Camminavano senza pronunciar parola da un paio d’ore, quando il caporale, guardando verso la strada maestra, sclamò in un impeto di gioia: — Ecco il reggimento! — D’un balzo furon sulla strada; ma ahimè! intorno all’aquila non c’erano duecento uomini. C’era anche la cantiniera, e una occhiata di Fabrizio la scorse subito: aveva gli occhi rossi e ogni tanto piangeva. Cocotte e la carrettella non c’erano più.
— Saccheggiati, rovinati, assassinati! — gridò la donna come rispondendo a quella occhiata.
Senza aprir bocca, Fabrizio smontò, prese il cavallo per la briglia e disse alla cantiniera:
— Montate. — Lei non se lo fece dire due volte:
— Accorciami le staffe — disse.
Appena si sentì sicura a cavallo, cominciò a raccontare i disastri della notte; e dopo un interminabile racconto, ascoltato con viva attenzione dal nostro eroe, che veramente non ci capiva nulla di nulla ma era pieno di tenerezza per la cantiniera, essa concluse:
— E dir che sono stati i Francesi quelli che mi han svaligiata, percossa, rovinata......
— Come! non sono stati i nemici? — chiese Fabrizio con quell’aria ingenua che faceva così attraente il suo bel viso pallido e grave.
— Come sei grullo, povero ragazzo! — rispose la cantiniera sorridendo tra le lagrime — e nonostante questo, sei molto carino.
— E non ostante questo, ha buttato giù il suo Prussiano, — disse il caporale Aubry che in mezzo alla confusione generale si trovava anch’esso accanto al cavallo della cantiniera, ma dalla parte opposta. — Però è superbioso... — continuò il caporale. Fabrizio fece un movimento. — E come ti chiami? perché, se ci sarà un rapporto, voglio ricordare il tuo nome.
— Mi chiamo Vasi, — rispose Fabrizio, con una singolare espressione del viso — cioè Boulot — soggiunse correggendosi subito.
Boulot era il nome del proprietario del foglio di via che gli aveva dato la carceriera di B.... L’antivigilia l’aveva studiato con gran cura, perché cominciava a riflettere e ad essere un po’ meno sbigottito. Oltre il foglio di via dell’ussero Boulot, conservava con gran cura il passaporto italiano, cui mercé avrebbe potuto insignirsi del nobile nome di Vasi, mercante di barometri. Quando il caporale gli fece il rimprovero d’essere superbioso, era stato lì li per rispondere: «Io superbioso!? io, Fabrizio Valserra, marchese Del Dongo, che mi contento di portare il nome di Vasi, mercante di barometri?».
Mentr’egli pensava: «Bisogna che mi ricordi ch’io son Boulot, se no c’è la prigione», il caporale e la cantiniera s’eran dette parecchie cose sul conto suo.
— Non mi dite che son curiosa; — disse la cantiniera, cessando dal trattarlo col tu; — se vi fo delle domande, ve le fo pel vostro bene: volete dirmi chi siete?
Fabrizio non rispose subito: rifletteva che aveva gran bisogno di consigli, e che non avrebbe potuto mai chiederne ad amici più devoti di quelli. «Entriamo in una piazza forte: il governatore vorrà certo saper chi sono; e se mi fo accorgere che non conosco nessuno al 4° usseri del quale ho l’uniforme, la prigione è sicura!» Come suddito austriaco, sapeva bene che importanza ha un passaporto. I suoi, per quanto nobili e devoti, per quanto appartenenti al partito vincitore, più di venti volte avevan subito vessazioni a cagione de’ passaporti! La domanda della cantiniera non l’urtò dunque affatto; ma mentre per rispondere stava cercando le parole francesi più adatte, quella, sempre più punta dalla curiosità, aggiunse per eccitarlo a parlare:
— Il caporale Aubry ed io vi daremo buoni consigli perché vi sappiate regolare.
— Non ne dubito — rispose Fabrizio. — Io mi chiamo Vasi e son di Genova; mia sorella, famosa per la sua bellezza, ha sposato un capitano. E siccome non ho che diciassette anni, mi chiamò a star con sé per farmi veder la Francia e per compiere la mia educazione: non avendola trovata a Parigi, e sapendo che aveva seguito l’esercito, son venuto qui anch’io, e ho cercato dappertutto senza poterla trovare. I soldati, meravigliati del mio accento, mi hanno fatto arrestare. Io avevo un po’ di denaro, e unsi le mani a un gendarme che mi dette un foglio di via, una uniforme e mi disse: «Fila, e giurami che non t’uscirà di bocca il mio nome».
— Come si chiamava? — chiese la cantiniera.
— Ho dato la mia parola — rispose Fabrizio.
— Ha ragione: — disse il caporale — il gendarme è un birbaccione, ma il camerata non deve dire il suo nome. E come si chiama questo capitano marito di vostra sorella? Se ci dite il nome, lo potremo cercare.
— Teulier: capitano del 4° usseri.
— E così, — disse il caporale con una certa malizia — in grazia della vostra pronunzia forestiera i soldati v’han gabellato per una spia?
— Ecco la parola infame! — esclamò Fabrizio — io che amo tanto l’imperatore, e i Francesi! E questo insulto è ciò che m’è dispiaciuto di più.
— Non c’è insulto: sbagliate: l’errore dei soldati era naturalissimo — obiettò gravemente il caporale.
E gli spiegò con molta pedanteria che quando l’esercito è in guerra è necessario appartenere a un corpo e portarne l’uniforme; altrimenti è naturale che uno sia preso per spia. — Siamo circondati dalle spie: tutti tradiscono in questa guerra. — E Fabrizio per la prima volta s’accorse che in tutto quel che gli accadeva da due mesi il torto era suo.
— Ma bisogna che il piccirillo ci racconti tutto — disse la cantiniera, sempre più eccitata dalla curiosità. Fabrizio obbedì; e quando ebbe finito: — Insomma, — disse la cantiniera dirigendosi con una tal quale gravità da caporale — questo ragazzo non è soldato; ora che siam battuti e traditi, avremo una trista guerra: perché s’avrebbe da far romper le ossa gratis pro Deo?
— Eppoi, — disse il caporale — neppur sa caricare il fucile, né in dodici tempi, né a volontà. Gliel’ho dovuto caricar io pel colpo che ha buttato giù il Prussiano.
— Non solo! fa vedere a tutti i suoi quattrini: — aggiunse la donna — quando non sarà più con noi gli piglieranno anche la camicia.
— Il primo sott’ufficiale di cavalleria che incontra — disse il caporale — se lo acciuffa per farsi pagare il bicchierino; e chi sa che non lo reclutino per il nemico; perché ora tutti tradiscono! Il primo che capita gli ordinerà di seguirlo e lui lo seguirà. Farebbe meglio a entrar nel nostro reggimento.
— Questo no, scusate, caporale; — sclamò vivamente Fabrizio — è più comodo andare a cavallo. Eppoi, se non so caricar un fucile, avete visto che un cavallo lo so guidare.
Fabrizio si compiacque assai di questo suo discorsetto. Non racconteremo la lunga discussione intorno al suo futuro destino, fra il caporale e la cantiniera. Fabrizio notò che, parlando, quei due ripeterono tre o quattro volte tutti i particolari del suo racconto: i sospetti dei soldati, il gendarme che gli vendé il foglio di via e l’uniforme, e come il giorno prima si trovò a far parte della scorta del maresciallo, l’imperatore visto passare di galoppo, il cavallo rubatogli, ecc., ecc.
Con curiosità di donna, la cantiniera insisteva senza finirla mai sul modo col quale gli avevano portato via il bel cavallo ch’ella gli aveva fatto comperare.
«T’han preso pei piedi, t’han fatto passare pian piano sopra la coda del cavallo, e t’han buttato a sedere in terra. Ma perché ridir tante volte queste cose che sappiamo benissimo?» si domandava Fabrizio il quale ignorava che così il popolino di Francia procede nella ricerca delle idee.
— Quanti soldi hai ancora? — chiese a un tratto la cantiniera. Fabrizio non esitò a risponderle: si sentiva sicuro della bontà d’animo di quella donna.
— Mi saran rimasti in tutto trenta napoleoni d’oro e otto o dieci scudi.
— Allora sei libero! Svincolati da questo esercito in rotta; infila la prima strada praticabile che troverai sulla tua destra; trotta più che puoi, sempre allontanandoti dall’esercito. Appena ti sia possibile, comprati un vestito da borghese. E quando sarai distante otto o dieci leghe e non vedrai più soldati, piglia la posta e vatti a riposare una settimana e a mangiar bistecche in qualche città. Non dire a nessuno, mai, che sei stato alla guerra: i gendarmi ti piglierebbero come disertore, e per quanto tu sia carino, ragazzo mio, non sei ancora svelto abbastanza per stare a tu per tu con i gendarmi. Appena vestito in borghese strappa in mille pezzi il tuo foglio di via, e riprendi il tuo vero nome: di’ che sei Vasi. E di dove potrà dir che viene? — chiese poi al caporale.
— Da Cambrai sulla Schelda; è una piccola cittadina, capisci? c’è una cattedrale e Fénelon.
— Precisamente; — seguitò la cantiniera — e non dir mai che hai preso parte alla battaglia; non ti scappi detto nulla di B... né del gendarme che t’ha venduto il foglio di via. E quando vorrai rientrare a Parigi, va’ prima a Versailles, e passa la barriera da quella parte, a piedi, come uno che torni dalla passeggiata. Cuciti i denari nei pantaloni; e quando hai da comprar qualche cosa bada bene di non far vedere se non quel tanto che ti basta a pagare. Quel che mi dispiace è che ti metteranno in mezzo e ti ruberanno tutto. E allora che farai senza quattrini?
La buona cantiniera parlò ancora un bel pezzo, e il caporale assentiva con cenni del capo, non riuscendo a inframmettere una parola sua. A un tratto la folla che gremiva la strada prima accelerò il passo, poi, in un lampo, saltò il fosso a sinistra e se la dette a gambe. Si gridava da ogni parte: i cosacchi! i cosacchi!
— Ripiglia il tuo cavallo! — gridò la cantiniera.
— Dio me ne guardi! — rispose Fabrizio. — Via, presto, galoppate! via, ve lo regalo. Volete ricomprare una carrettella? la metà di quel che mi resta è vostro.
— Ripiglia il tuo cavallo, ti dico! — riprese quella in collera, e fece per smontare. Fabrizio trasse la sciabola: — Tenetevi forte! — gridò, e dette tre o quattro piattonate al cavallo, che prese il galoppo e seguì i fuggitivi.
Il nostro eroe guardò la strada maestra: poco fa tre o quattro mila persone vi si accalcavano come villani dietro una processione. Dopo la parola «cosacchi», non c’era più nessuno alla lettera; i fuggitivi avevan gittate shakos, fucili, sciabole, tutto. Fabrizio, stordito, salì sopra un poggetto alla sua destra, alto venti o trenta piedi; guardò da ogni parte la strada maestra e la pianura: nessuna traccia di cosacchi. «Curiosa gente questi Francesi! — disse — dal momento che ho da prendere a destra, tanto fa che mi metta subito in via. Può anche essere che per scappare così abbiano una ragione che io non conosco.» Raccolse un fucile, s’accertò ch’era carico; scosse la polvere dell’esca, ripulì la pietra, poi scelse una giberna piena, e adocchiò ancora da ogni parte: era assolutamente solo in mezzo a quella pianura fino allora gremita di gente. Scorgeva in lontananza i fuggitivi che cominciavano a sparire dietro gli alberi e pure scappavano ancora: «Strano!» pensò: e ricordando ciò che aveva fatto il caporale il giorno innanzi, si andò ad accovacciare in mezzo a un campo di grano. Non s’allontanò ancora, perché desiderava di rivedere i suoi buoni amici, la vivandiera e il caporale Aubry.
Lì tra il grano certificò che i napoleoni rimastigli eran solo diciotto e non trenta come credeva; ma gli rimanevano alcuni piccoli diamanti, messi nella fodera degli stivali da ussero, la mattina, nella camera della carceriera di B.... Nascose i superstiti meglio che seppe, pur pensando profondamente a questa inaspettata disparizione. «Mi sarà di malaugurio?» si domandava. Ma il suo maggior rammarico era di non aver domandato all’Aubry: «Ho veramente partecipato a una battaglia?». Gli pareva di sì: ma sarebbe stato felicissimo se avesse potuto esserne sicuro.
«A ogni modo, — continuava a rimuginare tra sé — io ci ho preso parte col nome d’un prigioniero, col suo foglio di via e con la sua uniforme addosso. Questo in seguito può darmi del fil da torcere. Che ne avrebbe detto l’abate Blanes? E quel disgraziato Boulot, morto in prigione! Tutti cattivi auguri: il mio destino è di finire in prigione.»
Non si sa quanto avrebbe dato per saper se veramente Boulot fosse colpevole: riordinando ora i suoi ricordi, gli pareva che la carceriera di B... avesse detto che quell’ussero era stato arrestato non solamente per un furto di posate d’argento, ma anche per aver rubato una vacca a un contadino e averlo percosso a morte: gli pareva certo che un giorno o l’altro sarebbe andato in prigione per un errore che avrebbe in un certo qual modo attinenza con quello di Boulot. Pensava al curato Blanes: che cosa non avrebbe pagato per poter consultare quell’amico suo! Finalmente si ricordò che da quando era partito da Parigi non aveva più scritto a sua zia. «Povera Gina!» disse; e aveva le lagrime agli occhi, quando a un tratto sentì un lieve rumore lì presso. Era un soldato che faceva mangiare il grano a tre cavalli, ai quali aveva tolte le briglie e che parevan morti di fame: li teneva per la capezza. Fabrizio balzò in piedi, facendo il rumore che fa una starna quando si leva, e il soldato ebbe paura. Il nostro eroe se ne accorse e non poté resistere al piacere di recitare per un momento la parte dell’ussero.