1
IL DIARIOCinque giorni prima…
Dopo aver sigillato l’ultima scatola, Helena si stiracchiò, alleviando un po’ il dolore sordo alla schiena. Si asciugò il sudore dalla fronte e passò in rassegna la sua vecchia camera: non era altro che un oceano di scatoloni e valigie color marrone chiaro.
Dopo aver ricontrollato per l’ultima volta di aver impacchettato tutto, chiuse gli occhi, concentrandosi solo sul suono del proprio cuore che batteva. Il profumo familiare delle candele alla rosa sul davanzale della finestra la avvolse, portando con sé tutta una serie di ricordi felici. Dal piano di sotto poteva udire le voci sommesse di sua madre e di Richard. Quella era la casa in cui era cresciuta, una casa che le sarebbe mancata.
Con le dita che prudevano per l’entusiasmo e un ampio sorriso sulle labbra, si sedette sul bordo del letto e allungò una mano sotto il cuscino per recuperare l’enorme diario. Se lo appoggiò sulle ginocchia. Non aveva smesso di pensarci da quando, la sera precedente, lo aveva trovato mentre rovistava nella soffitta polverosa. Come i suoi occhi si erano posati su quella copertina in pelle, decorata da foglie di felce, era stata travolta dal desiderio di conoscerne i segreti. Tuttavia, fare i bagagli era stata la priorità. Se non li avesse preparati in tempo, si sarebbe dovuta sorbire i rimproveri di Laura fino a farsi sanguinare le orecchie.
Lo aprì, rivelando una prima pagina ingiallita e logora, e subito il suo sguardo cadde su un elenco di nomi. Sembravano scritti a mano da persone diverse, forse dai vari proprietari. Un nome in particolare attirò la sua attenzione. Helena osservò i peculiari diagrammi e i disegni di piante, molte delle quali aveva avuto modo di incontrare nel giardino di sua nonna quando era piccola. Le pagine consunte erano piene di scritte – ormai sbiadite – in un linguaggio arcaico. Non provò nemmeno a fingere di riuscire a comprenderlo.
A un certo punto, delle belle lettere ricurve attirarono la sua attenzione e la sua mano si bloccò. Sua nonna era stata l’ultima proprietaria di quel diario. Helena sorrise al ricordo dolceamaro del tempo trascorso insieme. L’anziana donna era solita leggerle storie di streghe che lottavano contro le forze oscure presenti nel mondo, storie che non avrebbe mai dimenticato.
La sua presa sul diario si strinse, mentre i ricordi sereni e felici si trasformavano in tragedia. Secondo la versione di sua madre, quella nonna affettuosa si era tramutata in una donna folle che aveva posto fine alla propria vita dando fuoco alla casa. Eppure, in quei frammenti della sua infanzia c’era qualcosa che, per quanto si sforzasse, proprio non si riusciva a spiegare.
La voce di Michael le risuonò nella mente, facendola sobbalzare. “Sasha sta ultimando i preparativi. Dovresti cambiarti.”
“Ho da fare”, rispose lei.
“Questa è la tua ultima notte qui. Qualunque cosa tu stia facendo, non può essere più importante che trascorrere del tempo con i tuoi genitori.”
Helena chiuse con forza il diario. “Bene!”
Una volta in piedi, lanciò un’occhiata fugace al suo nascondiglio sotto il cuscino e si diresse verso l’armadio. Sulla mensola più alta, l’attendevano i vestiti che aveva preparato per la cena di quella sera. Si tolse la tuta da ginnastica sporca di sudore e indossò una maglietta larga e un paio di jeans.
Non appena aprì la porta, fu accolta da un aroma delizioso. Il brontolio del suo stomaco la condusse al piano di sotto, dove – su un tavolo di quercia dalla forma circolare – l’attendeva un’eccessiva quantità di cibo. Sua madre si era lasciata trasportare, come al solito. Ciononostante, Helena si astenne dal farglielo notare e annusò con soddisfazione il pollo arrosto.
Accanto al tavolo, il suo patrigno stava lottando contro una bottiglia di vino; i suoi capelli sale e pepe ondeggiavano per lo sforzo e le sue due folte sopracciglia, aggrottate, davano l’impressione di un grande monociglio scuro.
«Non startene lì impalata.» L’accento russo di sua madre non mancava mai di fare la sua comparsa quando era ansiosa. Con uno sbuffo, le mise piatti e posate tra le mani e tornò di corsa in cucina.
Helena si apprestò ad apparecchiare la tavola, borbottando: «Beh, ciao anche a te, mamma».
In quel momento, Richard posò la bottiglia sulla superficie laccata del tavolo, sconfitto. Il piccolo tappo si era incastrato a metà del collo della bottiglia e non sembrava intenzionato a muoversi né in su né in giù.
«È un po’ che non beviamo champagne», disse Helena.
«Hai ragione. Credo che Sasha ne abbia comprata una bottiglia per l’occasione.»
Non appena fu uscito dalla stanza, sua madre riapparve e i suoi occhi castani presero a fissarla con intensità. Si passò le dita tra i corti capelli color platino e diede inizio al suo bombardamento emotivo: «Sei sicura di volerti trasferire? Puoi stare con noi finché non finisci di studiare o…»
Helena incrociò le braccia. «Mamma, ne abbiamo parlato la settimana scorsa.»
«Sì, lo abbiamo fatto.»
Subito, la ragazza desiderò prendersi a calci; non le piaceva far arrabbiare sua madre, ma sarebbe stato più facile per lei andare e tornare dall’università se si fosse trasferita con i suoi amici. Guardò la porta della cucina: Richard ci stava mettendo più tempo del dovuto. Iniziò a battere il piede per terra, nel tentativo di spezzare quel silenzio che era sceso tra loro.
Sua madre raddrizzò le spalle, la tristezza svanita dal suo sguardo, ma la disapprovazione ancora saldamente impressa nelle rughe del suo viso.
«So che sei preoccupata, mamma, ma sarò insieme a Laura e Andrew.»
Sasha rilassò la propria postura e la strinse in un abbraccio. «Sei la mia unica figlia. Non posso fare a meno di preoccuparmi.»
Helena le diede una pacca sulla schiena, incerta su cosa dire o fare. Per fortuna, un forte schiocco proveniente dalla cucina e un leggero tintinnio di bicchieri intervennero a salvarla.
Richard entrò nella stanza con un sorriso che rivelava i suoi denti perlati, reggendo una bottiglia di champagne aperta e tre flûte. «Mi pare che qui vada tutto bene.»
«È tutto a posto», rispose sua madre, prima di allontanarsi da lei, ripiegare e posare il grembiule sullo schienale della sedia e sedersi a tavola.
Seguendo il suo esempio, Helena si sedette al suo fianco.
Richard versò loro da bere, poi le imitò. Dopo essersi accomodato, bevve un sorso dal bicchiere e rabbrividì.
Helena abbassò lo sguardo per nascondere un sorriso. Amava il suo patrigno. Sebbene – in qualità di capo del Dipartimento di Scienze – fosse sempre impegnato, restava comunque un uomo di famiglia. Non lo aveva mai sentito lamentarsi e si era sempre preso cura di lei e di sua madre, dopo che il suo vero padre era scomparso dalle loro vite senza nemmeno una spiegazione.
«Hai completato l’immatricolazione?» le chiese.
Helena alzò la testa. «Sì, appena sono stata accettata.»
«La tua scelta mi preoccupa. Diventare medico o avvocato pagherebbe meglio di…» Sua madre agitò una mano per aria, in cerca della parola giusta. «Non so nemmeno come si possa definire la tua laurea.»
Helena distolse lo sguardo. Gli occhi di sua madre contenevano abbastanza delusione da affogare un esercito. Strinse le posate che aveva in mano, la sala ormai avvolta nel silenzio. Il metallo le scaldava i palmi. «Se dovessi annoiarmi, sceglierò qualcos’altro.»
«Annoiarti?» La voce di Sasha si fece stridula.
Decisa a mettere fine a quella conversazione, Helena spostò l’attenzione sul cibo.
Richard si schiarì la gola. «Ho sentito che domani ci sarà un bell’acquazzone. Spero che non intralci il vostro trasloco.»
Sua madre le lanciò un’occhiata fugace, come per dirle che la loro conversazione non era terminata, e si rivolse al marito: «Quanto sarà forte? Devo incontrare le ragazze».
Helena accolse con sollievo quella tregua momentanea e mimò un “grazie” a Richard, il quale ricambiò con un occhiolino.
*****
Una volta terminata la cena, Helena si mise a riporre i piatti nella lavastoviglie.
«Posso parlarti un attimo?» La voce baritonale del suo patrigno la fece sobbalzare.
La ragazza annuì e raddrizzò la schiena.
«Innanzitutto, sei sempre la benvenuta qui…» I suoi occhi presero a vagare per la cucina.
Helena si guardò intorno e, non notando nulla di strano, non poté fare a meno di sorridere. «Ehm, Richard?»
«Giusto, beh, la seconda cosa è che ti vogliamo bene. Se hai bisogno di aiuto, noi ci siamo.» Esitò per qualche secondo, ma poi allargò le braccia, attirandola in un abbraccio impacciato. Il suo corpo magro irradiava calore e il cuore di Helena si gonfiò. «Chiamaci se succede qualcosa o…»
«Credo di aver afferrato il concetto», borbottò con il viso sulla sua spalla.
Richard la lasciò andare e si strofinò la nuca. «Dovresti riposare. Domani la sveglia suonerà presto per tutti.»
«Lo farò.»
Non appena se ne fu andato, Helena si affrettò a mettere via i piatti rimasti, interrogandosi sul suo strano comportamento. Era preoccupato per il suo trasferimento? Fino a quel momento, non aveva dato segni di grande inquietudine. Allora, perché comportarsi così all’improvviso? Scrollò le spalle e premette il pulsante di accensione della lavastoviglie.
Una volta arrivata in cima alle scale, un leggero sussurro proveniente dalla stanza della madre la fece esitare. Attraversò di soppiatto il corridoio e si appoggiò con la schiena al muro.
«… glielo hai detto?» La prima cosa che udì fu la voce agitata di Sasha.
«Sì. Non dovresti preoccuparti così tanto. Sta benissimo», rispose Richard.
La voce di sua madre si fece più alta. «E se qualcosa riportasse a galla i suoi ricordi?»
«Abbassa la voce, Sasha. Se ci sente, vorrà saperne di più. Tutto ciò che possiamo fare è tenerla d’occhio. Costringerla a restare significherebbe creare una frattura tra voi e dubito che tu lo voglia.»
La conversazione finì e Helena si portò una mano al petto. Barcollando, tornò in camera e si lasciò cadere sul letto. Con lo sguardo rivolto al soffitto, le sfuggì un sospiro. «Cosa mi stanno nascondendo?»
Un istante dopo, Michael si materializzò davanti ai suoi occhi e le si sedette accanto, seguendo il suo sguardo fino alle stelle fosforescenti che l’avevano affascinata nella sua infanzia. «Ricordo il giorno in cui il tuo patrigno le incollò. Cadde da questo letto due volte.»
Helena lanciò un’occhiata in direzione della sua larga schiena. «Cosa vuoi insinuare?»
«Ti ricordi perché l’ha fatto?»
«Richard dice che avevo degli incubi quando ero piccola. Incubi di cui non ricordo nulla…»
«Eri una bambina. Non ci pensare.»
Helena si alzò di scatto. «Sul serio? Mi stanno nascondendo qualcosa, qualcosa di importante. Lo sento.»
Michael si voltò e i loro occhi si incontrarono. A Helena piaceva scrutare in quelle profondità azzurre: sembravano due inestimabili gioielli. Purtroppo, però, più a lungo si ammirava la loro bellezza e meno si desiderava discutere con il proprietario. E come ogni gemma preziosa che si rispetti, racchiudevano molti segreti.
Micheal le nascondeva molte informazioni. Con lui, c’era sempre un tassello mancante, un pezzo di conoscenza proibita che i suoi capi angelici gli impedivano di rivelare. Non che le avesse mai detto nulla nemmeno su di loro.
«La memoria è una cosa fragile, soprattutto in giovane età.»
Helena lo fulminò con lo sguardo. «Ho una buona memoria, Michael.»
«Non rivolgermi quello sguardo omicida. Ho risposto alla tua domanda.»
La ragazza non poté fare a meno di dubitare della sua risposta. Gli incubi della sua infanzia non potevano essere una spiegazione plausibile per il nervosismo dei suoi genitori, ma la vera risposta restava un mistero.
«Ti verranno le rughe se continui a rimuginarci su.»
Helena si lasciò cadere sul letto e sospirò. «Ok, lascerò perdere. Per il momento.»
Michael le si sdraiò accanto, senza muovere il materasso di un millimetro. La sua incorporeità non smetteva di confonderla. «Riposati. Domani sarà una giornata impegnativa.»
Senza preoccuparsi di mettere il pigiama, si infilò sotto le coperte e chiese: «Mi sosterrai sempre, qualunque siano le mie scelte?»
«Buonanotte, Helena.»
*****
Helena si passò la spazzola tra i capelli per la seconda volta quella mattina e i loro occhi si incontrarono nello specchio. Almeno, Michael si era astenuto dal fare capolino mentre era sotto la doccia o al gabinetto.