CAPITOLO TRE

2420 Parole
CAPITOLO TRE «Tra quanto me ne potrò andare?» sbuffò Tinsley, alzando la testa per guardare l’orologio sopra la porta della sala per inter­rogatori nella quale si trovava. Il suo avvocato d’ufficio, un ometto poco più alto di lei con occhiali rotondi e una calvizie spaventosa ancora più accentua­ta dai ciuffi di capelli ai lati, fino a quel momento aveva fatto finta di tenersi impegnato con dei documenti tirati fuori dalla sua valigetta. Sbatté le palpebre, come se fosse sorpreso di tro­varsi lì, e lanciò un’occhiata all’orologio sotto il polsino. Non si era neanche accorto che ce n’era uno gigantesco sopra la porta. «Non appena gli agenti saranno qui e avranno ascoltato ciò che avrai da dire.» «Ho già raccontato tutto quello che avevo da dire. Che c’è, pensano sia stata io? Pensano che abbia mentito e vogliono in­terrogarmi ancora?» L’ombra di un sorriso increspò le labbra rinsecchite dell’avvocato. Tinsley non riusciva a ricordarne il nome. Quan­do si era presentato, tutta la sua attenzione si era concentrata sul palmo umido dell’uomo e sulle sue dita apparentemente prive di forza. «No, non credo proprio. Altrimenti saresti in cella e qualcuno ti avrebbe già letto i tuoi diritti.» «E allora perché non me ne posso andare?» «Perché siamo in una centrale di polizia e tu sei stata testi­mone di un fatto molto cruento», spiegò l’avvocato, con il tono paziente di un professore modello. «Ci sono delle formalità da rispettare. Non puoi semplicemente raccontare quello che hai visto senza che la tua deposizione venga raccolta secondo tutti i crismi.» Trovarsi in uno spazio ristretto non le piaceva affatto. Tro­varsi in uno spazio ristretto con un adulto che non conosceva le piaceva ancora meno. E sapere di essere in uno spazio invaso da sbirri era proprio la ciliegina su quella torta del cazzo che le era stata presentata da quando si era azzardata a mettere piede nell’albergo. Anzi, da quando aveva deciso di non farsi gli af­fari suoi. E non si azzardava a porre la domanda che le ronzava in testa da quando l’avevano fatta entrare in centrale. Temeva la risposta. «Vedrai, i detective saranno qui a minuti», continuò il suo legale. «Vogliono sbrigare la faccenda molto più velocemente di te, posso assicurartelo. Noi siamo soltanto di passaggio, te lo garantisco.» «No, non credo», sbuffò lei, tornando a guardare l’orologio e poi la porta, sperando si aprisse da un momento all’altro. Non poteva fare a meno di pensare che ci fosse qualcuno che la stes­se osservando da dietro l’ampia vetrata. Nei film succedeva sempre così. Ma nei film offrivano sempre qualcosa al prigio­niero (non che l’avessero trattata come tale, ma era esattamente così che Tinsley si era sentita) e invece a lei non avevano dato neanche un caffè. Al diavolo, la strada era molto meglio di quello schifo di posto. E puzzava anche meno. L’ultimo ospite di quella sala per interrogatori doveva essere un tipo poco incli­ne all’igiene. Oppure nessuno si degnava di pulire mai la stan­za, magari per intimorire gli ospiti. «Posso fumare almeno?» «No.» «Aiuterebbe a coprire la puzza di piedi.» L’avvocato annusò l’aria, poi annuì. «Sì, capisco il tuo disa­gio. Ma ho sentito di peggio. Una volta un mio cliente è finito in una fossa biologica dopo aver fatto una rapina.» Per essere un adulto non era male, tutto sommato. Almeno si era risparmiato le solite ramanzine sul vivere per strada e su quanto fosse pericoloso e su come avrebbe potuto aiutarla. So­prattutto, non le aveva lanciato quelle occhiate maschili che le facevano venire i brividi. Magari era gay. Il migliore amico di Tinsley lo era. Per come si stava comportando, era come se non gliene fregasse niente di lei, e la cosa le stava benissimo. La porta si aprì di colpo e Tinsley quasi sussultò sulla sedia. Entrò un poliziotto che non aveva ancora incontrato. Era in borghese, con giacca e pantaloni ma senza cravatta, ma aveva lo sguardo da sbirro. Niente altri avvocati. Gli occhi erano duri e la mascella serrata. Le rughe sul viso lasciavano pensare che fosse prossimo alla pensione oppure che gli ultimi anni fossero stati particolarmente duri. Neanche lui aveva l’aria fintamente paterna che gli adulti spesso le avevano riservato negli ultimi tempi. La salutò con un cenno del capo, poi strinse rapidamente la mano dell’avvocato, come se quella stretta suscitasse ribrezzo anche a lui. «Come va, Mr. Morris?» domandò al legale. «Siamo pronti a cominciare? Possiamo registrare la deposizione o ha qualcosa in contrario?» «Saltiamo questa parte, Hultman», ribatté l’altro. Non era solo indifferente a lei. Lo era anche nei confronti delle autorità. Forse lo era nei confronti del mondo. Ecco che a sorpresa si trovava di fronte la sua antitesi perfetta. Mentre lei tendeva ad affrontare il mondo e a caricarlo a testa bassa, il suo avvocato si limitava a ignorarlo. «Sappiamo benissimo che la mia pre­senza qui è irrilevante, altrimenti non avreste fatto assegnare me. Credo che la mia cliente non desideri altro che andarsene da qui, perciò vi ripeterà ciò che sa senza problemi.» «Sul fatto di andarsene da qui ho qualche dubbio», rispose il detective, spostando l’attenzione su di lei. «Ti rendi conto della situazione, Tinsley?» «Sissignore», disse lei, sentendosi sciocca per tutta quella manifestazione di rispetto. Sissignore. Come diavolo le era ve­nuto in mente di rispondere così? «Probabilmente sei la prima persona ad aver visto il nostro uomo e a essere sopravvissuta senza danni.» Senza danni. Era quasi divertente. Quasi. «De Salvo Junior», disse lei. «Ne ho sentito parlare per le strade. Non sono completamente una sprovveduta.» Lo sbirro addolcì lo sguardo per un istante. «Nessuno lo ha mai pensato. Vorrei però che comprendessi per bene il quadro. Fino a questo momento sei stata nell’ombra e magari non ti rendi conto che la situazione è cambiata. Qualcuno già ha par­lato con i giornalisti. Sanno che c’è un testimone. Non credo sappiano di chi si tratti, ma è questione di tempo. Magari ti sal­verai per un paio di giorni, ma presto o tardi i quotidiani arrive­ranno alla tua identità. È chiaro?» «E cosa me ne importa?» ribatté lei. Meglio del sissignore di prima, sicuro. «Dove vivo io i giornalisti non arrivano. Potreb­bero sporcarsi le loro scarpe da cinquecento dollari.» Tinsley si guardò intorno, sforzandosi di combattere il senso di claustro­fobia e il terribile fetore di piedi sporchi. «È qui dentro che non mi sento al sicuro.» L’avvocato annuì, come se non si fosse aspettato altro, poi prese un foglio bianco dalla ventiquattrore e scrisse qualcosa. Magari aveva deciso di lavorare, dopotutto. «Forse è vero quello che dici, anche se conosco giornalisti capaci di tutto pur di avere una buona storia. Ma l’uomo che hai intravisto questa mattina, be’, lui potrebbe non farsi alcun problema nel volerti rintracciare. E noi questo non possiamo permetterlo.» Tinsley mantenne il contatto visivo. «Altrimenti perdereste il vostro prezioso testimone, lo capisco. Be’, non preoccupatevi, non mi accadrà niente di male.» Ma non ne era affatto sicura. «Non vogliamo perdere nessun altro. In compenso vogliamo trovare il responsabile di queste atrocità. Questo lo capisci?» «Certo, lo capisco.» «Detective, perché non arriviamo al punto? Perché non le spiega che non può tornare in libertà? La ragazzina è troppo sveglia per questi giochetti.» «Cosa?» sbottò Tinsley. «Nel senso che non ti sei ancora drogata abbastanza per es­serti giocata il cervello», le spiegò Mr. Morris con calma. «È vero che non posso andarmene?» «Ah, ti riferivi a quello. Certo, stiamo parlando di questo, nel caso in cui non te ne fossi accorta», continuò l’avvocato senza alzare la testa. «E se dovessi rifiutarti, quest’uomo tirerà fuori il fatto che sei minorenne e minaccerà di richiamare i tuoi geni­tori, cosa che di sicuro vuoi evitare. E questo piccolo particola­re lo sai tu, lo so io, e lo sa il detective Hultman.» Tinsley tornò a fissare il poliziotto. Ora il senso di claustro­fobia era stato sostituito da uno di rabbia incandescente. Lei aveva fatto del bene e quei bastardi la stavano ricattando? «Non è esattamente così», rispose lo sbirro, ma l’espressione era colpevole. Era esattamente così. «Questa è una situazione di massima urgenza e dobbiamo fare il possibile per evitare al­tre conseguenze spiacevoli.» Doveva mostrarsi forte. Ecco cosa doveva fare. Non cedere alle intimidazioni. «Rimanere qui per me è una conseguenza abbastanza spiacevole.» «Se tu ci aiuterai noi faremo il possibile per aiutare te, l’avvocato Morris di sicuro potrà confermarti anche questo.» Morris alzò appena lo sguardo dal foglio e annuì. «È la pri­ma volta che hai a che fare con il dipartimento di polizia di Bo­ston?» Tinsley fece cenno di sì. Da quando era scappata di casa, quattro mesi prima, non era mai stata arrestata. Le era stata po­sta qualche domanda quando l’avevano sorpresa a fare ritratti a pochi metri dal Back Deck, ma a parte qualche discorsetto non l’avevano mai trascinata in centrale. E lei aveva fatto del suo meglio per evitare guai con la legge. Le interessava soltanto la libertà. Non come alcune persone che aveva conosciuto per strada. Come Finn, tanto per fare un esempio. «Vuoi raccontarmi di nuovo come è andata?» domandò il detective, mettendo il registratore sul tavolo. «Prima lo farai e prima potremo parlare dell’argomento suc­cessivo, che poi è quello che ti interessa di più», disse il suo avvocato. «A proposito, qualcuno vuole un caffè?» All’improvviso Tinsley si trovò a temere di restare da sola con il poliziotto. Fino a quel momento Morris non aveva fatto molto per aiutarla, ma almeno aveva parlato chiaro. E la since­rità era una caratteristica che lei sapeva rispettare. Il detective scosse il capo. «Io ne ho presi già abbastanza per oggi. E ne prevedo molti altri.» «Per me, grazie», rispose Tinsley. La porta si aprì e si richiuse. La temperatura sembrò abbas­sarsi di colpo mentre gli occhi del poliziotto scendevano di nuovo su di lei. «Ho già detto quel poco che c’era da dire», cominciò Tin­sley. «Mi sono rifugiata nell’hotel Alexandra perché lo evitano tutti e io avevo bisogno di stare da sola per un po’.» «Perché lo evitano?» «Andiamo, lo sapete anche voi», ribatté Tinsley con un sor­riso forzato. «Dicono che sia stregato o qualcosa del genere. Io però non ho mai creduto a questo tipo di stronzate.» Già, era solita credere a stronzate di tutt’altro tipo, ma non era il caso di condividere quell’informazione con lo sbirro. «Però non mi fi­davo ad andarci di notte. Perciò ho dormicchiato nei dintorni e ci sono entrata all’alba. Come ho già ripetuto un’infinità di vol­te, non ho visto nessuno. Non ho sentito nessuno. Il bastardo doveva essere talmente immobile da non emettere un fiato, non lo so. Ero assonnata, ma ero all’erta, sai…» «… nel caso in cui le storie di spettri fossero state vere», finì per lei il poliziotto. Tinsley deglutì. «Sì, diciamo così. Ma non sembrava ci fosse qualcosa che non andava, a parte lo sporco e i rifiuti, insomma. C’era qualche gatto. Così ho pensato che non ci fossero topi. Mi sono persino sdraiata e ho chiuso gli occhi, quando ho sen­tito quel fruscio. Soltanto quello, un fruscio, a qualche metro di distanza. Troppo forte per essere stato prodotto da un gatto. Mi sono alzata di scatto e ho visto quell’ombra che attraversava la finestra dall’altra parte dell’androne. C’era un po’ di luce, ma non abbastanza. E poi si tratta soltanto di pochi istanti.» Si strinse nelle spalle. «Mi sembrava che indossasse dei pantaloni militari, ma non posso esserne sicura. E una sorta di camicia a scacchi, un abbinamento curioso. Poi il tizio è sparito e ho sen­tito quell’odore.» «Non hai pensato di andartene?» «Se l’ho pensato? Certo che l’ho pensato. Ma ho sempre pre­ferito essere stupida rispetto a essere codarda, così sono andata a controllare. In realtà non mi sono fermata molto a riflettere. Ho agito e basta.» «E hai trovato Diana Sloane.» A rivedere quell’immagine le si formò un groppo in gola. Fino a quel momento era riuscita a evitare di rivivere quell’esperienza, ma ora non poteva più farlo. Il detective glie­lo stava impedendo. Si portò istintivamente una mano alla boc­ca, il medesimo gesto che aveva fatto diverse ore prima, quan­do si era ritrovata davanti agli occhi quel corpo straziato e av­volto in un telo di plastica. Lo shock di quella rivelazione per fortuna le aveva impedito di cogliere i particolari più impres­sionanti (era tutto… così rosso) fatta eccezione per la mano della ragazza. Si era sollevata di qualche centimetro, le unghie spezzate ricoperte di sangue coagulato, ed era stato allora che Tinsley aveva provato a gridare. Non ne era stata capace, l’urlo le si era bloccato in gola per l’orrore, proprio come adesso le parole le si erano impuntate e non accennavano a uscire. «Tinsley?» la richiamò lo sbirro. La porta si riaprì e Mr. Morris tornò dentro, portando con sé due contenitori da cui usciva il fumo. Senza dire niente ne piaz­zò uno sotto il naso di Tinsley, tenendo l’altro nella mano sini­stra. «Posso bere prima?» domandò lei. «Ho la gola secca.» Il detective annuì. «Ma sì, certo. Naturale.» Il caffè era una brodaglia disgustosa. «Ho visto quella ragaz­za», disse Tinsley poi, stringendo le palpebre. Non riusciva a tenere gli occhi aperti. «Forse avrei dovuto cercare di aiutarla, non lo so, ma in quel momento non ne ho avuta la forza. Teme­vo di fare peggio.» Si interruppe, rendendosi conto che stava stringendo le dita sul tavolo. «Avrei voluto anche fregarmene, una parte di me mi diceva di andarmene e basta. Ma non l’ho fatto. Per qualche secondo sono rimasta soltanto lì a fissare quella povera ragazza. Dopo sono uscita e ho richiamato l’attenzione di un tassista che poi ha chiamato gli sbirri.» «Daniel Cavalhero», disse il detective. «Sì, abbiamo parlato anche con lui.» Tinsley riaprì gli occhi. Adesso la parte peggiore era passata. Poteva tornare a respirare normalmente. Bevve un altro sorso di caffè. «All’inizio non voleva credermi. Pensava che volessi fregarlo, che fosse una truffa o qualcosa del genere. Poi ha guardato dalla finestra e per poco non è svenuto.» «Tu non sei rientrata nell’albergo, vero?» «No, ve l’ho già detto, sapevo che avrei dovuto farlo, qual­cuno doveva restare vicino a lei, ma non sono riuscita a forzar­mi. Sono rimasta lì, mentre il tassista parlava al telefono con quello stupido accento indiano, a guardare la sagoma della ra­gazza attraverso la finestra.» Abbassò lo sguardo sul bicchiere, ma evitò di avvelenarsi ulteriormente con quello schifo. A Morris invece sembrava piacere. «Se non foste arrivati voi sa­rei rimasta lì tutto il giorno.» «E immagino tu non abbia notato la presenza dello stesso uomo che hai visto uscire dall’Alexandra?» «Andiamo, Hultman», intervenne l’avvocato, scribacchiando qualcosa sul foglio di carta. «Cosa vuoi che abbia visto? È an­cora sotto shock, anche se ci fosse stato il Presidente non se ne sarebbe accorta. Credo che l’abbiamo tenuta sotto torchio ab­bastanza.» «In ogni caso non se ne potrà andare», rispose il poliziotto, guardando direttamente lei. «E non perché sei minorenne, ma perché potresti essere in pericolo. Al momento stiamo vaglian­do diversi sistemi di protezione, ma sei libera di dire la tua.» «Tutto fuorché tornare dai miei genitori», rispose lei, secca. I due adulti si scambiarono un’occhiata. L’espressione del detective era preoccupata, quella dell’avvocato quasi annoiata, quella di qualcuno sul punto di sospirare: te lo avevo detto. «Facciamo una cosa. Per il momento resterai qui. Sottoporrò la questione al capitano e lui prenderà una decisione in concer­to con il signor Morris.» «Non posso tornare alla mia vita?» domandò Tinsley, ren­dendosi conto che in realtà stava sottoponendo quella domanda a se stessa. Dopo ciò che aveva visto sarebbe stata capace di tornare a vivere come il giorno prima? Il detective scosse il capo e spense il registratore. «Ti lascio in compagnia del tuo avvocato. Presto arriveremo a capo della questione, per quanto delicata.» Le offrì la mano e Tinsley la strinse, poi lo sbirro salutò il le­gale con un cenno del capo e uscì dalla porta. Aveva già la mano sul telefono. Mr. Morris era qualcuno che avrebbe potuto insegnarle qual­cosa. Niente sembrava coinvolgerlo, come se fosse il mondo stesso ad annoiarlo. Come a sottolineare quel pensiero, l’avvocato disse: «Sapevi che l’Alexandra è stato comprato da qualcuno che ha deciso di ristrutturare la proprietà? Davvero un bell’affare, direi.» Alzò lo sguardo e fece un sorrisetto. «In sostanza ha acquistato una scena del crimine diroccata. Fossi in lui trasformerei tutto in un tunnel dell’orrore.»
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