— Un di codesti cavalli è mio, corpo di...! — gridò — ... ma io son disposto a regalarti cinque franchi pel disturbo che ti sei preso di portarmelo fin qua.
— Hai voglia di scherzare — disse il soldato.
Fabrizio a sei passi lo prese di mira.
— Lascia il cavallo o ti mando all’altro mondo.
Il soldato aveva il fucile a tracolla e fece con la spalla una mossa per imbracciarlo.
— Se fai il più piccolo movimento ti sparo! — gridò Fabrizio andandogli addosso.
— Be’, date i cinque franchi e pigliatevi un dei cavalli — assentì il soldato tutto confuso, dopo aver data un’occhiata alla strada maestra, col rammarico di non vederci nessuno. Fabrizio, tenendo il fucile alto con la sinistra, gli gittò con la destra tre scudi.
— E ora smonta o sei morto! Metti la briglia al morello, e vattene con gli altri due: se ti muovi t’accoppo.
Il soldato obbedì arricciando il naso. Fabrizio s’accostò al cavallo, si passò la briglia nel braccio sinistro, tenendo sempre d’occhio il soldato che si allontanava molto adagio: quando lo vide a una cinquantina di passi, saltò svelto in sella. C’era appena montato e cercava col piede la staffa destra, quando sentì fischiare una palla assai vicino: una fucilata tiratagli dal soldato. Infuriatissimo, Fabrizio si mise a galoppargli addosso, ma quegli, prima fuggendo, poi galoppando a sua volta sopra uno dei due cavalli, fu presto fuori di tiro.
Il cavallo comprato era magnifico, ma pareva morir dalla fame. Fabrizio tornò sulla strada in cui non si scorgeva anima viva, la traversò e si mise al trotto per andar verso una piccola insenatura a sinistra dove sperava trovar la cantiniera; ma di lassù a più d’una lega d’intorno non vide che qualche soldato disperso. «È scritto che non la vedrò più — disse sospirando. — Brava e buona donna.» Giunse a una casa che si vedeva da lontano sulla destra della strada. Senza smontar da cavallo, e dopo aver pagato anticipatamente, fece dar dell’avena alla sua povera bestia, così affamata che mordeva la mangiatoia. Un’ora dopo, trottava sulla strada maestra, sempre con la vaga speranza di riveder la cantiniera, o per lo meno il caporale. Andava e guardava da ogni parte, finché giunse a un fiume fangoso, traversato da un ponte di legno assai stretto. Prima del ponte, sulla destra, era una casa isolata con l’insegna del «Cavallo bianco». «Là desinerò» disse Fabrizio.
Un ufficiale di cavalleria col braccio al collo stava all’ingresso del ponte: era a cavallo e aveva un’aria assai triste; a dieci passi da lui, tre soldati di cavalleria appiedati caricavano le loro pipe. «Questa è gente — disse tra sé Fabrizio — che m’ha tutta l’aria di volermi comperare il cavallo anche per meno di quel che mi costa.» L’ufficiale ferito e i tre a piedi lo guardavano e sembravano attenderlo, «Io, veramente, non dovrei passar su quel ponte: dovrei seguire invece la riva del fiume, a destra: che sarebbe la via consigliatami dalla cantiniera per cavarmi d’impaccio. Già, — monologava il nostro eroe — ma se ora scappo, domani me ne vergognerò. Eppoi il mio cavallo ha buone gambe: quello dell’ufficiale forse è stanco: se si prova a smontarmi, galopperò.» Così ragionando, Fabrizio tratteneva il cavallo e andava più lento che potesse.
— Avanti, dunque, ussero! — gridò l’ufficiale col tono del superiore.
Fabrizio fece qualche passo e si fermò.
— Volete pigliarmi il cavallo? — gridò.
— Ma neanche per idea! Avanti.
Fabrizio guardò l’ufficiale: egli aveva i baffi bianchi e l’aria del miglior galantuomo: il fazzoletto che gli sosteneva il braccio sinistro era pieno di sangue, e anche la mano destra era fasciata di tela insanguinata. «Saranno gli appiedati che salteranno alla briglia» pensò ancora Fabrizio; ma guardando da vicino s’accorse che anche gli appiedati eran fasciati.
— In nome dell’onore, — disse l’ufficiale che aveva gli spallini da colonnello — rimanete qui in vedetta, e dite a quanti dragoni, cacciatori e usseri vedrete, che il colonnello Le Baron è in quest’albergo, e che dà loro ordine di venire a raggiungerlo. — Il vecchio colonnello aveva un’aria accorata; fin dalle prime parole si conquistò il nostro eroe, ch’ebbe il buon senso di rispondere:
— Io son troppo giovine, signor colonnello, perché mi dian retta: ci vorrebbe l’ordine scritto di sua propria mano.
— Hai ragione — disse il colonnello guardandolo fisso. — Scrivi l’ordine, La Rose, tu che hai una mano destra.
Senza dir parola, La Rose levò di tasca un libretto coperto di pergamena, scrisse alcune righe, e strappato un foglio lo consegnò a Fabrizio: il colonnello gli ripeté l’ordine, aggiungendo che dopo due ore gli si sarebbe dato il cambio, come era giusto, da uno dei tre cavalieri feriti ch’eran con lui. E, detto ciò, entrò nell’albergo insieme con i suoi uomini. Fabrizio li guardava camminare, e restava immobile in capo al ponte di legno, tanto l’aveva colpito il dolore tacito e cupo di quei personaggi. «Paion genii incantati» si disse. E aprì il foglio e lesse:
«Il colonnello Le Baron, del 6° dragoni, comandante la seconda brigata della prima Divisione di cavalleria del quattordicesimo Corpo, ordina a tutti i cavalleggeri, dragoni, cacciatori e usseri di non passare il ponte e di raggiungerlo all’albergo del “Cavallo Bianco” vicino al ponte medesimo dove egli ha posto quartier generale.
Dal quartier generale presso il ponte della Santa, 19 giugno 1815.
Pel colonnello Le Baron ferito al braccio destro e per suo ordine,
LA ROSE quartiermastro».
Fabrizio era appena da mezz’ora di sentinella sul ponte quando vide arrivare sei cacciatori a cavallo e tre a piedi; comunicò loro l’ordine del colonnello.
— Fra poco si torna — dissero quattro dei cacciatori a cavallo, e passaron il ponte al gran trotto. Fabrizio parlò allora agli altri due: durante la discussione, anche i tre a piedi passaron il ponte: un dei cacciatori a cavallo rimasti, chiese di riveder l’ordine, e lo portò via dicendo:
— Lo voglio mostrare a’ miei camerati che torneranno di certo: aspettali pur qui. — E così dicendo partì al galoppo seguito dal compagno. Tutto ciò in un baleno.
Fabrizio, furente, chiamò un dei soldati feriti che s’affacciò a una finestra del «Cavallo bianco». E il soldato, cui egli vide i galloni di quartiermastro, scese avvicinadosegli.
— Ehi, dico, sciabola in pugno! siete di fazione. — Fabrizio obbedì, poi disse;
— Han portato via l’ordine.
— Sono arrabbiati per la faccenda di ieri — spiegò l’altro accigliato. — Vi darò una delle mie pistole: se qualcuno si prova ancora a forzar la consegna, sparate in aria: verrò io, o si farà veder lo stesso colonnello.
Fabrizio s’era benissimo accorto d’una certa mossa del quartiermastro quando sentì dell’ordine portato via; capì che l’avevan preso a gabbo, e si promise di non permettere una seconda canzonatura.
Armatosi della pistola d’arcione del quartiermastro, riprese fieramente la sua fazione; e si collocò in modo da sbarrare il ponte. Quando si vide venir davanti sette usseri a cavallo, comunicò loro l’ordine del colonnello, dal quale parvero assai contrariati: il più ardito, anzi tentò di passare, ma Fabrizio, seguendo il savio consiglio dategli la mattina antecedente dalla cantiniera, che cioè bisognava tirar di punta e non di taglio, abbassò la punta del suo sciabolone e fece come se volesse colpir quello che s’era provato a forzar la consegna.
— Guarda guarda! o non ci vorrebbe ammazzare, questo scimunitello? — gridano gli usseri — come se de’ nostri non ne avessero ammazzati ieri abbastanza. — E tutti, sfoderate le sciabole, addosso a Fabrizio. Questi si vide morto, ma, pensando al quartiermastro e non volendo incorrere una seconda volta nella sua disistima, pur indietreggiando sul ponte si studiava di tirar puntate; ma faceva una figura così buffa con quello sciabolone da cavalleria pesante troppo grande per lui, che gli usseri capiron subito con chi avevan da fare, e non più di ferirlo, cercarono invece di tagliuzzargli il vestito. Così Fabrizio si buscò tre o quattro leggere sciabolate al braccio mentr’egli, fedele ai suggerimenti della cantiniera, seguitava a tirar puntate a tutto spiano. Disgraziatamente, con uno di quei colpi ferì nella mano un ussero e questi, andato in furia per averne buscate da un soldato di quella forza, rispose con un’altra puntata a fondo che raggiunse Fabrizio nel femore. Ferita di cui il nostro eroe dové ringraziare il proprio cavallo, che invece di scansar la baruffa pareva pigliarci gusto a buttarsi contro agli assalitori. I quali vedendo sangue sgorgar dalla ferita di Fabrizio temerono d’esser andati nella celia tropp’oltre: e spingendolo verso il parapetto del ponte filaron via di galoppo. Appena Fabrizio poté respirare, tirò un colpo di pistola in aria per avvertire il colonnello. Intanto quattro usseri a cavallo e due a piedi, dello stesso reggimento degli altri, venivano verso il ponte e ne eran distanti un duecento passi quando il colpo di pistola partì. Poiché guardavano attentamente quanto accadeva sul ponte, immaginarono che Fabrizio avesse tirato sui loro compagni, e i quattro a cavallo gli corsero sopra con le sciabole alte; una vera carica. Il colonnello, avvertito dalla pistolettata, aprì la porta dell’albergo, in due salti arrivò sul ponte nel momento stesso in cui gli usseri vi giungevano al galoppo, e intimò loro di fermarsi.
— Ma che colonnelli! Qui non ci son più colonnelli! — gridò un di loro, e spinse avanti il suo cavallo. Il colonnello, esasperato, interruppe il rimprovero che stava per rivolgere, e con la destra ferita afferrò le redini del cavallo.
— Férmati, svergognato! — gridò all’ussero — ti conosco; tu sei della compagnia del capitano Henriet.
— Be’! l’ordine me lo dia lui.. Il capitano Henriet è morto ieri, — continuò sogghignando — e tu vatti a far f....
In così dire tenta sforzare il passo e col pettorale della propria cavalcatura urta nel vecchio colonnello che cade a sedere sull’assito del ponte, senza bensì abbandonare le redini del cavallo dell’assalitore. Fabrizio, a due passi distante ma volto verso l’albergo, dà di sprone, sopraggiunge d’impeto, e indignato sferra contro l’ussero una puntata a fondo. Fortunatamente per l’ussero, la sua bestia, sentendosi tirata a terra dalle redini che il colonnello stringe tuttavia nelle mani, fa un movimento di fianco, sì che la lama dello sciabolone da cavalleria pesante sguiscia sulla sottoveste dell’ussero; questi, vedendosela luccicare addosso per quanto è lunga, si rivolta furibondo e appioppa a Fabrizio, con quanta forza ha, una sciabolata che gli taglia una manica e penetra profondamente nel braccio. Fabrizio sbalza. Un degli usseri appiedati, visti a terra i due difensori del ponte, coglie il momento, salta sul cavallo di Fabrizio con l’intenzione di impadronirsene, e lo lancia sul ponte al galoppo. Accorre dall’albergo il quartiermastro che, avendo visto cadere il colonnello e credendolo gravemente ferito, rincorre il cavallo di Fabrizio, caccia la spada nelle reni del ladro, e lo rovescia. Gli usseri, non vedendo più sul ponte altri che il quartiermastro a piedi, passano al galoppo e se la svignano. L’altro ussero appiedato si dilegua pei campi.
Il quartiermastro s’accostò ai feriti: Fabrizio s’era già rialzato: soffriva poco ma perdeva molto sangue. Il colonnello si rialzò più lentamente: era tutto intronato per la caduta, ma non aveva ferite.
— Non soffro, — disse — che della mia vecchia ferita alla mano.
L’ussero ferito dal quartiermastro moriva.
— Vada all’inferno! — disse il colonnello.
Poi, rivolto al quartiermastro e agli altri due che accorrevano: — Pensate — soggiunse — a questo ragazzo che sarebbe stato meglio non avessi esposto a questi rischi. Io resterò qui per veder se mi riesce fermar questi arrabbiati. Menatelo all’albergo, e fasciategli il braccio; prendete una delle mie camicie.