ADAM/FAX/CLAYTON
Bye bye baby it’s been a sweet love
Thought this feeling I can’t change
But please don’t take it so badly
’Cause Lord knows I’m to blame
(Lynyrd Skynyrd)
Da qualche parte bisogna pur cominciare. Non sono nato con la chitarra in mano, non sono mai stato un bambino prodigio, grazie al cielo. Solo un essere umano, come tanti altri. La passione è nata all’improvviso quando avevo circa 17 anni, in pieno liceo, quando nella mia classe si aggiunse un nuovo elemento. Il suo arrivo rimase per un po’ avvolto nel mistero così come le sue origini, nessuno lo aveva mai visto prima, parlava (poco) con un accento indefinito e si faceva gli affari suoi.
Si chiamava Adam. Adam Clayton. Correva voce che avesse un doppio passaporto, uno europeo e uno, date le sue presunte origini natie, sudamericano, anche se la sua carnagione era assolutamente caucasica e i suoi occhi di un tenue azzurro. Di tutto ciò non m’importava minimamente, anche io tendevo a farmi gli affari miei ed ero tutto tranne che logorroico. Tendevo a stare in disparte, la penombra era il mio habitat naturale, e mi rifugiavo nella musica in ogni momento della giornata, ma non so perché non mi era mai venuto in mente di poter essere io a produrla quella musica, che peraltro consideravo un’ancora di salvezza.
Forse pensavo di non esserne in grado, insicuro com’ero. O forse era pigrizia, imparare a maneggiare uno strumento, è cosa nota, richiede tempo e sacrifici. Inoltre a casa mia nessuno nutriva questa passione e strumenti disponibili non ce n’erano. Ma un giorno il nuovo compagno arrivò in classe con una custodia nera, una di quelle che non possono che contenere uno strumento musicale. Anche nella mia classe nessuno coltivava l’hobby della musica, pur essendo in molti a ritenersi esperti in materia dei più famosi gruppi musicali del momento. Non seppi resistere e gli chiesi di aprirla, ai miei occhi era come un forziere custode di inestimabili tesori. Occhi inesperti si sarebbero aspettati una chitarra elettrica, in un primo istante anch’io lo pensai, tuttavia era un po’ troppo lunga e, soprattutto, la chitarra non sarebbe stato esattamente lo strumento naturale che avrei visto tra le sue mani. Infatti era un basso. Elettrico e nero. Lucido e con le quattro corde che quasi brillavano, nuove di zecca.
«Spettacolo!» esclamai.
«Niente di che in realtà, però ho appena cambiato le corde, ho dovuto dar fondo ai miei risparmi» rispose. Quando mi disse quanto costavano le corde di un basso ci rimasi malissimo e realizzai che non sarebbe mai stato il mio strumento, troppo costoso da mantenere. Non me la passavo molto bene all’epoca. Aggiunse che comunque quelle corde, spesse com’erano, duravano un sacco di tempo. Tuttavia non sarei mai stato un bassista. Ma lui sì. Aveva tutto del bassista. Uno sguardo liquido e sfuggente, il fisico slanciato ed esile, il capello artisticamente disordinato, un pessimismo di fondo intriso di un’apparente strafottenza verso il mondo intero, le dita lunghe e nervose, la parlata dal volume basso e tranquilla, la totale assenza di ogni mania di protagonismo, tuttavia concreto ed efficace.
«Tu suoni?» mi chiese.
Provai vergogna e ammisi la triste verità con un silenzioso diniego. «Però mi piacerebbe» aggiunsi prontamente.
«Cosa?»
«Sarà banale, ma mi ha sempre affascinato la chitarra. Classica elettrica acustica non importa, possibilmente tutte. Trovo sia uno strumento completo, ritmico, armonico, solista, melodioso, può far tutto se il suonatore è all’altezza.»
«Bella storia. Stiamo giusto cercando un chitarrista. Se vuoi ne abbiamo una elettrica da prestarti. Prendi qualche lezione, magari ci sei portato.» Non lo sapeva e non lo sapevo nemmeno io, ma ci aveva visto bene.
In un attimo pensai: noi chi? Chi è che cerca un chitarrista e che potrebbe prestarmi una chitarra? Potrei davvero esserci portato? Dove trovo qualcuno bravo disposto ad insegnarmi?
Penso che tutti questi interrogativi si siano materializzati sul mio volto donandogli strane espressioni, visto che lui aggiunse subito: «Vieni un pomeriggio in ciabotta, così conosci un po’ di gente fuori di testa e vedi la chitarra.»
«Ciabotta?»
Sorrise. «La nostra sala prove.»
Mi disse dov’era e un tardo pomeriggio di un paio di settimane dopo ci andai sul serio in sella al mio inseparabile scooter nero. Appiccicai sul cruscotto una cartina fatta a mano secondo le sue indicazioni e la seguii con insperato successo.
La ciabotta era un universo nuovo che in principio mi lasciò parecchio sorpreso. No, allibito rende meglio. Spaesato forse ancora di più. Ero un sognatore all’epoca, in verità lo sono ancora. Ma i sogni di allora erano puerili e innocenti. Fumo, alcool, insulti e bestemmie non rientravano nel mio galateo di bravo ragazzo timorato di dio e rispettoso delle leggi degli uomini. Così come la presenza di ragazze assolutamente disinibite e dai modi diretti, quasi brutali a volte. Ma mi ci abituai in fretta, la ciabotta divenne presto un luogo irrinunciabile. Ed è lì che tutto ebbe inizio.