CAPITOLO DUE
«Questo ufficio è abbastanza strano», commentò Matt, lanciando un’occhiata dubbiosa alla sedia davanti a lui.
I detective Hultman e Hughes si erano già accomodati dall’altra parte della scrivania, l’unica nell’ampio ambiente in cui si trovavano. Dopo essere entrati nella centrale, i due poliziotti li avevano condotti lungo una rampa di scale che scendeva nel sottosuolo. Avevano percorso degli angusti corridoi e alla fine avevano attraversato un cancello metallico che riportava la scritta ARCHIVIO. Senza dire una parola avevano preso la prima porta alla loro destra e avevano fatto cenno a Matt e a Katie di entrare.
«Non è un ufficio», replicò Hughes, afferrando la cartellina sul tavolo.
Era l’unico oggetto a non essere ricoperto da un pesante strato di polvere. Il resto dell’area ne era invaso. Gli scaffali, gli schedari, persino le lampade sul soffitto parevano avere uno strato di sporco. C’era un computer a una postazione all’angolo, ma era spento e Katie dubitava che funzionasse. Sembrava risalire agli anni Novanta. Lo schermo era a tubo catodico e occupava metà del piano di lavoro.
«Non possiamo rendere ufficiale questo… incontro», continuò Hultman, guardando negli occhi prima lei e poi Matt. Il detective più anziano aveva il volto tirato, ma l’intera postura denotava rigidità. Più rigidità, almeno. «Per favore, sedetevi. Non ci vorrà molto. Anche perché non abbiamo granché su cui lavorare.» Prese la cartellina dalle mani del collega e la sollevò, come a dimostrare quanto fosse leggera.
Matt fu il primo ad accettare l’invito e Katie fece lo stesso. Sapeva che all’interno della cartellina ci sarebbero state cose che l’avrebbero fatta rabbrividire e una parte di lei sperava che non sarebbe stato necessario vederle. Ma sapeva anche che i detective non avrebbero indugiato a mostrargliele se lei e Matt avessero esitato. L’espressione disperata dei due tutori dell’ordine era abbastanza chiara.
«Allora, come ti dicevo prima, è stata ritrovata una ragazza. È in condizioni critiche e non sappiamo se si riprenderà.»
«Chi è?» domandò Matt.
«Questo lo abbiamo scoperto nel tempo trascorso tra la telefonata e il nostro arrivo da voi.» Hultman aprì distrattamente la cartellina e Katie abbassò lo sguardo. Fu sollevata nello scoprire che il primo foglio era soltanto un documento stampato. A giudicare dalla macchia nera a margine, la stampante era in condizioni non dissimili dal computer all’angolo. Però almeno non era nessuna fotografia di particolari inquietanti. Quelle dovevano trovarsi più in fondo, sepolte da un piccolo cumulo di scartoffie rassicuranti. «Il nome è Diana Sloane, studentessa di legge a Harvard e sorella di Amber Sloane. Sono sparite tutte e due il 22 giugno. L’auto di Amber è stata ritrovata in un noto centro commerciale, il Burlington Mall, di sicuro lo conoscete. Le ragazze stavano tornando a casa. Gli agenti che erano sul caso prima del ritrovamento di Diana di questa mattina all’inizio hanno pensato a un sequestro con richiesta di riscatto.»
«Non c’erano videocamere di sorveglianza?» domandò Matt.
«Per una strana coincidenza», rispose Hughes con un sospiro, «quella che puntava verso l’auto delle ragazze non era in funzione. E le altre non hanno fornito alcun dettaglio.»
Matt annuì, ma incrociò le braccia. La storia gli piaceva sempre meno.
«Peccato che non ci sia stato alcun contatto da parte del rapitore», continuò Hultman. «Niente di niente. E dopo qualche giorno l’ipotesi è cambiata radicalmente.»
«Junior De Salvo», finì per lui Matt con uno sbuffo che lasciava trasparire tutti i suoi dubbi sull’argomento.
Hughes incrociò le braccia al petto. «Noi non lo abbiamo mai chiamato così.»
Albert De Salvo era il nome del noto Strangolatore di Boston che aveva ucciso tredici donne tra il 1962 e il 1964. Quando era stata trovata morta una seconda ragazza, soffocata con il suo stesso reggiseno, un giornalista del «Boston Globe» aveva avuto l’idea di ripescare il nome di De Salvo dal torbido passato della città. Da ciò che Katie aveva letto nei giornali c’erano state almeno altre tre vittime, sempre giovani donne tra i diciannove e i venticinque anni. Anche se nessun’altra era stata strangolata con capi di vestiario, il soprannome era rimasto. Katie aveva anche letto che un qualche artistoide che pretendeva di essere il figlio illegittimo del vero De Salvo avesse fatto causa al giornale per aver “infangato” la memoria del padre.
«In ogni caso non ci sono stati segni delle ragazze fino a oggi», continuò Hultman. «Diana è stata ritrovata nella hall dell’hotel Alexandra, dove una senzatetto si era rifugiata per dormire. Chiunque sia stato, l’ha lasciata lì dopo aver esaurito la sua pulsione violenta. Riteniamo abbia pensato che fosse morta e per questo non se ne sia più curato. Ma Diana non è morta, non ancora, almeno. I medici dicono che non è fuori pericolo e che ci sono buone possibilità che il coma diventi perpetuo. Ciò che ha subito quella ragazza…» Il detective si interruppe e strinse le mascelle. «Ma questo non importa. Dobbiamo trovare il responsabile. È la prima volta che abbiamo due testimoni e non possiamo trascurare alcuna pista. Per questo siete qui.»
«Immagino l’altra testimone sia la senzatetto che hai nominato prima», osservò Matt.
Hughes annuì.
«E allora perché siamo qui? Avete già qualcuno da torchiare. Cosa volete che facciamo?»
«Non mi hai fatto finire», rispose Hultman. «La testimone a cui fai riferimento ha visto soltanto un’ombra uscire da una finestra. La sagoma di un uomo, presumibilmente. Niente di consistente. Per sua stessa ammissione, ha pensato a qualche tossico che stesse lasciando la scena perché disturbato dalla sua presenza all’interno dell’albergo abbandonato. È andata a controllare soltanto quando ha avvertito l’odore del sangue.»
Matt si schiarì la voce. «Cerchiamo di arrivare al punto, ragazzi. Volete che entriamo nella mente di una persona in fin di vita per scoprire quello che ha visto, è così?»
«Dareste un grosso contributo alle indagini», rispose Hughes. Si scambiò un’occhiata con il collega prima di continuare. «Niente di quanto scoprirete finirà in un’aula di tribunale e i vostri nomi resteranno fuori da tutta la faccenda. Soltanto il nostro capitano sa di questa operazione.»
«E ha acconsentito?» ribatté Matt, incredulo.
Hultman tornò ad abbassare lo sguardo sulla cartellina, come se non volesse far altro che condividerne il contenuto per liberarsi di quel peso. «È stato lui stesso a tirare fuori i vostri nomi. Non hai idea di quanta pressione stiano facendo i media.»
«E poi c’è anche la questione della sorella da non sottovalutare», continuò Hughes. «La gemella, Amber Sloane. Per questo all’inizio non siamo riusciti a identificarla: sono praticamente identiche. Ci sono speranze che sia ancora viva.»
Matt fece un sorriso sprezzante, ma gli occhi non erano affatto divertiti. «E se vi diamo una mano potreste uscirne come gli eroi che hanno liberato Boston dal secondo serial killer della città e che hanno anche salvato la vita di due povere ragazze?»
«Non è questione di diventare degli eroi», rispose Hultman. «Ma di fare il nostro lavoro. Sappiamo che non è facile e che…»
Matt si drizzò di scatto sulla sedia. «No, voi non sapete proprio niente. Avete idea di quello che facciamo? Non è una specie di magia. Non mescoliamo erbe in un calderone e non pronunciamo formule in latino.»
«Matt, aspetta», cominciò Katie, ma l’irlandese ormai era lanciato. Si era trattenuto fino a quel momento, ma adesso era impossibile fermarlo.
«No, forse è il caso di chiarire qualche punto. Quando Katie interviene, lega la sua mente a quella dell’altra persona. E se la persona in questione ha subito dei traumi, questi traumi passano a lei. In questo caso la vostra vittima rischia di morire da un momento all’altro e non sappiamo come ciò potrebbe influenzare Katie se dovesse accadere mentre sono collegate.»
«Matt, basta così», disse Katie. «Per favore, cerchiamo di capire cosa possiamo fare per aiutare la ragazza. Del piano più grande ci occuperemo dopo.»
Hultman e Hughes si scambiarono un’altra occhiata. Sembravano sollevati. A quanto pareva, le domande di Matt stavano iniziando a metterli in difficoltà. Katie avrebbe voluto soltanto evitare che mettessero sulla scrivania le immagini del crimine. Certo, se fosse entrata davvero nella mente della ragazza in coma le avrebbe vissute, ma almeno sarebbero rimaste nei confini di un sogno. E quelle memorie sarebbero sbiadite alla luce del sole, tornando reali soltanto nei suoi incubi. Ma a quello era abituata. Poteva gestire gli incubi.
«A me sembra che sarà il piano più grande a occuparsi di noi», ribatté Matt, appoggiandosi di nuovo allo schienale.
«Nessuno prende sottogamba il vostro intervento», disse Hughes. «E nessuno vi considera dei… fattucchieri.»
L’irlandese sbuffò e tornò a incrociare le braccia. «Sicuro, mi avete convinto. Andiamo avanti. Siamo venuti fin qua, finiamo di sentire la storia.»
«La tua capacità», continuò Hultman, «funziona in modo simile all’ipnotismo, giusto? Riesci a manipolare la mente dall’interno o qualcosa del genere?»
Katie sorrise appena. «Non la chiamerei manipolazione, detective. È un termine negativo. Mi limito a prendere per mano la persona e cerco di riportarla a casa. A volte mi capita di utilizzare i ricordi per esercitare un po’ di pressione, ma è comunque mirato alla sopravvivenza dell’assistito. Spesso sono costretta a far rivivere il trauma e non perché sia sadica. È come se facesse da ponte, una specie di porta che lavora a doppio senso. So che è difficile credermi, ma…»
«No, abbiamo già superato la fase dell’incredulità», rispose Hultman. «Altrimenti non saremmo qui.»
«E dove stareste?» domandò Matt. «In giro per Boston vestiti da donne sperando che il serial killer scelga proprio voi?»
«Matt, per favore, con questo atteggiamento non andremo lontano.»
«Lo hanno detto loro di non avere molto su cui lavorare.»
Hultman appoggiò i gomiti sulla scrivania, lanciando un’ultima occhiata ai documenti. «Non c’è bisogno di scaldarsi, in effetti. Vi sto soltanto pregando di considerare la cosa. La vita di quella ragazza è in pericolo, così come quella della sorella. Vi ricordo che è ancora prigioniera.»
«Oppure non è stata ancora ritrovata», osservò Matt.
Hughes annuì «È un’ipotesi che teniamo in considerazione. Anche se la riteniamo improbabile.»
Hultman batté con l’indice sulla cartellina. I tonfi echeggiarono nell’archivio come se avesse battuto con un martellino. «E poi bisogna pensare a tutte le altre vittime potenziali. Se non lo prendiamo, questo bastardo non si fermerà.»
«Dove si trova ora la ragazza, Diana?» domandò Katie.
«È in un’ala riservata del General Hospital», rispose Hughes. «Ci sono due agenti perennemente di guardia, anche se la notizia non è stata ancora diffusa.»
Hultman si strinse nelle spalle. «Cerchiamo di tutelare i nostri testimoni il più possibile.»
«Temete che il rapitore voglia terminare il lavoro, è naturale», osservò Matt, addolcendo il tono. Alla menzione del General Hospital in qualche modo si era tranquillizzato, come se un luogo che già conosceva avesse in parte sedato la sua avversione a lavorare al caso.
Squillò un cellulare e il detective Hultman si portò la mano in tasca. Quel suono moderno sembrò terribilmente fuori luogo all’interno dell’archivio. «Scusate, devo rispondere», disse, e si alzò di scatto.
Hughes si portò una mano all’orecchio mutilato, osservando il collega che usciva dalla porta. «C’è qualcosa di grosso in ballo, altrimenti non vi avremmo coinvolto.»
«E questa è l’unica parte chiara dell’intera faccenda», ribatté Matt. «Tanto per intenderci, non voglio fare lo stronzo, ma qualcuno deve tutelare Katie, perché lei accetterebbe di aiutare anche Jack lo Squartatore, se fosse in coma da qualche parte.»
«Sì, anche questo era chiaro.»
Katie decise di intervenire ora che Matt sembrava più tranquillo. «Ancora non sappiamo niente della vittima. Chi è Diana Sloane?»
Hughes raccolse il primo foglio dalla cartellina e sotto Katie notò l’immagine di una ragazza sorridente. Indossava un paio di occhiali dalla montatura metallica e portava i capelli così lunghi che terminavano sotto l’inquadratura. Il naso era delicato come quello di una star di Hollywood, ma le guance erano troppo piene perché potesse definirsi una bellezza classica. Gli occhi dietro le lenti brillavano di intelligenza e candore. Quella era una persona che non doveva aver fatto niente di male in tutta la sua esistenza. Nella foto originale doveva essere abbracciata a qualcuno, ma nell’ingrandimento non si vedeva. In ogni caso era qualcuno che la rendeva raggiante. «Ventun anni, studentessa di Harvard. Ottimi voti, niente droghe né alcol. Ha un ragazzo fisso da circa un anno e mezzo, Martin Dyer. Nessuna relazione da una notte e via.»
«Ah, è così che giudicate le persone», commentò Matt, sarcastico. «Niente alcol, niente droga, niente sesso. Siamo davvero rimasti agli anni Trenta.»
Hughes continuò, imperterrito. «Dopo la laurea vorrebbe fare l’avvocato difensore e il padre ha già contattato qualche studio per spingerla in quella direzione. I genitori sono decisamente benestanti.»
Matt scosse il capo. «Poveraccia, potrebbe finire a difendere lo stesso bastardo che le ha fatto questo. Sarebbe una gran bella ironia della sorte.»
Hughes abbozzò un sorriso. «Da quello che dicono i genitori è così buona che potrebbe persino prendere in considerazione la cosa.»
L’irlandese puntò gli occhi in quelli del detective. «Non c’è bisogno di insistere su questo tasto, credo che Katie abbia già deciso e voglia fare un salto in ospedale. Non è vero?»
Katie annuì. «Sì, credo sia opportuno muoverci il prima possibile.» Abbassò lo sguardo sull’immagine della ragazza, sapendo che presto avrebbe incontrato una sua visione distorta. «E le informazioni potrà darcele lei stessa.»
«Bene», disse Hughes, mentre il collega rientrava nell’archivio. «Il tempo di sistemare le ultime questioni e poi potremo muoverci.»
«La ragazza è pronta per l’interrogatorio», disse Hultman. «Mi sembra di aver capito che avete deciso di intervenire subito.»
«Andiamo a dare un’occhiata», precisò Matt. «Non possiamo intervenire su due piedi. Dobbiamo prima preparare gli ingredienti, caricare il calderone…»
Katie gli scoccò un’occhiataccia e l’irlandese si zittì.
Hultman appoggiò le mani alla scrivania. «Battute a parte, il vostro intervento non deve arrivare alla stampa per nessun motivo. Vado ad avvertire gli agenti sul posto di predisporre una staffetta.»
«Ti occupi tu della testimone?» gli domandò il collega.
L’altro annuì. «Va bene. Il suo avvocato d’ufficio è appena arrivato, possiamo cominciare. Era Harrison al telefono.»
Hughes si alzò in piedi. «Signori, vi offro un caffè mentre ci prepariamo, va bene?»
Matt si voltò verso di lei e le strizzò l’occhio. «Ma certo, niente stampa, ora che lavoriamo per il dipartimento di polizia di Boston non avremo bisogno di pubblicità sui giornali, no?» Poi tornò serio. «E ricorda quello che mi hai promesso. Dobbiamo discuterne tra di noi e valutare. Questa è la parola magica del giorno, ci siamo capiti?»