IV
Né le fucilate sparate in prossimità della carrettella, né il trotto del cavallo frustato a furia riuscirono a destarlo. Il reggimento, attaccato d’improvviso da nuvoli di cavalleria prussiana, dopo essersi per tutta la giornata tenuto certo della vittoria, batteva in ritirata, o piuttosto fuggiva verso la Francia.
Il colonnello, bel giovine molto elegante, che era succeduto a Macon, fu ammazzato a sciabolate; il capo battaglione che prese il comando, un vecchio dai capelli bianchi, ordinò l’alt.
— Sac...! — gridò ai soldati — ai tempi della repubblica, a scappare s’aspettava d’esserci costretti dal nemico... Difendete ogni palmo di terreno, e fatevi ammazzare! — gridò accompagnando con una bestemmia l’imperativo. — Ora si tratta del suolo della patria che i Prussiani vogliono invadere.
Il sole era tramontato da un pezzo. La carrettella si fermò e Fabrizio destandosi a un tratto stupì nel vedere che era quasi buio; sbigottì addirittura mirando i soldati che scorrazzavano qua e là tra una confusione indicibile e con aria avvilita, per giunta.
— Che c’è? — domandò alla cantiniera.
— Una cosa da poco, ragazzo mio: c’è che siamo fritti, c’è che la cavalleria prussiana ci viene addosso! Nient’altro che questo. Questa bestia di generale da principio ha creduto che fosse la nostra. Su, svelto, aiutami ad accomodar la tirella di Cocotte che mi s’è rotta.
Qualche schioppettata fu sparata a dieci passi. Il nostro eroe, riposato e fresco, pensò: «Ma insomma, in tutta la giornata io non mi son battuto; non ho fatto che la scorta a un generale».
— Bisogna che mi batta — disse poi alla cantiniera.
— Sta’ tranquillo: te ne caverai la voglia! Siamo rovinati. Aubry, amico mio, — soggiunse poi volgendosi a un caporale che passava — da’ un’occhiata ogni tanto alla carrettella.
— Andate a battervi? — chiese Fabrizio ad Aubry.
— No, vado a mettermi gli scarpini per la festa da ballo!
— Vengo con voi.
— Ti raccomando l’usserino; — gridò la cantiniera — cotesto cosino ha del fegato. — Il caporale camminava senza fiatare: otto o dieci soldati lo raggiunsero di corsa: li condusse a una grossa quercia circondata da rovi, e li dispose, sempre senza dir parola, su una linea assai lunga: tra l’uno e l’altro uomo c’erano almeno dieci passi di distanza.
— Ohè! — gridò il caporale, e furon le sue prime parole — non sparate prima del comando. Ricordatevi che non avete più che tre cartucce.
«Ma che succede, ora?» si chiedeva Fabrizio; poi, quando fu solo col caporale, gli disse:
— Io non ho fucile.
— Chétati, prima di tutto! va avanti da quella parte: a cinquanta passi troverai qualcuno dei poveri soldati del reggimento, uccisi a sciabolate: prendigli il fucile e la giberna; ma, bada bene, non ti venga in mente di spogliare un ferito. Bada che sia ben morto, e spicciati, che ti può capitar qualche schioppettata dei nostri. — Fabrizio partì di corsa e tornò subito con un fucile e una giberna.
— Carica il fucile e mettiti dietro quell’albero, e soprattutto non sparar prima ch’io te lo dica...... Giuraddio! — s’interruppe il caporale — ma non sa neanche caricare il fucile!... — E aiutò, continuando il discorso: — Se un soldato di cavalleria viene verso di te per pigliarti a sciabolate, gira intorno all’albero e non gli sparare che a bruciapelo: quand’è a tre passi di distanza e quasi che arrivi a toccarlo con la punta della baionetta. Ma butta via quello sciabolone, per Dio! che aspetti, di inciamparci e di cascare? Che razza di soldati ci mandano! — E così dicendo, gli strappò egli stesso la sciabola e la scaraventò lontano con rabbia.
— Tu, asciuga la pietra del fucile col fazzoletto. Ma hai tirato mai una schioppettata?
— Son cacciatore.
— Lodato Dio! — concluse il caporale tirando un gran sospiro. — E soprattutto, non sparar senz’ordine. — E se ne andò.
Fabrizio era giubilante. «Finalmente, mi batterò davvero! — diceva tra sé. — Ammazzare un nemico! Stamattina ci tiravano le cannonate, e io non potevo far altro che espormi al rischio d’essere mandato all’altro mondo come un minchione.» Guardava attorno con gran curiosità: di lì a poco sentì vicinissime sette o otto schioppettate, ma non avendo ricevuto ordine di tirare, stié fermo dietro il suo albero. Era quasi notte; gli pareva di essere alla posta dell’orso sui monti della Tremezzina, sopra Grianta. Gli venne un’idea da cacciatore: prese una cartuccia nella giberna, ne tirò via la palla, e la calò nella canna del fucile. «Se lo vedo — si disse — non lo debbo sbagliare.» Sentì tirare due fucilate vicino all’albero, e vide un cavaliere vestito di turchino che gli passava davanti al galoppo, andandogli da destra a sinistra. «Non è a tre passi, — pensò — ma son sicuro del colpo.» Mirò bene e sparò: caddero cavaliere e cavallo. Il nostro eroe, come se veramente fosse a caccia, corse allegro verso la preda abbattuta: ed era già prossimo al caduto che gli parve moribondo, quando con incredibile rapidità due dragoni prussiani gli furono addosso con le sciabole sguainate: scappò a gambe levate verso il bosco e per correr meglio buttò via il fucile. Non vi eran più che tre passi fra i Prussiani e lui quando egli arrivò a una piantagione di quercioli dal fusto dritto e grosso come un braccio, che attorniavano il bosco e innanzi ai quali fu giocoforza ai Prussiani fermarsi un momento; ma passati oltre, continuarono a inseguir Fabrizio in una radura, e stavano per acciuffarlo: ma gli riuscì di sgattaiolare ancora fra sette o otto alberi; e v’era appena penetrato che poco mancò non avesse il viso bruciato dalla fiamma di cinque o sei colpi di fucile sparati davanti a lui. Abbassò la testa: quando la rialzò si trovò a faccia a faccia col caporale.
— L’hai ammazzato il tuo? — gli domandò Aubry.
— Sì, ma ho perso il fucile.
— Eh, non sono i fucili che ci mancano. Bravo! sei un bravo figliuolo; nonostante cotesta aria di zuzzerullone, tu hai guadagnata la tua giornata; e questi soldati hanno sbagliato quei due che ti inseguivano e che venivan dritti davanti a loro; io non li vedevo. Ma ora bisogna battere il tacco e alla svelta: il reggimento deve essere ancora lontano; e per giunta c’è un pezzo di prateria, dove possiamo esser avvolti e conciati di santa ragione.
Il caporale, seguitando a discorrere, andava più che di passo alla testa de’ suoi dieci uomini. Poco dipoi, entrando nella prateria, incontrarono un generale ferito portato a braccia dal suo aiutante di campo e da un servitore.
— Datemi quattro uomini, — disse al caporale con voce semispenta — bisogna portarmi all’ambulanza: ho una gamba fracassata.
— Vatti a far f... — rispose il caporale — tu e tutti i generali! Avete tutti oggi tradito l’imperatore.
— Come! — gridò il generale infuriato — tu disobbedisci ai miei ordini?! Hai da sapere ch’io sono il conte B..., generale comandante la tua divisione... — Declamò un po’. L’aiutante di campo si scagliò contro ai soldati; il caporale gli tirò una baionettata al braccio, e filò coi suoi a passo di carica.
— Che le abbiano tutti come te, le gambe e le braccia fracassate! — ripeteva il caporale bestemmiando. — Massa di frasconi, tutti venduti al Borbone, e tutti traditori dell’imperatore! — Fabrizio ascoltava esterrefatto questa orribile accusa.
Verso le dieci di sera il piccolo manipolo raggiunse il reggimento, all’ingresso di un villaggio dalle straducole strettissime. A un certo punto il caporale Aubry (Fabrizio aveva osservato che evitava di parlare agli ufficiali) gridò: — Impossibile andar avanti. — Tutte le vie erano ingombre di fanteria, di cavalleria e soprattutto di cassoni di artiglieria e di furgoni. Il caporale si presentò all’imbocco di tre di queste strade; dopo venti passi bisognava fermarsi: tutti bestemmiavano e taroccavano.
— Qualche altro traditore che comanda! — gridò il caporale — se i nemici hanno la buona pensata di circondare il villaggio siamo tutti prigionieri come cani. Venite con me voialtri.
Fabrizio dette un’occhiata in giro. Non c’eran più che sei soldati e il caporale. Per una gran porta aperta entrarono in un vasto cortile, dal cortile passarono in una scuderia, e dalla scuderia per una porticina nel giardino adiacente: vi si perdettero per un momento vagando di qua e di là, ma alla fine, scavalcando una siepe, si trovarono in un gran campo di saggina. In meno di mezz’ora, guidati da grida e da rumori confusi, ebbero raggiunta la strada maestra di là dal villaggio. I fossati lungo la strada eran colmi di fucili abbandonati: Fabrizio ne scelse uno; ma la strada, quantunque molto ampia, era così ingombra di fuggitivi e di carrette, che in mezz’ora il caporale e i suoi uomini avevan fatto appena cinquecento passi. Si diceva che quella strada conducesse a Charleroi. Quando le undici sonarono all’orologio del villaggio:
— Riprendiamo pe’ campi — gridò il caporale. Il manipolo non era composto che di tre uomini, il caporale e Fabrizio. A un quarto di lega dalla strada maestra:
— Non ne posso più — disse uno de’ soldati.
— E io neppure — soggiunse un altro.
— Bella notizia. Siamo tutti in questo stato — osservò il caporale. — Ma obbeditemi e ve ne troverete bene. — Vide cinque o sei alberi lungo un fossatello in mezzo a un gran campo di grano. — Agli alberi — disse ai soldati; e quando vi furon giunti: — Sdraiatevi qui, e soprattutto non fate rumore. Ma, prima d’addormentarci, chi ha un po’ di pane?
— Io — disse uno de’ soldati.
— Qua, — riprese il caporale con aria di comando: divise il pane in cinque pezzi e si tenne il più piccolo. — Un quarto d’ora prima di giorno, — seguitò mangiando — avremo addosso la cavalleria nemica. Bisogna non lasciarsi sciabolare così, per le buone. Uno che sia solo, in queste pianure, se la cavalleria gli da addosso, è fritto; cinque si possono salvare: rimanete con me, vicini; non tirate che a bruciapelo, e vi prometto di portarvi domani sera a Charleroi.
Un’ora avanti giorno li destò e fece ricaricare le armi. Il frastuono sulla strada maestra, che aveva durato tutta la notte, continuava. Lo avresti detto lo scroscio d’un torrente lontano.
— Scappano come pecore — disse Fabrizio al caporale, ingenuamente.
— Ma sta’ zitto, imbecille! — gli gridò il caporale sdegnato. E i tre soldati gli dettero un’occhiata a stracciasacco come se avesse bestemmiato. Aveva offeso la nazione.
«O questa è bella! — pensava il nostro eroe — già me ne sono accorto dal viceré a Milano. Non scappano, no. Con questi Francesi la verità non si può dir mai, se urta la loro vanità. Ma delle loro arie minacciose me ne infischio; e glielo farò capire.» Camminavano sempre a cinquecento passi da quel torrente di fuggiaschi che ingombravano la strada maestra. A una lega di là, il manipolo traversò un viottolo che dava sulla strada e lungo il quale parecchi soldati se ne stavano a sdraio. Fabrizio comprò per quaranta franchi un cavallo abbastanza buono e fra tutte le sciabole buttate qua e là ne scelse con cura una grande e dritta. «Giacché dicono che s’ha da tirar di punta, questa è la meglio.» E in tale arnese mise il cavallo al galoppo e raggiunse il caporale che aveva continuato a camminare. Si raccolse sulle staffe, prese nella sinistra il fodero della sciabola e disse ai quattro Francesi:
— Quella gente che scappa sulla strada pare un branco di pecore...... Se la danno a gambe come pecore spaurite.
Aveva un bell’insistere con quel «pecore»: i camerati non ricordavano più d’essersi inquietati per quella parola un’ora prima. Qui si palesa uno dei contrasti fra il carattere degl’Italiani e quello dei Francesi. Il francese, senza dubbio, è il migliore: non dà ai fatti importanza maggiore di quella che hanno in realtà, e non serba rancori.
Non dobbiamo nascondere che Fabrizio si sentì molto contento di sé dopo avere insistito con le «pecore». Ora marciava chiacchierando. Dopo un paio di leghe il caporale, sempre più meravigliato di non veder giungere la cavalleria nemica, disse a Fabrizio:
— Voi siete la nostra cavalleria: galoppate verso quel cascinale lassù, domandate al contadino se vuol venderci qualcosa da far colazione: ditegli chiaramente che siamo cinque soli. Se tentenna, dategli di vostro cinque franchi anticipati; ma state tranquillo: dopo la colazione glieli ripiglieremo.
Fabrizio guardò il caporale: lo vide imperturbabile e grave, con una vera aria di superiorità morale; e obbedì. Le cose andarono come il comandante in capo aveva previsto; ma Fabrizio insisté perché non si ripigliassero a forza i cinque franchi ch’egli aveva dati al contadino.
— Il denaro è mio; — disse ai camerati — io non pago per voi, pago l’avena che ha data al mio cavallo.
Fabrizio pronunciava così male il francese che agli altri parve di sentir nelle sue parole un tono di superiorità: ne furono offesi, e già in cuor loro prepararono un duello per la fine della giornata. Lo trovavan troppo diverso da loro e anche questo li urtava. Invece Fabrizio sentiva nascere nel proprio animo una vera amicizia per essi.