CIRCOLO CIABOTTA
Well I’m running down the road tryin’ to loosen my load
Got a world of trouble on my mind
Take it easy, take it easy
(Jackson Browne)
Tanto tuonò che piovve. Tanto si diede da fare Simo finché finalmente riuscì a trasformare la ciabotta in un circolo abusivo formalmente gratuito aperto a tutte le sue migliori (e peggiori) conoscenze. Si cercò di stabilire delle regole. Le uniche che venivano vagamente rispettate erano le seguenti:
chi entrava doveva portare qualcosa da condividere con gli altri;
le cose da condividere dovevano essere cibo o, preferibilmente, alcolici o sostanze affini, qualsiasi cosa purché psicotropa;
era vietato entrare in sala strumenti con cibo al seguito;
l’ingresso in sala prove con bevande al seguito era consentito solo ai musicisti;
era assolutamente vietato entrare in sala mixer con cibo o bevande, a chiunque;
gli animali quadrupedi restavano in cortile;
gli animali umani potevano entrare purché non vomitassero o pisciassero in salone.Quello a cui davvero tenevamo noi della band, oltre ai nostri personali strumenti, era il mixer a 8 tracce, acquistato in comunione di beni dando fondo ai nostri già risicati risparmi. Per questo nessuno poteva permettersi di entrare nell’ultima stanza reggendo sostanze liquide. Non era questo gran ritrovato di elettronica, era davvero molto semplice, ma all’epoca era tutto in proporzione, in quel momento era quanto di meglio potessimo permetterci. E, ad ogni buon conto, rispetto al precedente a 4 canali era comunque un gioiello. Quello che c’era prima, proprietà personale di Kurt, quello a quattro vie che per l’appunto avevamo ribattezzato l’incrocio, non era nemmeno degno dei Gasile’s. Chi sono i Gasile’s? Un gruppo, anzi un duo, sfigatissimo che però era convinto di fare grandi cose. Il tastierista era perfino venuto una volta in ciabotta a proporsi come componente aggiunto della band. Ma di questo vi racconterò più avanti.
Per ora vi dirò che nell’estate di quell’anno, la fine della quarta liceo per me e gli altri suonatori, la ciabotta era diventata un porto di mare. Molti della nostra cerchia avevano ormai la patente e, in un modo o nell’altro, qualche auto si riusciva sempre a trovare, per cui non c’erano più problemi logistici di sorta che impedissero a chicchessia di raggiungere la cascina in fondo a via Mendel tra Villanova e Villafranca. Il venerdì e il sabato era un delirio. Nei tre mesi estivi, spesso e volentieri, fu un delirio anche nelle altre sere. Parecchie meteore, una ridda di personaggi insensati si affacciavano una volta o due e poi nessuno li vedeva più, lontani conoscenti di amici di pseudo amici o semplici imbucati. Il luogo era grezzo e privo di fronzoli e di comodità, non furono pochi quelli che finirono lì per sbaglio trascinati da altri e, dopo aver lanciato uno sguardo a metà tra il compassionevole e il disgustato, giravano i tacchi alla ricerca di un locale più degno. Così come molti furono i casi in cui arrivarono dei parassiti e vennero scacciati in malo modo, vale a dire tutti quelli che arrivavano a mani vuote, di solito bastavano le parole, per lo più pesanti insulti, di tanto in tanto era necessario allontanarli a manate o bastonate. Simo, da buon padrone di casa, era sempre in prima linea quando si trattava di far rissa, seguito a ruota da Mimmo e, quando c’era bisogno di qualche mano in più, dal sottoscritto e da parecchi altri che non volevano perdersi l’emozione di fare un po’ di moto alternativo. L’unica mia vera preoccupazione, più che di riportare delle ferite o di procurarne ad altri (pur non amando in particolar modo le zuffe), era di farmi male alle dita, quelle sì che le tenevo in gran conto, quelle erano dedicate alla chitarra, di solito per colpire o per difendermi privilegiavo i gomiti e le ginocchia, che tra l’altro provocavano un gran male. Chi proprio tendeva a non mischiarsi mai era Fax, non per timore, semplicemente non gliene fregava nulla. Di solito in quelle occasioni osservava dalle retrovie con una birra o una sigaretta in una mano, a seconda del momento, e un tubo di metallo recuperato dallo scarico di un vecchio lavabo nell’altra a scanso di equivoci; a volte i più riottosi andavano in giro a cercare rogne lontano dalla rissa e se trovavano lui trovavano anche il suo tubo. Per fortuna accadeva di rado, mai nessuno si fece davvero troppo male, quel tubo in mani più esperte avrebbe potuto aprire a metà una scatola cranica.
Chi davvero raggiungeva sempre Fax erano o dei gatti o delle ragazze. Se Simo le attraeva per un’evidente presenza fisica, lui le attraeva grazie al suo fascino misterioso, non doveva nemmeno sforzarsi, rimediava sempre qualcosa di buono. Lo ammetto, un po’ lo invidiavo, sebbene anche io nel frattempo fossi decisamente migliorato sotto quel punto di vista, un minimo di fama locale aiuta e non poco, ma io, come quasi tutti del resto, dovevo impegnarmi e andarmele a cercare e magari perfino corteggiarle, lui no, stava lì noncurante, prima o poi qualcuna arrivava.
In tutto quel marasma di tanto in tanto saltava fuori qualche sedicente musicista che insisteva per farci sentire il suo pezzo di bravura o per stupirci sperando che l’avremmo inserito nella band.
Simo era riuscito a creare intorno a noi una piccola leggenda locale, quasi un’aura mistica. Era uno che quando parlava veniva ascoltato, aveva una presenza fisica notevole ed era conosciuto da una moltitudine di persone, non dovette spendere molta fatica per convincere tutti i suoi conoscenti che stava mettendo su un gruppo rock coi controcazzi. Aver aperto la ciabotta al pubblico era solo un’altra pietra da posare sulla via lastricata verso la nostra notorietà, ne era fermamente convinto e in buona parte stava convincendo anche gli altri. Noi eravamo un po’ meno convinti di lui, ma eravamo presi bene e lo lasciavamo fare. L’incisione di Smells ci era sfuggita di mano e di copia in copia aveva iniziato a circolare tra i nostri conoscenti e aveva scaldato non pochi animi. Facevamo anche un po’ i preziosi, in molti ci avevano chiesto in più occasioni di fare un concerto e di suonare gli altri brani che, ormai era noto, avevamo scritto. Tenevamo tutto avvolto nel mistero, la verità era che non avevamo molti brani pronti ad essere suonati in pubblico, ma lasciavamo che la gente pensasse il contrario. Eravamo d’accordo sulla necessità di comporre in via definitiva almeno venti brani, a quel punto avremmo fatto il nostro primo concerto, dove non si sapeva, ma l’avremmo fatto. E su un’altra cosa eravamo concordi: la band doveva espandersi, come minimo un’altra chitarra e delle tastiere. Anche questo si sapeva in giro, non per nulla c’era sempre la fila di aspiranti componenti. Chissà poi cosa andavano immaginando? Forse pensavano che saremmo diventati più celebri dei Led Zeppelin o di Elvis o dei Beatles. L’illusione è una fedele compagna del genere umano dall’alba dei tempi. Io e gli altri eravamo molto realisti a riguardo, eravamo consapevoli delle nostre capacità tecniche e della nostra gran voglia di far qualcosa di buono e di lasciare un segno nel rock. Era un sogno, ma sapevamo fin troppo bene che i sogni tendono a restare tali. Invece… invece le cose andarono diversamente, ben oltre le nostre più rosee previsioni. Un po’ alla volta ve ne parlerò.
Tra tutti i nostri personali dubbi avevamo però una certezza comune, sapevamo distinguere a colpo d’occhio se l’aspirante musicista avrebbe potuto o meno diventare uno dei nostri e, fino a quel momento, nessuno si era dimostrato all’altezza. Non era solo una questione tecnica, di bravi esecutori ce n’erano a bizzeffe, ma se mancava l’anima allora non se ne parlava. E l’anima è una di quelle cose che salta fuori, non si può celare o alterare. Pur essendo molto differenti tra noi, avevamo però un filo che ci legava, un vincolo invisibile che ci rendeva uno complemento dell’altro. Non avremmo saputo spiegarcelo, ma sapevamo che c’era, non c’era alcun bisogno di dircelo. Così come sapevamo benissimo quando mancava. Sarebbe bastato avere pazienza, prima o poi sarebbe successo. Nessuno di noi si sognò mai di indire audizioni o di mettere inserzioni, doveva venire da sé, come era stato fino a quel momento, in modo casuale, anche se il caso – lo sapevamo – in realtà c’entrava poco.
A rigor di logica i musicisti mancanti avrebbero dovuto prima o poi presentarsi in ciabotta, specie ora che si era trasformata in una specie di corte dei miracoli. Invece, come spesso accade, in barba ad ogni logica, non andò così.
Per renderla un po’ più accogliente avevamo arredato la ciabotta con un nuovo divano, con un juke-box, con altri due tavolini, con un calcio balilla, un biliardino e un tavolo da ping-pong.
A essere onesti erano una serie di oggetti disastrati recuperati in modi alquanto impensabili e poco ortodossi.
Il tavolo da ping-pong lo avevamo costruito mettendo insieme delle assi di compensato nelle giuste misure, ma avevamo fatto l’errore di dimenticarlo esposto al sole per un giorno intero e si era completamente imbarcato e deformato, ciò nonostante era utilizzatissimo, le palline prendevano degli effetti sorprendenti ogni volta che rimbalzavano sulla sua superficie.
Il biliardino a sei buche, grosso meno della metà di un vero biliardo, lo aveva portato un giorno Mimmo dicendo che se lo era procurato qualche mese addietro con l’aiuto del suo amico Cucco. Ci spiegò anche come. Non di rado si imbucavano in gruppo in feste in case private, ovviamente senza il benestare dei padroni di casa, e nella quasi totalità dei casi finiva con la devastazione dei locali con tanto di assalto alle cantine e all’appropriazione indebita di dischi o piccoli oggetti d’arte. In quell’occasione andarono oltre e, dopo aver rinchiuso il padrone di casa nel bagno, insieme a una decina di cd, una clessidra d’argento, un posacenere di cristallo e un cavatappi, trafugarono il biliardino e le sue stecche. Era una villa sulle colline torinesi, non c’erano mai stati e mai ci sarebbero tornati, quasi nessuno li conosceva e quei pochi che sapevano chi fossero si guardarono bene dal fare i loro nomi e finsero di non conoscerli. Il biliardino finì nascosto nella cantina a casa di Mike e lì rimase fino a che un giorno gli tornò in mente e lo portò in ciabotta. Nel giro di due settimane erano già andate perse tre palline. Nessuno ne fu troppo addolorato.
Il calcio balilla fu più impegnativo. Entrare nottetempo nell’oratorio di Dusino comportava il rischio più che concreto di beccarsi una denuncia, eppure ci riuscimmo. Mimmo arrivò col furgone del padre e verso le due di notte partimmo per la nostra missione. C’eravamo tutti, perfino Calino che aveva voglia di un diversivo e si diede disponibile per fare il palo, non voleva prendere parte in prima persona dato che l’idea era proprio partita da lui, conosceva quel posto, ci aveva passato tutta l’infanzia prima di diventare ateo convinto. Aveva ancora libero accesso a quel luogo, conosceva tutti e non gli fu difficile prendere la chiave che durante il giorno restava sempre appesa al portoncino della sala giochi dell’oratorio, sapeva per certo che il prete ne avrebbe usata un’altra copia per richiuderlo in serata. Con gli attrezzi già predisposti nel furgone riuscimmo a forzare il cancelletto perimetrale; il portoncino interno si aprì con la chiave di Calino. Mimmo rimase a bordo pronto a partire all’istante e Remy poco più in là lungo la via pronto a dare l’allarme se avesse visto qualche guaio avvicinarsi. Io Fax e Simo un po’ alla volta riuscimmo a trascinare fuori il calcio balilla, cazzarola se pesava. Una volta all’esterno Remy ci aiutò a caricarlo sul furgone e poi volammo via con il vento e tornammo in ciabotta: missione compiuta!
La settimana seguente, sempre a tarda notte, facemmo razzia in un bar in centro a Villanova che si ostinava a lasciare sedie e tavolini all’aperto. Fummo oltremodo generosi: ci accontentammo di due tavoli e sei sedie.
Il juke-box e il divano nuovo invece furono quelli che, inaspettatamente, ci portarono davvero a un incontro ravvicinato con le forze dell’ordine e a beccarci una denuncia. Io e Fax quanto meno. L’idea, invero geniale, fu mia, era quindi giusto che ne subissi io le conseguenze, mi spiacque per Adam, ma non obbligai nessuno a seguirmi. Nel tragitto tra casa mia e la ciabotta avevo individuato una discarica, c’ero finito una volta per sbaglio vagando in scooter per stradine sconosciute che di tanto in tanto esploravo, ho sempre avuto la malsana passione di scoprire nuovi itinerari, per lo più dissestati e poco frequentati, ho sempre pensato che conoscere delle vie di fuga prima o poi nella vita sarebbe potuto tornare utile. Un concetto filosofico che van ben oltre i tratturi sconnessi, ma in cui non intendo addentrarmi ora. Fatto sta che una sera, tra un brano e una birra, raccontai agli altri della discarica. Ero convinto fosse abbandonata, se non addirittura abusiva. Non che sia esattamente un luogo ameno in cui spendere le proprie serate, ma una discarica è senz’altro uno di quei luoghi dove l’imponderabile può assumere una sua concretezza, dove puoi trovare nulla o qualsiasi cosa allo stesso tempo. E di notte mette i brividi. Gli altri aderirono entusiasti, chissà poi perché? Scegliemmo una notte di luna quasi piena, sapevo che la strada sarebbe stata completamente buia e la discarica anche, ci portammo delle torce elettriche ma sapevamo che un po’ di luce naturale ci avrebbe magari evitato di romperci una caviglia in qualche buca. Una macchina, quella che di tanto in tanto prendevo ai miei, e il furgone di Mimmo a seguito per eventuali carichi nel caso in cui avessimo trovato qualcosa di interessante, questa era la nostra formazione. Se in scooter la strada già sembrava stretta e deformata, su quattro ruote sembrava una mulattiera disastrata, non so come facesse Mimmo col furgone. Ma ci riuscì. Scavalcammo la rete e ci demmo da fare e trovammo il juke-box e il divano, vecchio come un bacucco ma per noi era come fosse nuovo di pacca. Per portarli fuori dovemmo tagliare la catena del cancello con le tronchesi. Gettammo tutto a bordo e ci avviammo verso la ciabotta, il furgone davanti questa volta, Mike alla guida e Kurt al suo fianco. Lo vedevo sobbalzare e oscillare tra le buche davanti a me, a velocità ottuagenario claudicante. Anche la mia auto era sballottata qua e là, forse per questo mi venne una gran voglia di pisciare e decisi di farlo lì lungo la sterrata, Adam si disse d’accordo anche lui, sostenendo che in tal modo avremmo marcato il territorio e suggellato il buon esito della nostra impresa. Anche se non fu una grande idea. Mentre svuotavamo le vesciche vedemmo il furgone riprendere la provinciale e accelerare e le sue luci rosse allontanarsi. Poi vedemmo altre luci e non ci piacquero per nulla, specie quando svoltarono nella nostra direzione. Erano lampeggianti blu. Una volante dei carabinieri ci si parò dinnanzi con gli abbaglianti accesi. Giusto il tempo di riallacciarci i pantaloni e ci trovammo costretti a esibire i documenti. Ci dissero che erano stati avvisati che c’erano degli intrusi alla discarica e ci chiesero se ne sapessimo qualcosa. Risposi io dicendo di no, che eravamo finiti lì per sbaglio e che ce ne stavamo giusto andando dopo aver annaffiato un po’ il prato. Chissà perché non mi credettero. Tutto sommato ero tranquillo, che prove potevano mai avere?, quello che avevamo preso era ormai in viaggio lontano da noi. Forse ci avrebbero anche lasciato andare, ma alle nostre spalle si materializzò un triste figuro, un uomo che avrà avuto sessant’anni come minimo, e che sbraitava insulti e madonne contro di noi dicendo che ci aveva visto bene e che eravamo stati noi ad aver divelto il cancello e trafugato la merce. Era in abiti discinti e circondato da un olezzo insostenibile, mancavano solo le mosche a ronzargli intorno, magari c’erano e col buio non si vedevano, sembrava un rifiuto vivente, quel luogo gli apparteneva di diritto e lui ad esso. A riprova delle sue parole, porse ai militari la catena tranciata di netto, era chiaro che il taglio fosse molto recente.
Non so se fosse solo molto ubriaco o solo molto rincoglionito o se si accontentò di aver consegnato noi due alla giustizia, ma non fece una parola del furgone e degli altri due. Ovviamente nessuna refurtiva fu ritrovata e dopo un po’ i carabinieri iniziarono a guardarlo con sufficienza e scetticismo. Ad ogni modo avevamo commesso un reato e, dopo aver caricato a bordo il nostro accusatore per raccoglierne la testimonianza e fargli firmare le varie scartoffie, ci intimarono di seguirli in caserma dove passammo le tre ore seguenti e da dove uscimmo con una denuncia per effrazione su suolo privato e danni civili. In quelle tre ore il nostro delatore non smise un solo istante di imprecare e bestemmiare, probabilmente non pensava che l’avrebbero portato fino lì.
«Vede a far denunce inutili? Si perde solo tempo. Cosa gliene frega se qualcuno viene a portare via qualche rottame da quella cavolo di discarica?» lo apostrofai, anch’io innervosito da questo epilogo.
«Vaffanculo! Tu e quegli altri stronzi che tutte le sere vengono a scavalcare e a rompere i coglioni, prima o poi vi sparo in culo ecco cosa faccio altro che denunciare!» replicò sputacchiando e diventando paonazzo.
Un piantone dovette intervenire a placare gli animi. Per fortuna Adam non aveva il suo tubo con sé.
Quel che era certo era che prima o poi avremmo dovuto affrontare un processo, che rottura di coglioni indicibile! Riuscimmo, per non so quale miracolo, a non far giungere la novella alle nostre rispettive famiglie. In definitiva, a conti fatti, ci facemmo una gran risata. Avevamo un divano nuovo semidistrutto e un juke-box scassato, ma facevano entrambi la loro porca figura. Kurt e Mike andarono avanti a ridere per ore e ci presero per il culo per i mesi a venire, ma non ci saremmo aspettati nulla di diverso.
Quel che veramente ci inorgogliva era che quasi tutti i nostri ospiti restavano affascinati dall’arredamento che avevamo disposto nel salone. Vintage, così di solito lo definivano. O trash, a seconda del senso critico. Ma per lo più era apprezzato, aveva un suo perché.
La ciabotta stava sviluppando una sua anima. Ci degnammo perfino di ridipingere i muri esterni di giallo ocra e di stendere uno spesso strato di vernice verde sulla porta a doppia anta d’ingresso e rossa sull’altra che dava accesso alla latrina. Era il bagno. Una lurida turca vecchia di decenni ma con uno scarico potente e infallibile. La terza porta sulla facciata la colorammo di nero, dietro c’era un muro, era una seconda entrata ma era stata chiusa parecchi anni prima.
Il salone interno, ricavato da quella che un tempo era una stalla, misurava quindici metri per otto, un gran bel locale. Le altre due stanze all’incirca nove per quattro la sala strumenti e cinque per quattro quella del mixer. Lo spazio non ci mancava. Inoltre nella parte esterna avevamo allestito una specie di tettoia coperta da onduline in plastica, anche queste recuperate a modo nostro, molte delle quali con dei buchi, quando pioveva davvero forte serviva a poco. E poi c’era il cortile, ampio abbastanza da offrire comodo parcheggio a più di dieci vetture.
A dirla tutta c’era anche il piano rialzato, con le sue colonne e i suoi archi in mattoni d’epoca, ma era completamente aperto, come ogni buon fienile doveva essere. Una lunga e pesantissima scala a pioli in metallo ossidato, ormai parte integrante della scenografia, appoggiata in obliquo, permetteva di raggiungerlo senza troppi sforzi. Ogni tanto qualcuno ci saliva, per le più svariate e misteriose ragioni personali, spesso e volentieri in condizioni psicofisiche non raccomandabili. La vera magia fu che mai nessuno cadde di sotto, c’erano più di quattro metri di dislivello, c’era da farsi male sul serio. Ma da che mondo è mondo gli angeli custodi hanno una predilezione per gli incoscienti. Non si spiegherebbe altrimenti.