KURT/SIMO/COBAIN

3472 Parole
KURT/SIMO/COBAIN Hey you, you’re living life full throttle Hey you, pass me down that bottle (Alice in chains) Svoltai all’incrocio della provinciale che collegava Villanova con Francavilla verso le 15,00 in un giorno di inizio novembre e per poco non caddi rovinosamente a terra. Adam non aveva ritenuto opportuno dirmi che la strada per la ciabotta era sterrata e io non avevo ritenuto opportuno rallentare facendo la curva. Cominciamo bene, pensai. Rallentai e procedetti a passo d’uomo. Costeggiai alcune abitazioni sulla mia destra che assomigliavano molto più a delle cascine che a delle case, muri con intonaci cadenti o rigonfi oppure con mattoni a vista, anch’essi con tutti i segni del tempo sulle loro superfici e in gran parte privi della calce tra le intercapedini che li separavano e che apparivano ormai come solchi profondi. Sterrata e con una serie di profonde buche, più adatta a un Camel Trophy che a un uso civile. Sul lato sinistro invece si apriva un ampio panorama, la collina scendeva giù in valle con una pendenza dolce e sul fondo si intravedeva la ferrovia tra gli alberi spogliati dall’autunno. Lanciai un’occhiata alla sottospecie di mappa che avevo appiccicato sul cruscotto. Dovevo svoltare a destra seguendo il muro dell’ultimo edificio. La strada proseguiva oltre, da qui in avanti in discesa e si addentrava dentro un bosco sparendo pian piano alla vista. Mi fermai e notai che sull’ultimo muro c’era una targa in pietra con scolpito il nome della via. Peculiare: di solito si trovano all’inizio sulle prime case, qui invece era stata appesa all’ultima. La cosa mi piacque. Così come mi piacque constatare che era intestata a nientepopodimeno che Mendel, il noto frate agostiniano che, a ragion veduta, si può considerare a tutti gli effetti il primo genetista dell’umanità. Ho sempre apprezzato la scienza, in particolare quella votata allo studio degli esseri viventi. Il cancello a rete era aperto, completamente arrugginito e avvolto da rampicanti, con ogni probabilità non veniva chiuso da anni. Il cortile interno, anch’esso in terra battuta con qualche chiazza di erba selvatica e qualche isola di ghiaia, era il classico cortile da cascina, ampio e disordinato. C’erano un paio di bici appoggiate al muro e una vecchia Panda 30 amaranto messa di traverso. C’erano tre possibili porte da cui entrare, tutte chiuse in quel momento. Andai verso quella centrale in legno scrostato dove una vernice verde cercava disperatamente di resistere all’incedere del tempo e all’incuria, spinsi la maniglia e si aprì senza sforzi. Quattro teste si voltarono verso di me. Una apparteneva al mio compagno Adam, le altre tre ad illustri sconosciuti. O meglio, una l’avevo già vista più volte a scuola, in una sezione diversa dalla mia con cui non avevamo molti rapporti, così anche se di vista sapevo chi era a tutti gli effetti non potevo certo dire di conoscerlo, tuttavia era impossibile non notare quel ragazzo, capelli lunghi e ricci dal colore biondo ramato, una criniera fatta e completa, un bel viso e un paio di occhi azzurri come raramente se ne vedevano. Molte ragazze della scuola, forse quasi tutte, si sarebbero probabilmente fatte tagliare un dito per poterne essere la fidanzata ufficiale, ma sembrava che a lui proprio non importasse. Non importava nemmeno a me del suo credo in questioni sentimentali, ciò nonostante e, pur non conoscendolo, provavo una sorta di invidiosa ammirazione nei suoi confronti, avrei voluto io avere un ventaglio di scelta così ampia, io l’avrei davvero voluta una fidanzata ufficiale in quel periodo, ma le poche su cui avrei avuto gioco facile non destavano in me alcun interesse. Insomma, la solita vecchia storia. Lui era Kurt. Kurt Cobain, per essere precisi. Gli altri due invece proprio non sapevo chi fossero. Uno era basso e vagamente pingue con i capelli scuri di media lunghezza e dall’aspetto unto. L’altra era una ragazza dalla chioma corvina e dallo sguardo folle e famelico. In quel momento Kurt era seduto su un divano scassato di pelle marrone e lei era a cavalcioni su di lui. Forse era lei la spiegazione dell’apparente disinteresse di Kurt alle liceali. Il mio ingresso aveva sicuramente interrotto un loro bacio appassionato. Adam e l’altro ragazzo stavano bevendo qualcosa seduti a un tavolino poco più in là e nel mentre giocavano a carte. Anche sul divano c’era una bottiglia incastrata tra un cuscino e l’altro. «Ce l’hai fatta a trovare ’sto buco alla fine, bella storia. Lui è Vex.» Così disse Adam rivolgendosi al contempo a me e agli altri. Vex, mi chiamava così, anche se quasi tutti gli altri della mia classe mi chiamavano Vecio. Aveva modificato il mio soprannome da pochi giorni, da quando gli avevo scritto i miei auguri. Durante l’ora di filosofia aveva iniziato a circolare tra i banchi un foglio con su scritto Auguri di buon compleanno Adam, avevamo questa usanza. Chissà come c’era sempre qualcuno che conosceva le date di compleanno di tutti. Guardai fuori, pioveva e il vento strappava le residue foglie gialle agli alberi. Immaginai di vederlo lì fuori col suo strumento a tracolla e scrissi: l’autunno piange i suoi pensieri su capelli spettinati / l’acqua scivola sulle corde di un basso e gioca distratta creando nuove melodie e antiche dissonanze. Penso che gli piacque. Quando lo lesse mi indirizzò uno sguardo ammirato e annuì lievemente un paio di volte. Da allora mi promosse a Vex. Che il mio vero nome fosse Mark e il mio cognome Knopfler non interessava praticamente a nessuno. Dissi ciao e gli altri fecero eco. «Un capellone biondo ci mancava. Vuoi?» disse la ragazza fissandomi senza muoversi dal grembo di Kurt e porgendomi a distanza la bottiglia. Vodka. «No grazie, magari dopo» risposi senza specificare che ero praticamente astemio, qualcosa mi suggeriva di mantenere quel mio piccolo segreto per me. Anche la bottiglia sul tavolino era un alcolico, rum. Entrambe quasi vuote. «Anche perché è praticamente vuota! Cazzo offri bottiglie vuote? Sei proprio rincoglionita. Dai, levati dalle palle che vado a prendergli una birra.» Così si espresse Kurt spostando in malo modo la ragazza dalle sue gambe e quasi facendola cadere a terra mentre si alzava con un guizzo insospettabile per uno che si è appena scolato mezza bottiglia. Nemmeno in un universo parallelo avrei potuto rivolgermi così a una ragazza. Mi raggiunse e mi strinse la mano. «Io sono Kurt, ti ho già visto al liceo, benvenuto in ciabotta, Fax mi ha detto che vuoi fare il chitarrista. Ottima scelta ma prima fatti un goccio. E chiamami Simo.» Ciò detto si diresse in un angolo della stanza e da un vecchio e ingiallito Kelvinator tirò fuori due bottiglie ambrate. Ognuno i suoi soprannomi. Kurt si faceva chiamare Simo. E Fax? Con ogni probabilità doveva essere Adam. Ma non domandai nulla in proposito, la mia mente era impegnata in un’altra più urgente considerazione: cazzarola, la birra no, se c’era una cosa che mi faceva schifo era proprio la birra. Mi raggiunse con due bottiglie e le aprì usando un accendino come cavatappi, con la disinvoltura di chi esegue quell’operazione più e più volte al giorno. Non potei esimermi dal sorseggiare quello che per lui doveva essere un nettare degli dei e per me una maledetta bevanda dal sapore nauseante. Un angolo remoto del mio cervello arrivò addirittura a protestare per l’assenza di un bicchiere, ma lo misi a tacere. Era più che ovvio che una bottiglia apparteneva a una persona, anche se io l’avrei condivisa volentieri con altre cinque o sei. «Alla tua» disse lui tracannandone metà d’un fiato. «Alla tua. Alla vostra» replicai estendendo il brindisi agli altri e bevendone un sorso appena. Se ne avessi ingollata di più probabilmente l’avrei vomitata, un simile imbarazzo non avrei potuto permettermelo. Ad ogni modo, un sorso alla volta, da lì a una mezz’ora riuscii a finirla, con mio sommo stupore. In quella mezz’ora accaddero parecchie cose. Una mezz’ora un po’ dilatata, in realtà. «Io sono Remigio, se preferisci Remy, ma mi chiamano tutti Calino» si presentò anche l’altro ragazzo. «E io Fulvia» disse infine l’unica femmina, senza proporre altri soprannomi alternativi, appena ebbe finito la birra di Simo senza alzarsi dal divano e tirando un rutto degno di un camionista di lungo corso. «Avvicinati un po’» mi disse. Riluttante la raggiunsi, mi metteva un tantino a disagio. Appena le fui a tiro agguantò le mie collane, roba semplice fatta di lunghi cordini neri in tessuto e due pendagli in argento, uno rappresentava una spada avvolta da un serpente, l’altro, a cui tenevo veramente, una croce ankh, tutti e due racchiudibili comodamente in un piccolo palmo. «Passabili. Perché questo accostamento?» Se ne intendeva o era giusto per parlare? Le fornii comunque la mia spiegazione. «La croce ankh è un antico simbolo sacro egizio che simboleggia la vita, la spada ovviamente il suo opposto.» «Alfa e omega, bella storia» osservò Adam alle mie spalle. «E la serpe?» chiese Fulvia. «Beh, in quanto donna dovresti saperlo: il peccato» le spiegai cercando di darmi un tono. Fino a quel momento aveva tenuto gli occhi fissi sui ciondoli, a quel punto li sollevò verso di me e con fare languido avvicinò la testa alle collane, dischiuse le labbra e fece scivolare tra esse la spada per poi sfilarla lentamente. Una volta estratta le passò la lingua sulla punta mettendo bene in evidenza il piercing e facendolo abilmente tintinnare contro il monile. «Intendi un peccato come questo?» mi chiese infine con voce melliflua. Sorrisi e mi sentii arrossire, mi spiazzò completamente. Però mi divertì. «Che gran zoccola che sei!» le disse ridendo Simo. «Dai, lascialo in pace, è appena arrivato e già lo assalti.» L’idea non mi sarebbe poi dispiaciuta. Anche se non ero assolutamente avvezzo a trattare con simili creature. Si apriva, per me, un nuovo spaccato di universo. «Non è il mio tipo, troppo sano» troncò lei il discorso ributtandosi sul divano e ignorandomi completamente. «Proviamo a suonare qualcosa?» propose Adam alzandosi e facendo scendere dalle sue gambe un gatto che evidentemente si era accoccolato lì sopra. «Mi perseguitano» mi spiegò sorridendo notando il mio interesse per il felino. Non mentiva, fu il primo di molti che ebbi modo di vedere, ogni volta che Adam arrivava in ciabotta, prima o dopo arrivava anche un gatto a ronzargli intorno, li attraeva senza sapersene spiegare il motivo, ma non se ne dispiaceva affatto. «Sì. Vieni anche tu Vex, non possiamo lasciarti solo con quella assatanata» aggiunse Calino. Un po’ mi dispiacque, ma fui più che d’accordo. Lei non diede segno di aver sentito, aprì un album e iniziò a disegnarci sopra. Diedi un’occhiata, disegni in stile gotico, non molto stilosi, ma nell’insieme affascinanti. Abbandonammo la stanza e passammo in un’altra molto più piccola dove la prima cosa che saltava all’occhio era la batteria. Semplice ma quanto bastava a far casino. E le uova. O meglio, le scatole di uova, appese su tutte le pareti e perfino sul retro della porta per insonorizzare. E dove le scatole di uova un po’ si staccavano sotto di esse si vedeva uno spesso strato di gommapiuma blu. «L’avete insonorizzata voi?» chiesi. «Tutto quello che vedi qui dentro l’abbiamo fatto noi. La cascina è del nonno di Simo ma non ci vive più da anni. Per l’insonorizzazione il test l’han fatto Simo e Fulvia.» «Vale a dire?» domandai. «Noi eravamo dall’altra parte in silenzio e loro erano qui dentro che scopavano. Lei grida. Però non si è sentito nulla. Funziona.» Così disse Adam. Guardai Kurt (o Simo che fosse) che era appena tornato dalla terza stanza, era ancora più in là e per accedervi si doveva per forza passare dalla sala strumenti, più tardi scoprii che era la stanza del mixer, per vedere se rideva e capire se mi stessero prendendo per il culo. Sorrideva, ma era un sorriso compiaciuto: era vero. In che razza di manicomio ero finito? Ma non era niente male, no davvero. Dovevo solo aprire un po’ le mie vedute. In quel momento non lo sapevo, ma ci sarei riuscito molto più velocemente di quanto pensassi. Finita la spiegazione, Adam imbracciò il suo basso nero, Kurt si mise al microfono e Calino alla chitarra elettrica. Fecero un paio di prove tecniche, gli amplificatori risposero. La sensazione fu simile a quella che si prova perdendo la verginità. Non che all’epoca fossi esperto in materia, ma più avanti realizzai che quell’associazione funzionava alla perfezione. Nonostante la mia passione per la musica non avevo mai assistito a un concerto live. Trovarsi chiuso in una piccola saletta prove a due passi dai musicisti e sentire le vibrazioni grezze e vive trasmesse dalle casse, chitarre, bassi e voci era come immergersi in un elisir delle meraviglie. Per me fu così. In quell’istante realizzai che quella poteva essere la mia ragione di vita. Doveva esserlo. Un fremito mi attraversò il corpo. «Dai Fax, attacca» disse Simo. Fax? Ah già, Fax. Quando il basso iniziò a suonare capii in via definitiva che era Adam. Giusto, ognuno il suo soprannome. Il giro di basso mi ipnotizzò. E una volta per tutte compresi a fondo l’importanza di quello strumento spesso così sottovalutato, il suo suono riempiva tutto e sosteneva l’intero brano, di fatto rendendo quasi insignificante l’assenza della batteria. Avete mai ascoltato Hotel California? Intendo ascoltata bene. A prima vista sembra un brano studiato apposta per le chitarre, ma provate ad ascoltare il lavoro del basso e poi provate a immaginarne l’assenza, metà del brano, forse più, scomparirebbe. Dopo qualche battuta entrò la chitarra, una serie di accordi all’apparenza semplici ma efficaci, nessun virtuosismo ma suono completo. Infine la voce. Roca e un po’ sguaiata, forse per la troppa vodka, ma decisamente graffiante. Era un brano rock semplice ma dritto al punto, mai sentito prima ma davvero notevole. Quando finirono tutti e tre mi fissarono. Era evidente che si aspettavano un responso, anche se ero il meno indicato per fornirlo, non sapevo nemmeno strimpellare una chitarra per bambini, cosa potevo saperne? Il fatto è che però mi piacque un sacco, era emozione allo stato puro. «Grandioso! Semplicemente strafigo!» non mi venne in mente altro, lo show della banalità. «Lo stiamo ancora mettendo a punto» mi spiegò Simo. «Però se già ti piace è un buon segno. Ne abbiamo altri in cantiere, prima o poi li incidiamo sul serio, dobbiamo solo comprare un mixer giusto e un registratore all’altezza.» «Se vuoi registrare, meglio affittare una sala seria» consigliò Fax. «Sì ma costa un fottio» ribatté Simo. «Certo, ma anche l’attrezzatura che dici tu costa. E poi qui l’insonorizzazione è buona ma fino a un certo punto.» «Ma va’ che è ottima, se copre le urla di Fulvia vuol dire che va bene.» Risero. «Quindi… l’avete scritta voi?» chiesi incredulo interrompendo la loro discussione. «Io. Questa io» precisò Simo. «Ma ne ha scritte di fighe anche Fax.» «Ah» replicai scioccato. Non solo suonavano, ma componevano. Fenomeni. «Guarda che è più semplice di quanto credi, basta provare, puoi farlo anche tu» disse Adam. «Sì tu la fai facile, prima dovrei imparare a suonare uno strumento, ti pare?» «Può tornare utile, però i testi puoi già scriverli, quello lo sai fare ne sono certo, poi in qualche modo si adattano alla musica.» Non faceva una grinza. Poi proseguì. «A proposito, di là in sala mixer c’è la chitarra per te, vai ad accordarla, poi torni qui e improvvisi.» Fuori di testa completo, non c’era altra spiegazione. «Accordarla? E come diavolo si fa?» domandai sentendomi un perfetto idiota. «Calino…» Calino staccò il jack e mi accompagnò di là, mi fece sedere e mi mise la chitarra in braccio. Fu una sensazione strana: era un contatto naturale, come se lo avessi fatto da sempre. Passai la tracolla sulla schiena istintivamente e iniziai ad accarezzarne manico e corde. Era una Yamaha blu, niente di che, ma in quel momento era la più bella chitarra del mondo. «Infila qui il jack» mi disse Calino porgendomi un piccolo strumento che non avevo mai visto. Era un accordatore elettronico di tipo analogico, mi spiegò, e corda per corda ti dice se la frequenza è quella giusta. Bastava girare le chiavette di qua o di là e prima o poi si sistemava. Mi raccomandò di non tendere troppo o si sarebbero spezzate le corde. La prima era davvero sottile, sembrava dovesse rompersi da un momento all’altro. Mi osservò finché riuscii a far posizionare l’ago sulla frequenza del MI, poi tornò di là a suonare mentre io finivo. Era abbastanza intuitivo. Ne sapevo poco, ma notai che la prima e la sesta corda erano entrambi un MI, a orecchio c’erano un paio di ottave a distanziarle. Come facevo a saperlo? Non lo sapevo, però era davvero così. Quel che davvero non sapevo era che ogni tasto corrispondeva a mezzo tono. Avrei dovuto arrivarci, non ero un grande esperto ma che esistessero i diesis e i bemolle non era certo un mistero per me. Me lo spiegarono i tre amici quando li raggiunsi. Provai a dare un colpo alle corde, ero collegato anch’io. Verificammo insieme l’accordatura: perfetta. Cosa fosse un accordo era per me un mistero assoluto, qualcosa negli anni avevo letto e dai miei pochi studi di musica alle scuole medie sapevo che era composto da almeno tre note e poteva essere maggiore o minore. Stop. Ma come costruirlo era tutta un’altra faccenda. Mi dissero che erano schemi precostituiti e bastava ricordarsi quali posizioni tenere sul manico e che venivano da soli. Sì, era vero. Ma la cosa non mi soddisfece, doveva pur essere in grado un buon strumentista di crearsi gli accordi alla bisogna, no? Mi sarei sbattuto per imparare. Rifecero il brano che avevo appena sentito. Lo avevano intitolato Come as you are. Da lì a non molto divenne un cult del grunge, ma prima di arrivare a questo punto ci sono ancora parecchie storie da narrare. Lì dentro avvenne comunque la mia iniziazione e i tre ragazzi ne furono testimoni. Gli lasciai suonare il brano, osservando bene cosa facevano le dita dei due suonatori, specie quelle del bassista, per gli accordi la cosa mi sembrava ancora un po’ troppo complessa. Quando ebbero finito ripetei lo stesso giro di basso con la chitarra. Calino usava il plettro, io non ce lo avevo e usai le dita sentendomi decisamente a mio agio, il contatto era caldo e naturale. Ripetei la sequenza esatta delle note senza sbagliarne una. Tra tutti fui di sicuro io il più stupito. «Bella storia!» esclamò Fax. «Dai, sapevi già suonare, non cacciar balle» disse Calino. «No, giuro, non so nemmeno che note ho suonato se devo dirtelo, le dita… han fatto loro. Ho ascoltato e guardato prima, ho solo copiato, nulla di più» quasi mi giustificai. «Beh, sticazzi! Non è che si veda tutti i giorni» esclamò Simo. «Convinto tu…» disse Calino. Mi sembrava lui quello poco convinto. «Suona qualcosa, vai a braccio, d’istinto» mi spronò Fax. Lo accontentai e tirai fuori, usando una corda sola, una specie di melodia che poteva benissimo stare in tema con quella appena suonata. Simo fece due occhi così e mi chiese di ripeterla. Poi disse a Calino di cercare degli accordi che potessero starci dietro e lui lo fece. Andammo avanti per un bel po’ e fu Simo a stabilire ritmi e armonie finché la serie di accordi funzionò. Anche Fax costruì un giro di basso niente male. Si sentiva l’assenza dolorosa di una bella batteria, in questo brano avrebbe fatto la differenza, ma nessuno tra loro era un buon percussionista, l’avrebbero fatta fare al batterista ufficiale appena ne avessero avuto uno, quello che suonava prima con loro se ne era andato dopo che avevano litigato secco lasciando lì la batteria, dicendo che tanto era una merda e che se ne sarebbe comprata una più bella, che se la tenessero pure. Bel modo per ereditare uno strumento. Il batterista arrivò mesi dopo e quella canzone trovò il suo vero compimento. Venne intitolata Smells like teen spirit ed ebbe un successo esagerato. Ma ogni cosa a suo tempo. La saletta era isolata non solo acusticamente ma anche otticamente, completamente priva di finestre. Fu Fulvia a riportarci alla realtà venendoci a chiamare. «Tra poco fa buio, io me ne vado che sono in cazzo di bici» come era entrata così uscì. «Vado anch’io sennò in bici da qui a casa mi stirano, ha ragione la pazza» disse Calino. Il tempo qui dentro assumeva una dimensione distorta, avrei giurato che fosse passata mezz’ora al massimo invece erano passate quasi due ore. Ne fui estasiato. Fu una giornata memorabile. «Direi che allora puoi tornare quando vuoi» mi disse Simo di fatto includendomi nella cricca. Poche volte nella vita mi sentii più felice e realizzato. «Quella portatela via, tanto qui non la usa nessuno» mi disse Fax indicando la Yamaha che avevo ancora appesa al collo. Mi sembrava troppo, tentai di rifiutare educatamente. «Non fare il coglione, ci serve un chitarrista, no? Prendila e impara a suonarla, tanto ci metti poco, visto quello che è successo oggi.» Già, non era il caso di rifiutare. Solo un coglione lo avrebbe fatto. La sistemai sul pavimento dello scooter tenendola stretta tra le gambe, non c’era una custodia disponibile; parecchi chilometri più in là, ormai al buio, finalmente raggiunsi casa e ringraziai la buona sorte per aver concluso il viaggio senza danni. Mia madre mi chiese dove l’avevo comprata e con quali soldi e da quando in qua avessi deciso di diventare un chitarrista. «È in prestito. Non ho deciso, è il mio destino.» Non c’era altro da dire. Non avevo un amplificatore, ma dopo una settimana insieme a mio padre, esperto tecnico meccanico ma per passione anche elettronico e dall’estro creativo, ne costruimmo uno. Non era un’opera d’arte ma funzionava a meraviglia. Nel frattempo la suonai così, per quel che mi serviva si sentiva abbastanza. Mi sanguinarono le dita, mi fecero un male porco, ma un po’ alla volta si formarono i calli. Non smisi più, penso che la passione musicale, specie in un periodo post adolescenziale, sia una delle droghe più irrinunciabili che esista. Era diventata una ragione di vita. Non l’ho mai definita ossessione perché il termine ha un’accezione negativa, ma forse sarebbe stato oltremodo corretto.
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