REBEL REBEL PUB

3401 Parole
REBEL REBEL PUB Sailors fighting in the dance hall Oh man, look at those cavemen go It’s the freakiest show (David Bowie) Una sera di luglio, dopo aver provato a comporre un po’ di pezzi nuovi, ci venne fame. Il frigo era vuoto, tolto qualche immancabile alcolico. Fax propose di scendere a Villafranca, al Bassa Quota, la birreria migliore della zona. Se non altro per l’assenza di alternative. «Eh che palle quel posto! Cerchiamone un altro» si lamentò Fulvia stirandosi come una gatta che usciva dal suo sonnellino sul divano. Si mise a sedere e ruttò. «Sì, ha ragione lei, quel posto ha scassato» concordò Simo. «Vi ci porto io» proposi. «E da quando sei esperto di birrerie che manco ti piace!» rise acida Fulvia. «Ragazza, tu mi sottovaluti. Non mi piacciono le schifezze che bevete voi, ma ho scoperto che ce ne sono di veramente strepitose.» «Oh, abbiamo un sommelier tra di noi. Ma vaffanculo va’, comunque vediamo dove ci porti, anche se non mi fido un cazzo.» «Però guido io, non sono sicuro di ritrovare la via, se guido mi riesce meglio.» Partimmo sulla mia macchinetta bianca e mi diressi sì verso Villafranca ma a un tratto svoltai in una via laterale strettissima seguendo l’indicazione sbilenca appesa al tronco di un albero, un piccolo cartello ligneo con sopra disegnata una freccia di direzione e la scritta PUB. L’avevo notata qualche giorno prima vagando senza meta in cerca di vie a me sconosciute. «L’ultima volta che hai preso una strada simile hai passato la notte in caserma» osservò Mimmo divertito. «Abbiamo passato» puntualizzò Fax. «Abbiate fede nel Vex» risposi «e state zitti che mi deconcentrate.» Fecero più casino di prima. La strada si restrinse ulteriormente e poco più avanti si biforcò, grettamente asfaltata da un lato, tutta buche e sterrata dall’altro. Svoltai nella sterrata. «Oh, guarda che io non spingo eh!» disse Fulvia. «Ma non rompere sempre i coglioni, sei qui e se serve aiuti» le disse Simo. Intorno a noi iniziarono a infittirsi gli alberi. Seguendo il mio istinto scelsi altre quattro o cinque biforcazioni. Via via più nessuno parlava. Nessuno aveva la più pallida idea di dove fossimo finiti. «Ma dove siamo? Sembra un’altra dimensione, sei sicuro che esistano per davvero queste strade, come le hai trovate?» mi chiese Mimmo. «Istinto rock» replicai. D’un tratto la strada cambiò pendenza e prese a salire ripida obbligandomi a dare gas. Dopo un paio di stretti tornanti la pendenza finì e di fronte a noi si aprì uno spiazzo, largo all’incirca come il cortile della ciabotta, anzi di più. C’erano già altri veicoli in sosta. Due mi colpirono: uno era un vecchio camper Volkswagen, quelli che andavano in voga tra gli hippies, verde acido e targato Brescia; l’altro un Ducato malandato bianco targato Firenze. Poco più in là sorgeva un edificio a un solo piano, con le pareti in mattoni scrostati e in parte mancanti, e con un’insegna illuminata da una coppia di riflettori con su scritto: REBEL REBEL PUB. «Eccoci!» esclamai raggiante. «E questo che cazzo di posto è?» domandò Fulvia con sguardo ammirato. «C’è scritto» rispose pragmatico Simo. «Fottiti! Volevo dire: chi lo conosce?» «Finora nessuno tra noi. Anche per me è la prima volta che lo vedo, fin qui non mi ero mai spinto. Ma ho come la sensazione che diventeremo frequentatori abituali» dissi io. «Bella storia» concordò Fax con un mezzo sorriso compiaciuto. «Dai muoviamo il culo che muoio di fame» ci spronò Mimmo. Ci avviammo verso la porta, ma sulla soglia ci si parò di fronte un bizzarro individuo, altissimo e magrissimo, capelli neri di media lunghezza sparati all’in su e attorno all’intera testa tipo aculei di un istrice, occhi tenuti costantemente semi strizzati, giubbotto borchiato di pelle nera, anche se faceva un caldo della malora, in parte aperto sotto il collo a mostrare una catena chiusa con un lucchetto come monile, un basso elettrico a giro collo e tenuto a ciondolare al di sotto del pube su cui Adam fissò gli occhi senza più riuscire a distoglierli, una bottiglia di gin quasi vuota in una mano e una lontana parente di una sigaretta nell’altra. «Sid decide chi entra e chi no. Io sono Sid» ci disse con una parlata strascicata. Ci osservò uno ad uno, ci si avvicinò e ci annusò. «Mmmm, l’odore promette bene. Tieni, vediamo cosa sai fare» disse levandosi il basso e mettendolo tra le mani di Adam con movimenti molto lenti, quasi impastati, come la sua parlata. Fax guardò lo strumento da vicino e si sentì mancare, era un Laurus a cinque corde, totalmente artigianale, pregiatissimo. Gli calzava a meraviglia. Tastò un po’ le grosse corde coi polpastrelli e da lì a breve iniziò a suonarlo. Nessuno capì da dove, ma il suono usciva a volume sostenuto, sembrava quasi scaturisse dal corpo di Sid che ostentava un mezzo sorriso, uno di quei sorrisi che lasciano intendere una follia senza ritorno dietro di essi, dava i brividi. Fax prese velocità e alternò rapidamente precisissime tecniche di slapping ed improvvise emissioni di armonici in una sonorità che mai fino ad allora ci aveva offerto. Finì con uno stoppato secco e non potemmo fare a meno di applaudirlo. Anche Sid, con molta lentezza, con gli occhi socchiusi e con lo stesso sorriso di prima, lo applaudì, quindi tese la mano a reclamare lo strumento e se lo rimise a tracolla. «Suoni molto meglio di me. In verità qualsiasi bassista suona molto meglio di me. Ma di Vicious ce n’è uno solo, ricordalo, ce n’è sempre stato uno solo e ce ne sarà sempre solo uno. Potete entrare, fratelli.» Sid Vicious. Avevamo udito bene? In effetti gli somigliava. Ma per quanto ne sapevamo, doveva essere morto parecchi anni prima. Tuttavia c’era poco da stupirsi, il mondo era pieno di pretenziosi ed improvvisati emulatori di Elvis, perché mai non avrebbe potuto esserci qualcuno smanioso di somigliare a Sid-Criceto-Vicious? Lo osservammo ancora un po’ mentre aprivamo la porta, ricambiò disgustato i nostri sguardi e ci salutò alzando un dito medio. Il locale era grande, più della sala della ciabotta, anche se da fuori sembrava molto più piccolo. C’era un odore particolare, un misto di fumo, sudore, incenso, alcool, marjuana, sughero, polvere, metallo, erbe aromatiche. Nell’insieme era piacevole. Era l’essenza stessa di quel luogo. La maggior parte dei tavoli era piena, ce n’erano alcuni ancora liberi, uno in particolare ci attirò, era di forma pentagonale, perfetto per cinque come eravamo noi in quel momento. «C’hai preso, Mark! Fottuta stronza a non averti creduto!» mi disse Fulvia prendendomi alla sprovvista e spiaccicandomi le sue labbra sulle mie aprendomele a forza infilandoci la lingua in mezzo. Tempo di realizzare la cosa, si era già staccata e seduta. Lanciai un’occhiata a Kurt, non poteva non aver visto, ma era chiaro che non gliene fregava un accidente. Dopo un attimo ci raggiunse l’oste. «Benvenuti ragazzi, vi lascio i menù. Gli elisir sono tutti artigianali, tutta roba fatta in casa dal sottoscritto.» Media altezza, slanciato, capelli corti cangianti, un attimo sembrava biondo l’attimo dopo castano scuro, sguardo penetrante, l’occhio destro azzurro e il sinistro molto più scuro. Restammo basiti, sembrava lui, ma come poteva esserlo? Il cibo era quello che ci si può aspettare in qualsiasi pub degno di tale nome; quanto alle bevande, o meglio agli elisir, ci lasciarono un attimo interdetti. Non uno aveva indicazioni su cosa fosse. C’era solo il nome. E i nomi erano i seguenti: Absolute beginners, Life on Mars, China Girl, Underground, Ziggy Stardust, Heroes, Space oddity, Starman, Ashes to ashes, The man who sold the world, Blue Jean, Under pressure, Young americans, Black tie white noise, Rubber band, The width of a circle, Diamond dogs e altre ancora. Ordinammo da mangiare, ma non ci fu verso di cavargli qualche notizia sulle bevande, ci disse solo: «Lasciatevi guidare dall’istinto e troverete quella giusta. Parola di mister G.» E così fu. Non saprei dire se fossero birre o liquori o analcolici. Non avevo mai assaggiato nulla di simile, nessuno di noi lo aveva mai fatto. Non si limitavano a dissetare, donavano sensazioni, emozioni, idee, soluzioni. Eravamo increduli, ma il meglio doveva ancora venire. Tra i molti tavoli affollati ce n’erano un paio, a pochi passi dal nostro, che attirarono la nostra attenzione, entrambi con cinque persone sedute attorno, poco più vecchie di noi. In uno spiccava la presenza di quello che già a prima vista trasudava leadership, sguardo profondo e fiero, capelli scuri e lunghi raccolti in una coda ben tirata che metteva in evidenza una notevole stempiatura, benché nel complesso la chioma fosse folta, giacca di pelle nera e pantaloni uguali, molto attillati. Nell’altro, invece, risaltavano in due, entrambi dotati di lunga e scura criniera, uno molto riccia l’altro semplicemente ondulata e adornato di collane e ciondoli di ogni forma e dimensioni, era proprio quest’ultimo che appariva come il collante del gruppo, quello a cui gli altri avrebbero guardato prima di prendere iniziative, aveva uno sguardo da guru, con quegli occhi che sembrano sempre vedere oltre. Si accorse che lo fissavo e mi fece un cenno di saluto che ricambiai. Quindi si alzò e ci raggiunse stringendomi la mano e si presentò osservando compiaciuto la mia croce ankh. «Omar, lieto di fare la vostra conoscenza e di rendervi partecipi della mia musica» disse guardandoci uno ad uno. Aveva detto mia, non nostra. In effetti scoprimmo dopo che tutte le loro canzoni le componeva lui, lasciando ben poco margine di intervento agli altri della band. L’accento era un misto tra il veneto e il lombardo, il camper targato BS doveva essere il loro. Un istante dopo, restando comodamente seduto, anche il tizio dell’altro tavolo ci parlò, quello vestito in pelle. «Stasera li cuciniamo per benino ’sti ragazzacci bresciani!» disse ridendo con marcato accento toscano. «Piero» si presentò indicandosi con due dita sul petto. Quello seduto vicino a lui si alzò e, più educatamente, venne a presentarsi di persona. Lui andò dritto da Kurt, come se avesse intuito subito chi era il nostro riferimento. In quel periodo, in effetti, era lui. «Ghigo, chitarrista di quella band di scoppiati.» «Anche noi suoniamo. Tranne lei, è la nostra groupie, ne abbiamo una sola al momento e dobbiamo tenercela buona e portarcela dietro come una ventosa» gli spiegò Simo abbracciando Fulvia che per tutta risposta gli piantò le unghie nel braccio. A fondo. «Brutta troia!» la insultò e la baciò al contempo. I nostri ospiti risero. «Siete già sulla giusta via» osservò Omar. «Come vi chiamate?» Non facemmo in tempo ad aprir bocca che una voce aggiunta rispose per noi: «Non lo sanno ancora, non hanno ancora completato la formazione, il nome non è ancora pronto, verrà da sé al momento opportuno. Ma se sono arrivati fin qui significa che sono dei predestinati, come tutti quelli che trovano questo posto». Così parlò l’oste mentre ci portava altri elisir. Non ricordavo di aver chiesto nulla, ma in effetti ne avevo voglia. Nessuno gli disse di riportarsi indietro le bottiglie. Ci guardammo cercando di interpretare meglio il senso di quelle parole, a tutti gli effetti aveva detto la sacrosanta verità, eppure non ci aveva mai visto prima. «Solo i predestinati trovano questo posto» ci disse come se ci avesse letto nel pensiero. Nessuno replicò e lui proseguì. «A dire il vero, è il posto che decide di farsi trovare. Solo quando vuole lui. O quando voglio io, il che è più o meno la stessa cosa. Loro» disse stendendo il braccio a indicare i due tavoli vicini al nostro «son già stati qui in precedenti occasioni e hanno avuto modo di vedere da vicino dei talenti all’opera, traendone beneficio. Adesso son pronti per esibirsi. Stasera si sfideranno a colpi di assoli e di ritmi battenti. Nessuno vincerà e nessuno perderà, non è questo il punto, nel rock non ci sono sconfitti e non ci sono vincitori, ma sarà un’occasione rara per chi li ascolta. Chiaramente sarete liberi, come tutti gli altri spettatori, di preferire gli uni o gli altri, ma sarà solo un vostro gusto personale. Quel che è certo è che nel prossimo futuro sentirete parlare di loro. Chi arriva qui sorseggia magici elisir e ascolta musica degli dei. E apprende i segreti più intimi del rock. Fatene tesoro.» Ciò detto si avviò versi altri tavoli. «Mister G, ragazzi, portate rispetto. Sempre» sentenziò Omar. «Perché mister G?» domandai io. «Nessuno lo sa. All’anagrafe è David. David Bowie. Ma sapete, i soprannomi sono una roba strana, ti si appiccicano addosso senza ragioni concrete e poi non ti mollano più» aggiunse Ghigo, col tono di chi la sapeva lunga in materia. Nessuno di noi poté dargli torto. Solo adesso notammo le foto appese dietro il bancone. In ognuna c’era sempre mister G, quel che cambiava erano quelli che stavano abbracciati con lui o quelli con cui suonava sul palco, tutti pezzi da novanta del panorama musicale internazionale. E quel che più mi lasciò stupito fu il vederlo ogni volta con un diverso strumento, come se fosse in grado di suonarli tutti. Oltre al microfono ovviamente, cantante e polistrumentista. Così sembrava. «Ma è davvero in grado di suonare tutti quegli strumenti?» domandai più che altro dando voce a un mio interrogativo senza staccare gli occhi dalle foto. «E te tu ne dubiti?! E lo fa perfino bene, quel bischero!» mi rispose Piero, che nel frattempo si era degnato di raggiungerci. «E devi sentire come canta quel diavolo» aggiunse il ragazzo con la criniera riccia, anche lui ormai parte del crocchio attorno al nostro tavolo. Fulvia guardava rapita i nuovi arrivati. Penso che, se non fosse stata insolitamente sobria, se li sarebbe scopati sul posto senza problemi. «Francesco» si presentò l’ultimo arrivato. Doveva essere il cantante, aveva una voce estremamente musicale e armoniosa anche solo nel parlato. Il mio orecchio stava diventando sempre più fino. Fin troppo, a volte. Sentivo stonature impercettibili a un normale essere umano e riconoscevo uno strumento lievemente scordato non appena emetteva un suono. «Se siete fortunati, Bowie più tardi eseguirà un brano dei suoi» ci disse Omar. «Mai sentiti. Però ha un nome da superstar» osservò Mimmo. Mimmo aveva, indiscutibilmente, altri gusti. Bowie era un nome che circolava già da un po’, solo eravamo sorpresi nel saperlo dentro quelle mura. Ma già all’epoca non ci ponevamo troppe domande sulla vita delle rockstar, tutto era possibile in quelle esistenze. «Li suona solo qui dentro. Notevoli. Ma quando esci te li dimentichi.» Lo guardammo come se fosse pazzo. La faccia ce l’aveva. «Ha ragione, è proprio così. E quando torni qui te li ricordi» confermò Ghigo leggendo le nostre espressioni. «Siamo capitati nel posto giusto. Questi son più fuori di noi» disse Kurt ridendo. «Pensa che noi ci dimentichiamo pure i nostri brani, da una volta all’altra li suoniamo diversi. Praticamente è come se ne avessimo già scritti un centinaio» raccontò Mike ai nostri ospiti. «Prima o poi li incidiamo sul serio, così non dobbiamo improvvisare ogni volta. Va bene che questo qui» e mise una mano sulla mia spalla «c’ha un orecchio infallibile e sta imparando a strimpellare le sue corde da far paura e che quest’altro» toccò Adam «suona il basso come stesse giocando coi Lego, prima ha lisciato i capelli al tizio sconvolto là fuori, per non parlare del nostro vocalist» puntò l’indice su Kurt «che canta praticamente qualsiasi cosa, però è meglio se qualcuno impara a scriverli sul serio i brani o ce li scordiamo. Già che sono belli, sarebbe un peccato.» Lo lasciammo parlare sorridendo, c’era poco di vero ma dava un tono al gruppo. Forse Fulvia lo avrebbe sputtanato volentieri ma era troppo assorta a guardare i nostri ospiti, probabilmente non aveva sentito una sola parola. «E tu devi essere il batterista» osservò Omar. «Lo deduci per esclusione?» gli chiese Mike. «No, per certezza. Il batterista è sempre quello che le spara più grosse, quindi non puoi che essere tu» gli spiegò sorridente. Prima che chiunque altro potesse inserirsi nel discorso, la voce di mister G eruppe nel locale e d’incanto si fece silenzio assoluto. Era salito sul palco in fondo alla sala, rialzato di circa mezzo metro rispetto al resto. Era già tutto allestito, ogni strumento al suo posto. Avrebbero condiviso la batteria. «Stasera suoneranno per voi due gruppi che faran parlare di sé. Tutti per voi direttamente da Firenze, i Litfiba!» gridò al microfono. In effetti, a vederlo lì, sembrava che quella fosse la sua postazione naturale. Piero, Ghigo e compagni ci lasciarono e si diressero tra applausi e incitamenti verso il palco. Attaccarono con un verso gutturale di Piero, quasi mostruoso. Il resto della band lo seguì in perfetto sincrono. Bravissimi. Anche il testo era avvincente. El diablo, il titolo. Fu un trionfo. Ne seguirono altre, molto forti e intense, gran bel sound. Il cantante si muoveva sinuoso, perfettamente a suo agio, magnetico e capace. Voce vellutata e ben controllata, timbro molto particolare. Spesso offriva le sue terga esaltate da attillati pantaloni in pelle al deliziato pubblico femminile, che non mancava di sottolineare la propria soddisfazione con grida di giubilo. Un animale da palco. Ghigo era un chitarrista delizioso, ritmica eccezionale e fraseggi per nulla scontati, aveva un modo di suonare all’apparenza calmo e tranquillo, come se fosse la cosa più facile del mondo, ma l’effetto era notevole, dava un timbro tutto suo. Gli altri assolutamente all’altezza della situazione. Anche il nome del gruppo non era niente male. Dopo l’ultimo brano mister G salì sul palco e insieme a loro fece un inchino al pubblico, sottolineando la loro ottima esibizione. Anche i nostri vicini di tavolo, che si sarebbero esibiti subito dopo, avevano seguito in silenzio i loro brani e li avevano applauditi con convinzione e ammirazione. Si diedero il cambio, Piero e band si sedettero accanto a noi minimizzando la loro performance di fronte ai nostri reiterati complimenti. Mister G presentò il nuovo gruppo senza pronunciare il loro nome, disse solo che lo avrebbero detto loro all’interno della loro prima canzone, era il nome di un vecchio gioco, uno di quelli ormai dimenticati. Attaccarono con un brano a cappella dove tutti e cinque davano il loro contributo. Decisamente bravi. Il nome del vecchio gioco aveva un’assonanza evocativa: Timoria. Poi entrò Omar con la sua Gibson Les Paul con una serie di accordi poderosi seguiti dalla voce limpida e stentorea di Francesco che volava Senza vento sulle note dei bravi strumentisti che lo circondavano. Anche lui aveva una buona presenza scenica, non all’altezza di Piero, ma di sicuro non passava inosservato e, ad ogni modo, il controllo vocale e l’estensione erano superiori, un valore aggiunto per l’intera band. Chi, in questa band, magnetizzava gli spettatori era Omar, era lui l’anima indiscussa del gruppo. Si permise perfino, tra un brano e l’altro, di declamare una poesia di sua composizione sostenuta da un suo graffiante arpeggio, raccogliendo ottimi consensi. Anche la loro esibizione terminò con successo. Mister G salì anche con loro a inchinarsi al pubblico. Poi chiese a Omar in prestito la Les Paul e se la mise a tracolla scatenando un’esplosione di gioia tra gli spettatori. Indicò quattro persone tra il pubblico e le invitò a salire con loro. Non sapevo chi fossero, ero ancora parecchio ignorante all’epoca, ma ero pronto a scommettere che avrebbero dato spettacolo. Infatti. Ognuno si mise a uno strumento ed eseguirono un unico brano, ma fu fantastico. Ghigo, udite le prime note, ci disse: «Absolute beginners, eccezionale! Fate silenzio, canta Bowie». Lo ascoltammo, aveva ragione. Cercai di studiare gli accordi e di memorizzarla, almeno in parte. Al termine ci fu una standing ovation. Non lo sapevamo ma avevamo appena assistito all’esibizione di uno dei più grandi cantanti rock di tutti i tempi. «Ma scusa nonno, David Bowie non era già super famoso a quei tempi?» mi domanda la solita piccola irriverente Alanis. «E tu cosa vuoi saperne? Mica c’eri a tu a quei tempi.» «No, ma certe cose le so.» «Sei sicura di saperle bene? Sei sicura che le cose siano veramente andate come ti han sempre raccontato?» «Lascialo perdere, mica starai a credergli? Mica vorrai credere davvero che Bowie gestisse un pub in mezzo ai boschi e che lui lo abbia conosciuto in prima persona? Ci prende in giro. Cerca solo di darsi un tono» dice Dolores un po’ scocciata. «Sentite un po’, ragazzine, mi avete chiesto voi la storia, sì o no? E allora lasciatemela raccontare. Se pensate di conoscerla meglio di me, raccontatevela da sole» replico piccato. «No no raccontala pure tu, solo credo tu stia confondendo un po’ le cose, ma non importa, tutto sommato non è male.» Tutto sommato non è male. Tutto sommato non è male??? Tutto qui quel che sa dire quell’algida lentigginosa? Io qui a far sforzi mnemonici immani e affrontare ricordi belli sì, ma dolorosi, e lei cosa mi dice? Non è male? Bisbetica irriverente. Guardo l’orologio appeso al muro. «Per oggi basta così, sono stanco, ho bisogno di riposare. Andate pure, vostra madre sarà qui a momenti, ci vediamo la prossima volta. Se vorrete.» Mi guardano perplesse, poi si guardano a vicenda e si incamminano verso la porta. Io mi alzo dalla poltrona e mi dirigo alla finestra appoggiando la fronte ai vetri e osservando l’orizzonte e il giardino sotto di me. Un piano. Nemmeno abbastanza per gettarsi di sotto e farla finita. Sento le lacrime farsi strada attraverso i miei occhi, anche se non voglio. E soprattutto non voglio che le vedano le mie nipoti, per questo non mi volto a salutarle quando escono. Prima che la porta si richiuda mi sembra di sentire la più grande dire alla più piccola: «Non farci caso, è solo un vecchio rimbambito e permaloso». Forse me lo sono solo immaginato. O forse ha ragione lei.
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