CAPITOLO UNO

2047 Parole
CAPITOLO UNO C’era il suono di gocce che cadevano nell’acqua. Diana sol­levò la testa di scatto e il dolore al collo la costrinse a gemere. Sbatté le palpebre, cercando di capire dove fosse, ma ricordare era difficile. Era avvolta dalla penombra e quel po’ di visibilità era limitata dalla visuale offuscata. Gli occhiali. Dove li aveva messi? Mosse il capo, questa volta più lentamente, e si guardò attor­no. Vide una sorta di gigantesco armadio metallico incombere su di lei. Le ante erano socchiuse, ma era impossibile stabilire cosa vi fosse dentro. Anche in piena luce, la sua miopia non glielo avrebbe permesso. L’ambiente circostante era la rappre­sentazione stessa del caos. Suo padre non avrebbe mai tollerato una cosa del genere. La pulizia e l’ordine erano i capisaldi della famiglia Sloane e lei li aveva fatti suoi, al contrario di Amber, che era sempre stata la pecora nera… Si stava distraendo e, peggio ancora, aveva chiuso gli occhi di nuovo, cullata dal quel continuo gocciolio ritmico. Si obbli­gò a riaprirli e strinse le palpebre nel tentativo di comprendere dove fosse. Quindi Diana provò ad alzarsi e fu allora che si rese conto della gravità della situazione. Qualcuno le aveva legato le mani dietro la sedia. Il movimento le fece formicolare le braccia e gemette di nuovo. Come era possibile che non se ne fosse ac­corta prima? La risposta era semplice, persino per il suo cervello intorpi­dito. Qualcuno l’aveva drogata. Lo stesso qualcuno che l’aveva legata alla sedia in quel posto dimenticato da Dio e che presto – ne era certa – le avrebbe fatto del male. «Aiuto», gracchiò, accorgendosi di quanto fosse roca la sua voce. Aveva sempre avuto un timbro basso, particolare che fino a qualche anno prima l’aveva fatta vergognare quando si trovava a rispondere al telefono per paura che la scambiassero per un ragazzo, ma ora faticava addirittura a riconoscersi. Do­veva essere rimasta in silenzio per ore, oppure era soltanto un effetto collaterale della sostanza che le avevano somministrato. «Aiuto», ripeté, cercando di alzare il tono, con scarso successo. In compenso ottenne l’effetto di scatenare una terribile emicra­nia. Il cervello le pulsava allo stesso ritmo di quelle gocce. Sentì un movimento alle sue spalle, una sorta di fruscio, e sobbalzò. «Chi è stato?» gridò. «Chi c’è?» Le rispose un gemito e per un istante il gocciolio si interrup­pe, prima di riprendere con lo stesso ritmo di prima. Diana ave­va l’orribile sensazione di essere osservata, come se quell’atte­sa facesse parte della tortura che il suo aguzzino aveva in serbo per lei. La stessa aria che respirava pareva contenere una carica di minaccia e a ogni istante il senso di pericolo aumentava. Però stava recuperando lucidità. Era inversamente propor­zionale al dolore alla testa. E con la lucidità stava tornando an­che l’ombra di un ricordo, ma non fece in tempo ad afferrarlo: se n’era già andato. «Diana, sei tu?» La voce di Amber, dietro di lei. Roca quanto la sua e altret­tanto bassa, ma non le sembrò di aver mai sentito un suono più piacevole in tutta la sua esistenza. Girò la testa per quanto pos­sibile e con la coda dell’occhio vide la gemella. Era di spalle, su una sedia, e presumibilmente era legata anche lei. Nella semi oscurità era difficile distinguere qualcosa senza occhiali, ma le sembrò di vedere i capelli ricci arruffati e la testa inclina­ta da un lato. «Sì, oddio, Amber, che succede? Dove siamo?» «Dove siamo? Sei seria?» «Sì, dannazione. Mi fa male la testa, non riesco a ricordare. Credo ci abbiano drogate.» Amber rimase in silenzio per qualche istante, poi sospirò. «Siamo state rapite. Ecco cosa è successo.» «Cosa? Ma chi è stato? Perché?» Amber rispose qualcosa, ma l’ondata di emicrania le impedì di afferrare le parole della sorella. Diana gemette di nuovo mentre la luce esplodeva intorno a lei, accecandola. Poi si spense altrettanto rapidamente e ci vollero altri secondi preziosi perché si rendesse conto che quel bagliore si era acceso solo nella sua testa. Forse non l’avevano drogata. Forse le avevano fatto battere il capo e ora le funzioni cerebrali erano compro­messe. «Diana?» la chiamò Amber. «Ci sei ancora o sei svenuta?» «Ci sono. Mi fa male la testa.» «Allora sei fortunata.» Una risatina sarcastica. La solita Am­ber. «A me fa male tutto.» «Non è il momento di scherzare», rispose Diana. «Sai dove siamo? Io… non riesco a ricordare.» «Da dove sono vedo soltanto una parete spoglia. In alcuni punti l’intonaco ha ceduto e riesco a distinguere qualche matto­ne arancione. C’è una ragnatela in alto, ma a quanto pare l’arte­fice ha lasciato la casa, perché non si muove nulla. Vedo una specie di cassapanca in basso e ogni tanto mi è sembrato di sentire del movimento provenire da lì. Immagino si tratti di topi o di qualche scarafaggio bello grosso. Perché è vero che New York è famosa per i coccodrilli nelle fogne, ma gli scara­faggi di Boston…» «Amber, dannazione, quello che volevo sapere…» «Non ho la risposta alla tua domanda del cazzo», la interrup­pe Amber, secca. Ogni traccia di ironia era sparita dalla sua voce. «Vuoi sapere cosa so? Un tizio ci ha prese e ci ha sbattu­te qua sotto. Ha in mente di torturarci e forse di stuprarci, e ma­gari lo ha già fatto, ma siamo state troppo imbottite di psicofar­maci per ricordarlo. Però le nostre terminazioni nervose potreb­bero riprendere a funzionare come si deve ora che siamo sve­glie. Avvertimi se inizi a sentire un bruciore tra le gambe.» «Ma come…» «Stavamo tornando a casa. Almeno questo lo ricordi?» No, non lo ricordava. Più le parole di Amber facevano presa dentro di lei e più si rendeva conto del panico strisciante che la paralizzava, al punto che anche se avesse avuto le braccia libe­re difficilmente sarebbe riuscita ad alzarsi. Persino l’emicrania stava perdendo punti alla svelta rispetto alla paura. «Be’, ti rinfresco la memoria. Tanto qui sotto non abbiamo molto da fare.» C’era qualcosa che non andava nelle parole della sorella. Non era vero che non avevano nulla da fare. Avrebbero dovuto trovare un modo per sciogliere i lacci. Magari lavorando insie­me sarebbero state in grado di trovare una via di fuga prima che il loro rapitore tornasse a finire l’opera. Eppure non riuscì a dire una parola, il fiato incastrato in gola, come se il suo stesso corpo si fosse schierato dalla parte della persona che le aveva rapite. «Ti sono venuta a prendere al college», continuò Amber con un sospiro. «Era per le vacanze. Odi guidare da sola e così ho allungato in modo che potessimo tornare a casa insieme.» Diana tirò le corde, cercando di capire quanto fossero strette. Il formicolio alle braccia si trasformò in dolore, ma insistette. Dovevano approfittare del fatto che non ci fosse nessuno. Le sembrava che il polso sinistro avesse più gioco. Forse il loro ra­pitore non era stato così bravo e le aveva lasciato abbastanza spazio per liberarsi… «Poi ci siamo fermate a prendere i regali per mamma e papà. Anche questa è stata una tua idea. Ricordi? Quel grosso centro commerciale…» «Burlington Mall», disse Diana, interrompendo per un atti­mo il suo tentativo di liberarsi, mentre il ricordo si faceva largo prepotentemente nella sua testa. Il centro commerciale decorato per le festività, con un Babbo Natale a ogni angolo a fare le foto con i bambini. Amber aveva voluto farsene una. Lei no. Come quando erano piccole. «Ci siamo fermate al Rainforest Cafè prima di andare a comprare qualcosa per mamma e papà.» «Brava. Vedo che non ero sola, almeno.» «Tu volevi andare al Disney Store. Io da Sephora.» Amber emise di nuovo quella risatina sarcastica. «Okay, continua a raccontare tu. A quanto pare ricordi meglio di me.» Ma Diana aveva esaurito il suo apporto alla storia. Quella piccola breccia nel passato si era già richiusa, come il nodo che le impediva di liberare le braccia. Si stava ferendo il polso, ma sentiva di non riuscire a fermarsi. Se si fosse costretta a rima­nere immobile, avrebbe perso il controllo e avrebbe iniziato a gridare fino a lacerarsi le corde vocali. Allora sì che sarebbe ar­rivata al punto di rimpiangere la sua vecchia voce che poteva essere scambiata per quella di un ragazzo. «No?» fece Amber. «Vuoi che continui io?» Diana non riuscì a rispondere. Il panico non le avrebbe per­messo di parlare normalmente. «Be’, avevi dimenticato il portafoglio nel borsone. Davvero geniale, sorellina. E non potevi permettere che pagassi prima io, no, tu devi sempre fare le cose in modo equo. Così siamo scese di nuovo nel parcheggio sotterraneo per recuperare la tua maledetta carta di credito. E non siamo mai tornate di sopra. C’era qualcuno appostato, oppure ha colto soltanto l’occasione. Questo non lo so.» Un’altra risatina. «Dovremmo chiederlo a lui non appena tornerà a terminare l’opera.» Diana tossì e bloccò per un istante le braccia. «Aspetta, come ha fatto un uomo solo…» «Come ti ho detto prima, non ho la risposta alla tua domanda del cazzo. Ho sentito un rumore e quando mi sono girata i tuoi occhiali volavano contro il finestrino dell’auto. È l’ultima cosa che ricordo. Prima di risvegliarmi qui.» «Hai provato a liberarti?» «Certo. Prima di te.» Amber ridacchiò ancora. «E il mio pas­sato nei boyscout non mi è servito a molto. Fottuti boyscout. Ho impiegato più tempo a dimenticare i loro insegnamenti che ad apprenderli. Nel ventunesimo secolo le loro stronzate non solo sono inutili, sono dannose.» «Zitta un attimo», la interruppe Diana. Non era quello il mo­mento perché la sorella si lasciasse andare a uno sproloquio contro i boyscout. Forse c’era qualcosa che poteva fare. Smise di provare a liberarsi e allungò le dita verso l’esterno. Per un istante sfiorò la pelle della sorella e la trovò fredda a umida, poi andò a tentoni fino a incontrare la corda. «Che stai facendo?» domandò Amber. «Vedo se riesco a fare presa sui tuoi nodi.» «Diana, lascia stare.» Le braccia le formicolavano, ma aveva davvero più spazio con il polso sinistro e con un po’ di sforzo riuscì a raggiungere con indice e pollice il bordo della corda che legava Amber. Il pollice iniziava già a dolerle e Diana si fermò per un istante, sperando che così si abituasse alla tensione e le permettesse di operare. Se fosse riuscita a liberare la sorella… «Lascia stare, davvero. Ci abbiamo già provato.» «Per una volta nella tua vita, chiudi il becco.» Non c’era nes­suno nei dintorni. Con un po’ di tempo sarebbe riuscita a scio­gliere il nodo. Oppure ad allentarlo quanto bastava perché Am­ber liberasse anche una sola mano. «È ingiusto quello che dici, se ben ricordi quando avevo di­ciassette anni…» «Sì, lo so, hai fatto una specie di mese di silenzio. Il tuo pe­riodo dark estremo. E chi potrebbe dimenticarlo? Hai ricomin­ciato a parlare solo quando papà ha deciso di portarti da uno psicoterapeuta.» Il pollice non le faceva più male. Riprese a far scorrere i polpastrelli sulla fune, attenta alle più piccole imper­fezioni. «L’ho trovato. Ho trovato il nodo.» «Diana…» «Zitta!» Amber sospirò, ma ubbidì. Diana sentì con le dita che c’era­no tre nodi, uno sull’altro. Da quel poco che ne capiva le sem­brava qualcosa di semplice. E in ogni caso non doveva risolve­re l’enigma, solo allentare la trappola. Poteva farcela. Iniziò a operare sul nodo più esterno. Era stretto. Il bastardo che lo ave­va realizzato doveva aver utilizzato tutta la sua forza. «Diana…» «Che c’è?» «Vuoi starmi a sentire, per favore?» «Ora sto cercando di liberarti, non puoi aspettare?» sbottò Diana, in preda alla frustrazione. L’emicrania minacciava di farle esplodere la testa e la concentrazione necessaria a lavorare sul nodo non faceva che peggiorare le cose. Cominciava ad av­vertire il principio di un crampo alla mano, ma non smise. Il nodo si stava allentando, lo sentiva. «Forse ci sono.» Amber non rispose e Diana ne fu lieta. Per una volta, sareb­be stata lei la sorella forte, quella capace di passare all’azione. E una volta libere, avrebbero avuto tutto il tempo per capire cosa diavolo fosse successo e come farla pagare al bastardo che aveva osato far loro del male. Al diavolo, suo padre lo avrebbe fatto a pezzi prima di trascinarlo in tribunale e sbatterlo in pri­gione per il resto della sua tormentata esistenza. La rabbia. La rabbia era un’emozione positiva. Faceva passare la paura in se­condo piano. Allentato il primo nodo, passò al secondo. Era meno stretto. Anche se le dita si stavano intorpidendo, ce la poteva fare. Il loro rapitore si era accanito soltanto sull’ultimo. «Amber, come vanno le gambe? Pensi di riuscire ad alzarti e camminare?» «Non sono le gambe il problema.» «Forse non hai capito, sei quasi libera. Se soltanto provassi a muovere la mano, scopriresti…» Diana si interruppe. La corda le si era afflosciata tra le dita. Confusa, spinse ancora più in là pollice e indice, ma non riuscì a trovare il contatto con la pelle della sorella. «Amber?» Ma adesso Amber era davanti a lei. Niente più che una sago­ma nella penombra e nella miopia, ma una sagoma inconfondi­bile. «Amber?» ripeté Diana, sempre più incerta. «Ho provato a spiegartelo, ma non hai voluto ascoltarmi.» La sorella si piegò in avanti e Diana avvertì l’intenso odore del sangue. Le fece salire un’ondata di nausea, ma non osò ti­rarsi indietro. Non sarebbe riuscita a muoversi in nessun caso. Amber le mostrò i polsi e Diana vide i tagli sugli avambracci. La carne della gemella era martoriata e annerita, come se fosse morta da giorni. «Amber, non capisco.» La sorella scosse il capo. Diana non aveva bisogno di guar­darla in faccia per immaginare l’espressione sconsolata e carica di rimprovero. «Tutto questo è già successo, Diana. E se ti sve­gliassi lo scopriresti da sola.»
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