ROY/DIDI/BITTAN
Like a river that don’t know where it’s flowing
I took a wrong turn and I just kept going
Everybody’s got a hungry heart
(Bruce Springsteen)
Alcuni giorni dopo aver assistito all’esibizione al Rebel Rebel Pub, più o meno a metà luglio, Kurt si presentò in ciabotta con una macchina nuova. Anche se nuova era un termine un po’ fuori luogo.
Avevamo tutti la nostra chiave personale e in quel momento io e Mike stavamo provando l’intro di un brano a cui si stava dedicando già da un po’. La batteria in saletta conservava ben poco di quello che aveva lasciato lì il precedente batterista, giusto il charleston. Un po’ alla volta Mimmo aveva portato i suoi tom, i suoi piatti, il suo rullante, la sua grancassa e altri elementi di cui facevo fatica a ricordare i nomi. Diversi pezzi se li era costruiti lui nell’officina di suo padre, anche lui era molto bravo a lavorare il metallo e altri materiali, doti innate. Comprava giusto le pelli, scegliendole accuratamente a seconda del suono che voleva produrre, io avrei avuto serissime difficoltà a distinguerne una dalle altre, il resto bene o male riusciva a sistemarlo da sé. E ne usciva un suono particolare rispetto a quello che scaturiva da pezzi preassemblati. Stava lentamente costruendosi una specie di barriera e vederlo diventava sempre più difficile. In compenso lo si sentiva. E come! Aveva deciso di intitolare il brano Six o’clock, giusto perché aveva iniziato a suonarlo alle sei di quella mattina dopo aver passato una notte insonne accompagnando e assistendo sua madre all’ospedale. Nulla di grave, mi disse.
Il passaggio di percussioni iniziali era entusiasmante, sembrava avesse addirittura una melodia. Come tutti noi, ogni giorno stava diventando decisamente più bravo, specie da quella sera al Rebel, era come se una sorta di fluido impalpabile ci fosse penetrato nelle ossa.
Io ero arrivato qui verso le nove, a quel punto i primi due minuti del brano erano già completi, quanto meno per la batteria. Mi mostrò il suo ultimo artificio: aveva costruito, utilizzando una catena dismessa di una moto da trial e una serie di altri componenti di recupero, un doppio pedale per la grancassa, così poteva raddoppiare il ritmo di marcia. Gran bel lavoro, mi fece sentire subito l’effetto, era davvero gagliardo. Poi tornò al brano e insistette che subentrasse un fraseggio molto tecnico di chitarra, non scriveva testi ma per la musica aveva idee e capacità più che elevate, così mi misi all’opera e tirammo fuori un bel risultato. Certo ci fosse stato anche il basso sarebbe stato meglio, ma di Adam fino alle dieci e mezza neanche l’ombra. Arrivò prima Kurt, con la sua nuova Peugeot 205 rossa, versione GTI. Bella tamarra. E con una bella cicatrice al di sopra del sopracciglio sinistro.
Ci raccontò che la Panda si era suicidata contro un albero due sere prima, in effetti non si era più fatto vedere. A suo dire lo sterzo aveva deciso di non funzionare più, ma era molto più probabile che la vera causa fosse di tipo etilico. Quale che fosse la ragione, il risultato non cambiava. Un po’ dava lezioni di canto, un po’ si arrabattava con qualche lavoretto come magazziniere o benzinaio, di riffa o di raffa qualche soldo riusciva a racimolarlo. La 205 l’aveva trovata di terza mano, decisamente malridotta e decisamente a basso prezzo. Marmitta semisfondata, faceva un rumore del diavolo, ruote quasi lisce, un fanalino dietro mezzo rotto per non parlare del paraurti che stava su per grazia ricevuta e la fiancata destra strisciata per metà contro un muro. Ma nel complesso la sua presenza scenica ce l’aveva, nel cortile della ciabotta non sfigurava per nulla.
Mentre ci mostrava il suo nuovo gioiello a quattro ruote arrivò Adam.
Scese dalla sua Punto grigia e con calma si fece un giro attorno alla 205 senza mai togliersi i Rayban, affiancato da un paio di gatti sbucati all’improvviso da un cespuglio, lui guardava la macchina mentre noi guardavamo lui in attesa di un inevitabile responso e infine disse, rivolto a Kurt: «Questo rottame in quale discarica l’hai recuperato?»
«’Sto ferrovecchio seppellisce te e la tua schifezza quando vuole. Ci facciamo un chilometro lanciato?»
«Mi sa che al massimo arrivi a duecento metri poi si smonta. E poi non mi piacciono le gare, lo sai.»
«Perché tanto sai che hai già perso in partenza, per questo non ti piacciono. E comunque non ce n’è bisogno. Semmai battezziamo questa perla francese e andiamocene un giorno al mare» propose Kurt.
Ci guardammo e annuimmo in contemporanea. L’idea era più che buona.
«Dove?» domandai io.
«Auto francese, mare francese» rispose Kurt senza ammettere repliche.
«Allora passiamo dal Tenda» proposi.
«Questo era ovvio. Così non ci tocca cagare i soldi per l’autostrada. E poi vedrete all’opera questo mostro nelle curve, non si stacca da terra neanche a volerlo» concluse Kurt.
La cosa non deponeva a favore della nostra incolumità, ma se guidava lui non poteva che essere così.
«Almeno sei ancora sobrio?» gli chiese Mimmo.
«Solo due birre stamattina. Praticamente astemio» fu la risposta.
Saltammo a bordo e partimmo. E fu quel giorno che trovammo il quinto componente della band. Dopo una serie di impensabili peripezie.
Provinciali, statali, comunali, percorremmo tutte le strade possibili purché prive di pedaggio, prolungando il tragitto di decine di chilometri e di almeno un paio d’ore, ma visto e considerato che avevamo meno di vent’anni andava benissimo così, anzi era perfetto così, perché non era certo la meta quel che davvero contava, ma il viaggio.
A proposito della meta, la decidemmo strada facendo. Nizza. Anche se non ci saremmo mai arrivati.
I nostri sogni si infransero lungo la strada del Col di Tenda, sul versante francese.
Passammo lo stretto tunnel a senso unico alternato intorno a mezzogiorno e iniziammo a scendere i tornanti panoramici.
«Fax, notizie di Calino?» domandò Kurt.
«È in down. Sta passando uno dei suoi periodi.» Adam era quello che con Calino aveva più rapporti, si conoscevano da sempre.
«Vabbè, però digli che venga in ciabotta, suona, beve, fuma, vedi che gli passa. Magari dico a Fulvia di procurargli un’amica zoccola che lo tira su» propose Kurt.
«Non verrà mai. Quando è in down si chiude in camera a luci spente e imposte chiuse e ascolta solo musiche demoniache, come le chiama lui. Gli passerà, come le altre volte.»
«Cosa suona?» chiese Mike che tra tutti era quello che lo conosceva meno e lo aveva visto solo un paio di volte scambiandoci a malapena due parole.
«Suonerebbe la chitarra ma da quando è arrivato lui» e mi indicò mettendomi una mano sulla spalla «ha praticamente smesso» spiegò Fax.
«Ecco è colpa tua. Lo hai depresso» rise Mimmo voltandosi a guardarmi.
«Non penso ci sia bisogno di interventi esterni per deprimerlo» mi difesi.
«Sì, tu non c’entri. Tanto suonava solo a fasi alterne e non si sarebbe mai esibito in un concerto in pubblico. Quanto meno non oltre i sei chilometri di raggio dalla ciabotta» aggiunse Fax.
«Cioè?» domandai.
«Cioè che è completamente fuso. Sostiene che oltre quel raggio non può suonare. Tra la ciabotta e casa sua ci sono cinque chilometri e settecento metri, li ha misurati più volte. Quindi in linea d’aria ce ne sono sicuramente meno, vale a dire che, considerando casa sua come centro dell’universo, in ciabotta può suonare. Poi, visto che la band si è formata in ciabotta, allora, parlando di concerti, il punto di riferimento, l’epicentro, diventa la ciabotta. Solo che dalla ciabotta, nel raggio di sei chilometri, si trovano solo campi e cascine.»
«Quindi no concerti» arguii.
«A meno che ci mettiamo a suonare per i contadini.»
«Perché proprio sei chilometri?» domandò Mimmo.
«Una volta gliel’ho chiesto anch’io. Mi ha solo detto che il sei è il suo numero-benessere. O numero-agiatezza. Qualcosa del genere. Al di fuori di quello non se la sente.»
«Te l’ha detto in fase down?»
«No, era allegro. Per quanto può essere allegro lui, insomma.»
«Sempre stato un disfattista. Già io mi considero un pessimista, ma con lui non c’è storia» intervenne Simo voltandosi indietro e lasciando che la macchina procedesse da sé fino a sfiorare un paracarro.
Probabilmente Adam conosceva i motivi del carattere cupo di Calino o quanto meno conosceva una parte della storia che lo aveva portato ad essere così autodistruttivo, ma non ne fece parola. Né noi glielo domandammo. Ognuno aveva i suoi problemi post adolescenziali da affrontare, nessuno di noi veniva da una situazione così facile o così normale, ma ognuno si teneva per sé i suoi spettri, nessuno si lamentava apertamente dei suoi tormenti. Un po’ forse per non apparire deboli, e un po’ per non buttare sugli altri un’ulteriore dose di merda quotidiana. Nessuno parlava e nessuno chiedeva. Certo, se uno di noi lo avesse fatto, gli altri lo avrebbero sicuramente ascoltato e probabilmente confortato, ma ciò non accadeva. Avevamo l’illusione di essere forti, solidi, equilibrati, l’illusione che niente e nessuno potesse spezzarci. Anche se i nostri sguardi, di tanto in tanto, tradivano un’altra verità. E quando questi sguardi si incrociavano l’uno con l’altro eravamo lesti a distoglierli, ma non prima di aver letto negli altri occhi i riflessi di tutti i nostri spiriti interiori, non prima di esserci capiti a fondo con un semplice colpo d’occhio. Ecco perché, in definitiva, non parlavamo di certe cose, non ce n’era bisogno, bastava uno sguardo.
Non era solo la musica a legarci. C’era molto di più. E ne eravamo tutti consapevoli.
Il viaggio, intanto, proseguiva. Era una giornata nuvolosa, di tanto in tanto il sole si affacciava timidamente e innalzava subito la temperatura, era pur sempre luglio inoltrato, speravamo, una volta al mare, che non peggiorasse e non volgesse a pioggia. Le previsioni meteo non erano state minimamente prese in considerazione. Avevamo deciso di partire e lo avevamo fatto senza porci dubbio alcuno. Costeggiammo il fiume Roja in silenzio, sullo sfondo un brano dei Sepultura. Kurt aveva preparato una compilation in stile heavy metal con gruppi, oltre a quello in onda, come Judas Priest, Black Sabbath, Deftones, Fear factory, selezionando brani dove il cantante dava sfogo alla sua rabbia o al suo dolore utilizzando la tecnica vocale growl. A me faceva un po’ cagare, quanto alla musica nulla da dire, bravi erano bravi, ma del cantato non si capiva un accidente. Lui invece sembrava esaltato e aveva deciso di impossessarsi di quella tecnica. Gli cantava sopra a tratti, e gli riusciva perfino bene. Anche Mike sembrava bendisposto, Adam, come me, un po’ meno.
A un tratto notammo un’auto, una grossa berlina Bmw grigio metallizzata, ferma sulla banchina di destra, in una posizione atipica; poco oltre una stretta strada laterale si inerpicava lungo il fianco della collina e saliva ripida perdendosi in una serie di angusti tornanti che, con ogni probabilità, conducevano a qualche bella villetta isolata.
«Scommetto che stan scopando» disse Mimmo seduto a fianco di Simo «rallenta un po’ che gli rompiamo i coglioni» finì abbassando con una mano il finestrino laterale e con l’altra il volume della radio.
Kurt non se lo fece ripetere due volte e di colpo sterzò, portandosi a pochi centimetri dall’altra macchina e inchiodando di colpo.
Proprio scopando no, ma era più che evidente che il tizio seduto al volante, a occhio e croce trentenne o anche più, con un’espressione trasognata, si stesse godendo le gioie del sesso orale. Si voltò a guardarci con una faccia a metà tra il sorpreso e l’incazzato, dovevamo averlo interrotto proprio sul più bello. Ma restammo ancora più stupiti quando si sollevò la testa dell’esecutore. Era un maschio, fatto e finito, pizzo e baffi inclusi.
«Ma che schifo! Vattene o questi ci inculano!» gridò Mike avendo cura di farsi sentire bene.
«Ma con quei bei mustacchi non te lo graffia?» domandò a voce sostenuta Kurt, invece di accelerare e sparire, al tipo che adesso aveva assunto uno sguardo truce.
Un attimo dopo, però, accelerò sul serio. Quando vide cosa gli mostrava l’altro. Non si sa da dove ma aveva tirato fuori una pistola, nera e grossa e minacciosa e aveva pensato bene di puntarla nella nostra direzione. «Vi sparo in culo. Uno ad uno» sillabò lentamente senza emettere un suono. Nessuno di noi era esperto di lettura labiale ma lo capimmo al volo.
Quel che davvero ci preoccupò, una volta che ci fummo allontanati rapidamente, fu il renderci conto che ci stavano seguendo. Non si erano accontentati di spaventarci mostrandoci un’arma che, a tutti gli effetti, poteva anche essere finta, ma adesso si erano lanciati al nostro inseguimento. Erano in due, noi il doppio. Quindi, probabilmente, non era finta.
«Mai mettersi tra un uomo e il suo orgasmo» dissi io ostentando una coraggiosa ironia, mentre guardavo dietro preoccupato. L’osservazione ci fece comunque ridere. Stemperare, sempre e comunque.
Non mollavano. Simo continuò a prendere velocità e fare curve al limite dell’aderenza. Da quelle parti le strade sono strette e ci sono dei punti dove da un lato c’è il dirupo con il fiume sul fondo e dall’altro una parete di rocce aguzze e frastagliate. Pochi, pochissimi rettilinei. E decisamente brevi.