza e chiuse la porta dietro di sé. «Cosa stavi leggendo?»
Helena pensò a una possibile risposta che non la facesse suonare come una pazza che sfogliava strani diari. «Solo qualcosa che ho trovato in soffitta l’altro giorno.»
Sulle labbra di Laura si formò un sorrisetto ammiccante. «Scommetto che ci sono scritte le scappatelle romantiche di tua madre.»
Laura era una buona amica, ma a volte la sua curiosità la portava a invadere la privacy altrui. Helena sapeva che la ragazza non sarebbe stata in grado di leggerlo, ma quel piccolo dettaglio di certo non l’avrebbe fermata. Grazie a Internet e ai software online, tutto poteva essere tradotto. Così, Helena stette al gioco. «È imbarazzante.»
«Lo sapevo!» Laura si avvicinò, con la mano tesa.
Helena scattò in piedi e la afferrò per le spalle. «Il cibo si raffredderà.»
«Va bene, i dettagli piccanti me li racconterai dopo.»
«Certo.» Mentre spingeva l’amica fuori dalla stanza, chiamò mentalmente Michael.
L’angelo rispose in un istante. “È successo qualcosa? Sembri sconvolta.”
“Dovremmo parlare di quello che c’è in quel diario, e presto.”