Chapter 9

2556 Parole
— Risalite: c’è un abbeveratoio a sinistra. E a poco a poco tutti passarono. Sull’altra riva, Fabrizio aveva trovato i generali soli: il fragor del cannone gli pareva aumentasse; udì a mala pena il generale ch’egli aveva così generosamente annaffiato, gridargli nell’orecchio: — Dove hai preso cotesto cavallo? Fabrizio fu così turbato che rispose in italiano: — L’ho comprato poco fa. — Che dici? — gridò il generale. Ma lo strepito si fece così alto, che Fabrizio non poté rispondergli. Ci conviene tuttavia confessare che il nostro eroe era assai poco eroe in quel momento: pur tuttavia la paura passava in seconda linea: quel che lo scandalizzava era il rimbombo, che gli faceva male agli orecchi. La scorta prese il galoppo: traversarono un grande campo lavorato di là dal canale, campo che era sparso di cadaveri. — I rossi, i rossi! — gridavano allegri gli usseri: e da principio Fabrizio non capì: poi notò che infatti tutti i cadaveri eran vestiti di rosso. Una più attenta osservazione gli cagionò un tremito d’orrore: osservò che molti di quei disgraziati rossi erano ancor vivi: gridavano, evidentemente per chiedere un soccorso, e nessuno si fermava a darglielo. Il nostro eroe, che aveva sensi di umanità, si dava ogni cura affinché il suo cavallo non pestasse nessuno di quegli abiti rossi. La scorta si fermò; Fabrizio, che non era molto attento a’ suoi doveri di soldato, continuò a galoppare con gli occhi fissi a qualche disgraziato ferito. — Ti vuoi fermare, imbecille? — gli gridò un quartiermastro, Fabrizio s’avvide ch’era un venti passi più avanti dei generali, sulla destra: dalla parte, cioè, dove essi guardavano coi loro cannocchiali. Tornando a mettersi in coda agli altri usseri rimasti indietro, vide il più grosso di quei generali che parlava al suo vicino, pur generale, con aria d’autorità e quasi di rimprovero: bestemmiava. Fabrizio non seppe frenar la curiosità; a malgrado del consiglio dategli dall’amica carceriera, combinò una breve frase, ben francese, ben corretta, e disse all’ussero: — Chi è quel generale che strapazza il suo vicino? — Per Dio, è il maresciallo. — Quale maresciallo? — Il maresciallo Ney, bestione! Ma dove diavolo hai servito finora? Sebbene Fabrizio fosse facilmente permaloso, l’ingiuria non lo irritò: contemplava assorto in un’ammirazione infantile quel famoso principe della Moscova, il prode dei prodi. A un tratto, partenza al galoppo. Pochi momenti dopo, Fabrizio vide, una ventina di passi innanzi a sé, un campo lavorato nel quale la terra era via via smossa in modo inconsueto. I solchi eran pieni d’acqua e dalle umide porche neri frammenti di terra sbalzavano sino a tre o quattro piedi di altezza. Notò, passando, quella singolarità; poi, mentre ancora rifletteva sulla gloria del maresciallo, udì, lì presso, un grido acuto: due usseri cadevano colpiti da una cannonata; e quand’egli si volse a guardarli, la scorta li aveva già lasciati indietro una ventina di passi. Orribile a vedere gli fu un cavallo sanguinante che si rotolava dibattendosi sul terreno, e tentando di seguir gli altri cacciava i piedi nel proprio ventre, mentre il sangue colava a fiotti nella mota. «Ah, son dunque al fuoco! finalmente! l’ho visto il fuoco! — si diceva soddisfatto. — Ora sono un soldato davvero.» La scorta andava di carriera e il nostro eroe capì che eran le palle quelle che facevano schizzar la terra da tutte le parti. Aveva un bel guardare là donde venivano: vedeva soltanto il fumo biancastro della batteria a distanza enorme, e tra il rombo eguale e continuo delle cannonate gli pareva di sentir delle scariche assai più vicine. Non si capiva nulla. A un tratto, i generali e la scorta scesero in un sentiero pieno d’acqua, a cinque piedi sotto il livello del campo. Il maresciallo si fermò, riprese a guardar col cannocchiale e Fabrizio, che questa volta lo poté contemplare a suo agio, lo vide biondo, con una gran testa rossa. «In Italia di quelle figure non ne abbiamo» disse fra sé; e malinconicamente soggiunse: «Io così pallido, con i capelli castagni, non potrò mai essere a quel modo». E voleva dire: «Non sarò mai un eroe». Guardò gli usseri della scorta: meno uno, tutti avevano de’ baffi gialli: ma, come Fabrizio guardava gli usseri, questi guardavan lui, che vedendosi fissato arrossì, e per nasconder l’imbarazzo si voltò verso il nemico. Scorse lunghe righe di uomini vestiti di rosso che gli parvero — e ne stupì — così piccoli, da giudicar quelle file, che pur erano reggimenti o divisioni, non più alte d’una siepe. Una fila di cavalieri rossi trottava per avvicinarsi al sentiero infossato in cui s’eran cacciati il maresciallo e la scorta, camminando al passo e sguazzando nel fango. Andavano innanzi senza veder nulla, a cagion del fumo salvo di quando in quando qualcheduno che galoppava, e la cui figura si staccava sul fondo bianco del fumo. All’improvviso, dalla parte del nemico, Fabrizio vide quattro uomini che venivan di carriera. «Ah, ci attaccano!» disse fra sé; ma poi vide due di questi uomini parlare al maresciallo. Uno dei generali del suo seguito partì di galoppo verso il nemico, con due usseri di scorta e coi quattro uomini giunti allora. Di là da un fossatello che tutti guadarono, Fabrizio si trovò vicino a un quartiermastro, che aveva un’aria bonacciona. «Bisogna che gli parli, — pensò — forse finiranno di squadrarmi.» Meditò a lungo. — Signore, è la prima volta che assisto a una battaglia; — disse al quartiermastro — ma questa è una vera battaglia? — Eh! sì: piuttosto...... Ma voi chi siete? — Sono fratello della moglie d’un capitano. — E come si chiama questo capitano? Brutto impiccio: il nostro eroe non aveva preveduto la domanda. Per fortuna, il maresciallo e la scorta ripartirono al galoppo. «Che nome francese gli dirò?» almanaccava: finalmente, ricordandosi il nome del padrone dell’albergo dove aveva alloggiato a Parigi, e riavvicinato il proprio cavallo a quello del quartiermastro, gridò con quanta ne aveva nell’ugola: — Il capitano Meunier. L’altro, equivocando per il rombar del cannone: — Ah, il capitano Teulier? Be’, è morto. «Bravo! — si disse Fabrizio — ora bisogna simular l’afflizione.» E prese un’aria addolorata. Usciti dal sentiero, traversavano ora un praticello a gran corsa, e le palle piovevan daccapo. Il quartiermastro galoppò verso una divisione di cavalleria; e la scorta sostò in mezzo a feriti e a cadaveri, ma lo spettacolo fece questa volta meno impressione al nostro eroe: aveva altro pel capo! Durante la breve sosta della scorta, sbirciò la carrettella d’una cantiniera, e, la sua tenerezza per quella rispettabile corporazione vincendo ogni altro sentimento, partì di galoppo per raggiungerla. — Fermo, sacr... — gridò il quartiermastro. «Qui, lui non mi può far nulla» pensò Fabrizio, e seguitò a correre. Ciò che l’indusse a dar di sprone al cavallo fu la speranza che la vivandiera fosse quella medesima che la mattina era stata così buona con lui. Il cavallo e le carrettelle delle cantiniere si somigliano tutte, ma la cantiniera era un’altra, e anzi, all’aspetto, gli parve tutt’altro che buona. Accostatesi udì che diceva: — Eppure era un bell’uomo! Al soldato novizio toccò assistere a un brutto spettacolo: tagliavano la coscia a un corazziere, bel giovinetto, alto circa sei piedi. Fabrizio chiuse gli occhi e ingurgitò, uno dopo l’altro, quattro bicchierini d’acquavite. — Come ci dai dentro, scriccioletto! — sclamò la cantiniera. Dall’acquavite venne a Fabrizio una ispirazione: «Bisogna ch’io mi guadagni i camerati, gli usseri della scorta». — Datemi il resto della bottiglia. — Ma lo sai che in una giornata come oggi, questo resto vai dieci franchi? E com’egli raggiungeva la scorta: — Ah, tu vieni a rinfrescarci l’ugola? E disertavi per questo? — disse il quartiermastro. — Da’ qua. La bottiglia circolò: l’ultimo che l’ebbe vi bevve, poi la buttò in aria. — Grazie, camerata, — gridò verso Fabrizio. Tutti gli occhi si volsero, e quelle occhiate benevole gli tolsero un gran peso di sul cuore: era uno di quei cuori di costruzione molto delicata che hanno bisogno dall’affezione di quanti li circondano. Finalmente non era più malvisto da’ quei suoi compagni: si veniva familiarizzando con loro. Tirò un gran respiro; poi con voce ferma chiese al quartiermastro: — E se il capitano Teulier è morto, dove troverò mia sorella? — Gli pareva d’essere un Machiavellino, a saper dire Teulier invece di Meunier. — Lo saprai stasera — rispose il quartiermastro dirigendosi verso alcune divisioni. La scorta ripartì. Fabrizio sentiva d’esser brillo; aveva bevuto troppa acquavite, e vacillava sulla sella: si ricordò opportunamente di ciò che diceva spesso il cocchiere di sua madre: quando s’è alzato il gomito, bisogna guardar fra gli orecchi del cavallo e far quel che fa il vicino. Il maresciallo si fermò a lungo presso alcuni corpi di cavalleria, ai quali comandò una carica; ma per un’ora o due, il nostro eroe non ebbe coscienza di quanto avveniva intorno a lui. Si sentiva stanchissimo, e quando il cavallo galoppava, ricascava sulla sella come un pezzo di piombo. A un tratto, ecco il quartiermastro gridare a’ suoi uomini: — Non vedete l’imperatore, sac...! — E subito la scorta gridò a squarciagola: «Viva l’imperatore!». Si può immaginare come il nostro eroe spalancasse gli occhi; ma non vide se non dei generali che galoppavano, seguiti essi pure da una scorta. Le lunghe criniere che scendevano giù dagli elmi dei dragoni del seguito gl’impedirono di distinguere i visi. «Così, per quei maledetti bicchierini d’acquavite, non ho potuto veder l’imperatore su un campo di battaglia.» Questa riflessione lo snebbiò interamente. Discesero per una strada piena d’acqua; i cavalli vollero bere. — Dunque era l’imperatore quello che è passato di qui? — domandò al vicino. — Ma sicuro! quello che non aveva l’abito gallonato. Come! non l’avete visto? — rispose il camerata benevolmente. Fabrizio ebbe una gran voglia di correr dietro la scorta dell’imperatore e di incorporarvisi. Che gioia far veramente la guerra al seguito di quell’eroe! Per questo era venuto in Francia. «Potrei farlo benissimo, — disse fra sé — in fin dei conti il servizio che fo lo fo unicamente perché il mio cavallo s’è messo a galoppar dietro questi generali.» Ma l’affabilità con cui lo trattavano gli usseri suoi camerati lo decise a restare. Cominciava a credersi intimo di tutti i soldati con i quali galoppava da qualche ora. Vedeva già tra sé e loro sorgere una nobile amicizia quale la professarono i personaggi dell’Ariosto e del Tasso. Se si fosse aggregato alla scorta dell’imperatore, avrebbe dovuto far nuove conoscenze: fors’anche gli starebbero col muso, perché quelli eran dragoni, e lui portava l’uniforme di ussero, come tutti del seguito del maresciallo. Il modo col quale lo guardavano ora, lo metteva al colmo della gioia: non so che cosa non avrebbe fatto pe’ suoi camerati. Era ai sette cieli. Tutto gli pareva mutato dacché stava fra amici: moriva dalla voglia di domandare, d’informarsi. «Ma io sono ancora un po’ brillo; — disse fra sé — bisogna che mi ricordi della carceriera.» Osservò, uscendo dal sentiero infossato, che il maresciallo Ney non c’era più: seguivano ora un generale alto, snello, dal viso secco, dall’occhio terribile. Era il conte d’A..., il tenente Roberto del maggio 1796. Come sarebbe stato felice di veder Fabrizio Del Dongo! Già da un pezzo Fabrizio non vedeva più la terra balzare in briciole scure sotto l’azione dei proiettili: arrivando alle spalle di un reggimento di corazzieri udì distintamente le pallottole battere sulle corazze e vide cader parecchi uomini. Il sole era già basso verso il tramonto, quando la scorta, uscita dal sentiero infossato, salì un lieve declivio di tre o quattro piedi, e sboccò in un campo lavorato. Fabrizio sentì vicinissimo un piccolo rumore strano, e volse il capo: quattro uomini eran caduti coi loro cavalli: anche il generale era stato gittato a terra, ma si rialzava tutto sanguinolento. Fabrizio guardò i quattro usseri: tre avevano ancora dei moti convulsi, il quarto gridava: — Tiratemi di sotto! — Il quartiermastro e due o tre uomini erano smontati per aiutare il generale, che appoggiandosi sull’aiutante di campo cercava di far qualche passo, per allontanarsi dal cavallo che si dibatteva in terra e sparava calci furiosamente. Accostatesi il quartiermastro a Fabrizio, questi udì qualcheduno borbottargli vicino: — È il solo che sia ancora in grado di galoppare. — Al tempo stesso gli presero i piedi: li sollevarono e reggendolo sotto le ascelle e facendolo passare sopra alla groppa del cavallo lo lasciarono scivolare, sì che cadde sul terreno, a sedere. L’aiutante di campo prese per la briglia il cavallo di lui; il generale sostenuto dal quartiermastro montò e partì di galoppo seguito dai sei uomini di scorta che gli eran rimasti. Fabrizio si levò furente e si diede a correre dietro loro, gridando: — Ladri, ladri! — Era un po’ comico correr dietro ai ladri in un campo di battaglia. La scorta e il generale, conte d’A..., disparvero presto dietro una fila di salici; Fabrizio, sempre furibondo, giunse anche lui a una fila di salici, si trovò innanzi a un canale molto profondo e lo traversò: toccata l’altra sponda, ricominciò a’ sagrare scorgendo di nuovo, ma lontanissimi, il generale e la sua scorta che sparivan tra gli alberi. — Ladri, ladri! — Disperato non tanto per la perdita del cavallo quanto pel tradimento, si lasciò cadere sull’orlo del canale, stanco, morente di fame. Se fosse stato il nemico a portargli via quel bel cavallo, non se ne sarebbe troppo afflitto; ma esser tradito e derubato da quel quartiermastro al quale voleva bene, da quegli usseri che considerava fratelli, era cosa che gli spezzava il cuore. Non sapeva darsi pace di tanta infamia; e, appoggiato a un salice, si mise a piangere a calde lagrime. Dissipava egli stesso a uno a uno i bel sogni d’amicizia cavalieresca e sublime, come quella degli eroi della Gerusalemme liberata. Veder giungere la morte, è nulla, quando eroici spiriti vi circondino e nobili amici vi stringano la mano mentre date l’estremo respiro; ma serbar l’entusiasmo tra sozzi bricconi! Fabrizio esagerava, come sempre chi è profondamente sdegnato: dopo un quarto d’ora di sdolcinature, s’accorse che le palle giungevano oramai fino al filare degli alberi alla cui ombra meditava; si mosse e cercò di orientarsi. Guardava la prateria circondata da un largo canale e da lunghi ordini di salici folti, e gli parve di raccapezzarsi. Vide lontano circa un quarto di lega un corpo di fanteria che traversava il fossato ed entrava nella prateria. «Stavo per addormentarmi, — disse — ma ora si tratta di non farsi far prigioniero.» E si mise a camminar rapidamente: ma andando innanzi si tranquillizzò, distinguendo l’uniforme: i reggimenti che temeva gli tagliassero la strada eran francesi. Fece un «obliquo a destra» per raggiungerli. Al dolore morale d’essere stato così iniquamente tradito e derubato, se ne aggiunse un altro che di momento in momento andavasi facendo più pungente: aveva una fame da lupi. Con grandissima gioia, dopo aver camminato, o meglio corso, una decina di minuti, s’accorse che la fanteria, che marciava essa pure di corsa, s’era fermata per prender posizione; e in pochi minuti si trovò nelle prime righe. — Camerati, potreste vendermi un boccon di pane? — To’, ecco quest’altro che ci piglia per fornai! — Queste parole e la sghignazzata che le seguì furono il colpo di grazia per Fabrizio. La guerra non era più dunque il nobile e universale slancio di anime assetate di gloria, com’egli si era immaginato leggendo i proclami di Napoleone. Pallidissimo, si sedé, o, meglio, si lasciò cadere sull’erba. Il soldato che gli aveva risposto e che s’era fermato un dieci passi distante per pulire il fucile col fazzoletto, gli si avvicinò e gli buttò un pezzo di pane: poi, vedendo che non lo raccoglieva, gliene mise un pezzetto in bocca. Fabrizio aprì gli occhi e mangiò senza aver forza di dir parola. Quando poi cercò con gli occhi il soldato per pagarlo, si trovò solo: i soldati più vicini erano distanti cento passi e marciavano. Si alzò macchinalmente e li seguì: entrato in un bosco, sentendosi mancare per la stanchezza, stava indagando per trovarsi un posto dove riposarsi comodamente; ma quale non fu la sua gioia nel riconoscere prima il cavallo, poi la carrettella, e finalmente la cantiniera della mattina! Ella corse a lui, e spaventata nel vedergli quella brutta cera, gli chiese: — Fa’ due passi ancora, ragazzo mio. Ma che hai? sei ferito?... E il tuo bel cavallo? — Così dicendo lo menò fino alla carrettella, e ve lo fece salire reggendolo per le braccia. Appena su, il nostro eroe, sfinito dalla fatica, si addormentò profondamente.
Lettura gratuita per i nuovi utenti
Scansiona per scaricare l'app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Scrittore
  • chap_listIndice
  • likeAGGIUNGI