III
Fabrizio s’incontrò presto con alcune cantiniere; e la riconoscenza profonda ch’egli aveva per la carceriera di B... lo indusse a rivolger loro la parola: ad una di esse domandò dove fosse il 4° reggimento degli usseri, al quale apparteneva.
— Faresti meglio a non aver tanta fretta, soldatino mio, — gli rispose la cantiniera, commossa dal pallore e dai begli occhi di Fabrizio. — Tu non hai ancora il polso abbastanza fermo per le sciabolate che si daranno oggi. Se tu avessi un fucile, non dico; potresti lasciar andare una palla come un altro.
Il consiglio spiacque a Fabrizio; ma per quanto spronasse il cavallo non riusciva ad andar più presto della cantiniera. Di quando in quando il rombar del cannone pareva avvicinarsi, e impediva loro d’intendersi; perché Fabrizio era così fuori di sé per l’entusiasmo e la gioia, che aveva ripreso la conversazione. Tranne il suo vero nome e la fuga dalla prigione, finì col dir tutto a questa donna che gli parve buona e che, molto meravigliata, non capiva niente di quanto raccontava il bello e giovine soldatino.
— Ah! — esclamò finalmente con aria di trionfo — l’ho trovato il bandolo della matassa: voi siete un giovinetto borghese, innamorato della moglie di qualche capitano del 4° usseri. La signora vi avrà regalato l’uniforme che avete addosso e voi le correte dietro. Com’è vero che Dio è lassù, voi il soldato non lo avete fatto mai: ma siccome siete un bravo ragazzo, poiché il vostro reggimento è al fuoco, volete andarci anche voi per non passar da poltrone.
Fabrizio assentì: era il solo modo di farsi dare qualche utile consiglio.
«Io non so niente del modo di comportarsi di questi Francesi — diceva fra sé e sé — e se qualcuno non mi guida, non riuscirò che a farmi ricacciare in prigione o a farmi riportar via il cavallo.»
— Già, di’ la verità, cucco mio, — continuò la cantiniera che lo trattava ogni momento più da buon amico — tu non hai ancora vent’anni. È gala se ne hai diciassette.
Era vero, e Fabrizio ne convenne.
— E allora? non sei neppure coscritto, e vieni al macello soltanto pei begli occhi di madama? Accidenti! è discreta! Se degli occhi di civetta che t’ha dato te ne resta ancora qualcheduno, bisognerà prima di tutto che ti compri un altro cavallo: non vedi come cotesta carogna rizza gli orecchi se il cannone ronfia un po’ più da vicino? È una bestia da contadini che ti farà ammazzar subito che arrivi in linea. Vedi, di là dalla siepe, quel fumo bianco laggiù? Son fuochi di fila: preparati ad avere un bello spaghetto, quando sentirai fischiar le palle. E, giacché sei in tempo, dovresti anche mangiar qualcosa.
Fabrizio seguì questo consiglio, poi le porse un marengo pregandola di prendere quanto le era dovuto.
— Fa male perfino a vedere — sclamò la cantiniera — questo povero ragazzo che non sa neanche spendere i suoi quattrini! Meriteresti che dopo aver intascato il tuo napoleone, facessi prendere il trotto a Cocotte. Con cotesta cavalcatura non mi raggiungeresti di certo. E che faresti, grullo, se io scappassi? Impara che quando il cannone brontola, oro non bisogna mostrarne mai. To’, eccoti diciotto franchi e mezzo: la colazione ti costa trenta soldi. Fra poco de’ cavalli in vendita ce ne sarà chi sa quanti. Se la bestia è piccola la pagherai dieci lire; mai più di venti neppur se si trattasse di Brigliadoro.
Finita la colazione, la cantiniera fu interrotta nelle sue perorazioni da una donna che veniva attraverso i campi e passò sulla strada.
— Olà, oh! — gridava questa donna — o Ghisa, il tuo 6° leggero è a dritta.
— Bisogna ch’io ti lasci, cucco mio; — disse la cantiniera al nostro eroe — ma proprio mi fai pietà; io ti voglio bene, sacramento! Tu non sai proprio nulla di nulla: ti farai ammazzare com’è vero Dio! Vieni con me al 6° leggero.
— Capisco che non so niente, — rispose Fabrizio — ma voglio battermi, e ho deciso d’andar laggiù dov’è il fumo.
— Guarda, guarda come la tua bestia drizza gli orecchi! Appena sarà laggiù, ti prenderà la mano e sa Dio dove ti porterà. Vuoi dar retta a me? Arrivando fra i soldati, raccatta un fucile e una giberna, mettiti fra gli altri e fa’ come loro. Ma santo Dio! scommetto che tu non sai neanche strappare una cartuccia.
Fabrizio punto sul vivo dové purtuttavia confessar alla sua nuova amica che aveva indovinato.
— Povero figliuolo! t’ammazzan subito, come è vero Dio! Bisogna assolutamente che tu venga con me — riprese la cantiniera dando alle proprie parole tono d’autorità.
— Ma io voglio battermi.
— Eh, ti batterai, non ci pensare; il 6° leggero è un reggimento famoso, e oggi ce n’è per tutti.
— Arriveremo presto al vostro reggimento?
— Fra un quarto d’ora al più.
«Sotto la protezione di questa brava donna, — pensò Fabrizio — eviterò il rischio che la mia ignoranza mi faccia prender per una spia, e potrò battermi.» Intanto lo strepito cresceva, i colpi di cannone raddoppiavano, un dietro l’altro. «Come un rosario» osservò Fabrizio.
— Si cominciano a distinguere i fuochi di fila — disse la cantiniera, frustando il suo cavallo che pareva rianimato dal fuoco.
Volse a destra e prese per una traversa fra i prati: c’era un piede di fango; poco mancò che la carrettella non ci rimanesse affondata e bisognò che Fabrizio spingesse una ruota. Il suo cavallo cascò due volte: ma più innanzi il terreno meno inzuppato non fu più che un sentiero fra l’erba. Fabrizio non aveva fatto cinquecento passi che la sua rozza s’arrestò di botto. Attraverso al sentiero era un cadavere che faceva orrore al cavallo e al cavaliere.
Il viso di Fabrizio, naturalmente pallido, diventò verde: la cantiniera, osservando il morto, disse come parlando a se stessa: — Non è della nostra divisione. — Poi volgendo gli occhi al nostro eroe, dette in una sonora risata.
— Ah, ah, cucco mio, eccoti i confetti!
Fabrizio agghiacciava: lo meravigliava soprattutto la sudiceria dei piedi di quel cadavere, al quale avevan già portate via le scarpe, non lasciandogli che i laceri pantaloni tutti macchiati di sangue.
— Scendi, — gli disse la cantiniera — bisogna che ti ci avvezzi. Vedi, l’ha avuta nella testa.
Una palla lo aveva colpito presso al naso, era uscita da una tempia e aveva sfigurato in modo orribile il cadavere ch’era rimasto con un occhio aperto.
— Scendi, via, piccino, — insisté la cantiniera — e vieni a dargli una stretta di mano, a vedere se te la rende.
Senza esitare, quantunque presso a svenire dalla nausea, Fabrizio si gittò giù dal cavallo e tese la mano del cadavere scuotendola forte: poi restò come annichilito: sentì che non aveva più forza di rimontare a cavallo. Gli faceva orrore quell’occhio aperto.
«La cantiniera mi crederà un vigliacco» si diceva con amarezza; ma sentiva l’impossibilità di fare il menomo movimento. Sarebbe caduto. Fu un momento atroce: stette per cadere in deliquio. L’altra se ne accorse, saltò giù dalla carrettella e gli porse, zitta, un bicchier d’acquavite ch’egli bevve d’un sorso: poté rimettersi in sella e continuò la via senza fiatare. La vivandiera lo guardava di tanto in tanto con la coda dell’occhio.
— Ti batterai domani, piccino; — gli disse finalmente — per oggi resta con me: vedi bene che il mestier di soldato bisogna che tu lo impari.
— Ma che! voglio battermi subito! — gridò il nostro eroe con aria torva che alla cantiniera parve di ottimo augurio. La romba del cannone sembrava appressarsi, con cupo fragore continuo: un colpo seguiva l’altro senza intervalli, producendo come un accompagnamento di basso: e tra questo fragore, quale mugolío di torrente lontano, i fuochi di fila si distinguevano agevolmente.
A questo punto, il sentiero si inoltrava in una selvetta: la cantiniera, la quale scorse tre o quattro soldati de’ nostri che venivano verso lei a gran corsa, balzò giù dalla carrettella e scappò a nascondersi quindici o venti passi lontano. Si accovacciò in una buca rimasta al piedi di un grande albero abbattuto. «Ora vedremo — si disse Fabrizio — se sono un vile!» Si piantò presso la carretta abbandonata e sfoderò la sciabola. I soldati non gli badarono e passaron di corsa lungo il bosco a sinistra della strada.
— Son dei nostri — disse la cantiniera tornando affannata. — Se la tua bestia potesse galoppare, ti direi: arriva lì al confine della selva e vedi un po’ se c’è gente nella pianura.
Fabrizio non se lo fece dir due volte: tolse un ramo da un pioppo, lo sfrondò e giù frustate a tutto spiano alla brenna, che per un momento si mise al galoppo, e tornò poi subito al trotterello consueto. La cantiniera aveva messo al galoppo il suo cavallo.
— Ferma, ferma! ma ferma, dunque! — gridava: e, giunti tutt’e due al margine della selva, udirono un fracasso spaventevole. Cannoni e moschetterie tonavan da ogni parte: a sinistra, a destra, di dietro: e poiché la selva donde uscivano occupava un poggetto otto o dieci piedi più alto della pianura, scorsero abbastanza bene un angolo della battaglia; ma nel prato che si stendeva oltre la selva, nessuno. Il prato era circondato a circa mille passi di distanza da una fila di salici assai folti, e al di sopra dei salici si vedeva un fumo bianco salire turbinando.
— Almeno sapessi dov’è il reggimento — diceva la cantiniera titubante. — Traversare questo prato in linea dritta non si può. A proposito, — disse a Fabrizio — se vedi un soldato nemico, non stare a divertirti con le sciabolate: dàgli di punta e sbuzzalo addirittura.
Mentre parlava così vide quattro soldati, che dalla selva sbucavano nel piano, a sinistra della strada. Uno di loro era a cavallo.
— Ecco quel che ti ci vuole — disse a Fabrizio — Olà, ehi! — gridò al cavaliere — vieni a bere il cicchetto. — I soldati si avvicinarono.
— Dov’è il 6° leggero? — domandò lei.
— Laggiù, distante di qui cinque minuti; di là dal canale lungo i salici. Ci hanno ammazzato il colonnello Macon.
— Di’, vuoi cinque franchi del tuo cavallo?
— Cinque franchi? Tu hai voglia di celiare, cara la mia donnetta: un cavallo da ufficiale! Non passa un quarto d’ora che ci fo cinque napoleoni.
— Dammi uno dei tuoi napoleoni — disse la cantiniera a Fabrizio; e accostandosi al soldato: — Smonta subito; eccoti il tuo napoleone.
Il soldato smontò: Fabrizio balzò in sella allegramente, e la cantiniera prese a staccare il portamantello ch’era rimasto sulla schiena dell’altra cavalcatura.
— Aiutatemi, almeno! — disse rivolta ai soldati — da quando in qua si lascia faticar così una signora?
Ma appena il cavallo catturato sentì porsi addosso il portamantello cominciò a impennarsi, e Fabrizio, che montava assai bene, dove usare di tutta la sua forza a contenerlo.
— Buon segno! — disse la cantiniera. — Sua Signoria non è avvezza al solletico del portamantello.
— Un cavallo da generale! — gridò il soldato che l’aveva venduto — valeva dieci napoleoni.
— Ecco venti franchi — gli disse Fabrizio che non stava più in sé dalla gioia di sentirsi sotto un cavallo un po’ vivace.
In quel punto una palla di cannone colpì di striscio una fila di salici e Fabrizio vide un curioso spettacolo: ramoscelli che volavan qua e là come recisi da un pennato.
— To’, ecco il bestione che s’avanza — gli disse il soldato, prendendo i venti franchi.
Potevano esser le due. Fabrizio stava ancora in estasi pe’ ramoscelli che volteggiavano, quando un gruppo di generali, seguito da una ventina d’usseri, traversò di galoppo uno degli angoli dell’ampio prato sul cui confine si trovava egli stesso. Il suo cavallo annitrì, s’impennò due o tre volte, scosse violentemente con la testa le briglie che lo trattenevano.
— Ebbene, sia — disse Fabrizio.
Abbandonato a sé il cavallo, si lanciò di carriera a raggiunger la scorta che teneva dietro ai generali. Fabrizio vide quattro cappelli gallonati, e, dopo un quarto d’ora, dalle parole d’un ussero che gli era vicino, capì che uno di quei generali era il famoso maresciallo Ney. Non si può dir la sua gioia: tuttavia non riuscì a indovinare quale dei quattro era il Ney: avrebbe dato tutto quel che aveva al mondo per saperlo; se non che si ricordò che bisognava tenere acqua in bocca. La scorta si fermò per traversare un largo fossato ricolmo d’acqua dalla pioggia del giorno innanzi: era costeggiato da grandi alberi, e limitava a sinistra il prato nel punto ove Fabrizio aveva comprato il cavallo. Quasi tutti gli usseri erano smontati: l’orlo del fossato a picco e sdrucciolevole, e l’acqua era tre o quattro piedi più in basso del livello del prato. Fabrizio, al colmo della letizia, pensava più al maresciallo e alla gloria che alla sua cavalcatura; questa, un po’ eccitata, saltò nel canale, e fece spruzzar l’acqua a un’altezza considerevole. Uno dei generali fu infradiciato da capo a piedi, e gridò: — Accidenti a quella bestiaccia! — Fabrizio si sentì profondamente offeso dall’ingiuria. «Posso chiederne ragione?» si domandava. Intanto, per dimostrare che non era poi così goffo, tentò di far risalir dal cavallo l’argine opposto del fossato; ma era a picco alto cinque o sei piedi, e dové rinunziarci: allora risalì la corrente, col cavallo che aveva l’acqua fino alla testa, finché trovò una specie d’abbeveratoio: di qui per un dolce pendio gli fu agevole guadagnare il campo dall’altro lato del canale. Fu il primo della scorta a comparirvi; e si die’ a trottar fieramente lungo la riva: in fondo al canale, gli usseri s’agitavano, molto impacciati, perché in alcuni punti l’acqua aveva cinque piedi di profondità. Due o tre cavalli ebbero paura e si misero a nuotare, diguazzando in malo modo. Un quartiermastro, che aveva osservato il tramestío di quel novizio dall’aspetto così poco soldatesco, gridò: