CAPITOLO DUE-1

2076 Parole
CAPITOLO DUE Uscirono dal General Hospital che erano le sei. Avevano trascorso praticamente tutto il pomeriggio all’interno. Katie si sentiva stanca come se fosse già mezzanotte passata. L’incontro con Julie nella realtà era stato emozionante, ma non per questo meno faticoso. La ragazza l’aveva riempita di domande, alla gran parte delle quali Katie non era capace di dare risposta. No, non sapeva come funzionava ciò che lei e Matt facevano né pensava che ci fosse qualcosa di divino all’opera. Tutto ciò che sapeva era che insieme ci riuscivano, motivo sufficiente per cui continuavano a farlo. Dopo essere riuscita a separarsi da un abbraccio che le aveva tolto il respiro quasi quanto l’incidente nel sogno, Katie aveva detto a Julie di chiamarla in qualunque momento e aveva lasciato di nuovo la stanza. Quindi era stato il turno dei familiari di Julie e quella era stata la parte più difficile. Per lei che detestava il contatto fisico, tutte quelle pacche, quegli abbracci e quelle lacrime la mettevano ancora più a disagio. Per fortuna Matt era stato bravo ad assisterla anche in quei momenti, pronunciando le parole del discorso di commiato. Era lui l’intrattenitore, l’addetto alle public relations. Dopo l’intervento, Katie voleva solo tornare a casa. Il senso di vuoto presto sarebbe stato sostituito dalla consapevolezza di aver fatto del bene. «Sei più taciturna del solito», osservò Matt, mentre raggiungevano Cambridge Street. «E io che pensavo di prendere qualcosa insieme da Au Bon Pain.» «Scusami, hai ragione. Stavo pensando.» «È questo il tuo problema a volte. Pensi troppo.» «Non ho molto altro da fare.» Matt le sorrise. «Adesso potresti fare qualche altra cosa. Potresti farmi compagnia e prendere un caffè con me. Il turno comincia tra due ore e mi sembra da sfigati passare il tempo al negozio di pegni prima di attaccare. Malik non la finirebbe mai di prendermi per il culo e non potrei neanche dargli torto.» Matt lavorava a un grosso negozio di pegni come buttafuori. Guadagnava meno rispetto alla media – poco più di quattordici dollari l’ora – ma i benefit, stando almeno a ciò che lui diceva, non mancavano. Innanzitutto il capo non era un rompipalle e trattava tutto il personale in modo molto umano. Poi, era abbastanza intelligente da non voler risparmiare sugli addetti alla sicurezza. A ogni turno ce n’erano così tanti che difficilmente i malintenzionati trovavano il coraggio di fare qualcosa all’interno del negozio. E, infine, tra i colleghi si era instaurato un clima sereno e di cameratismo che rendeva il lavoro meno pesante. Katie ci era stata solo una volta e l’avevano trattata con un tale calore che non aveva voluto tornarci. Matt le aveva giurato di non aver raccontato nulla su come si fossero conosciuti, ma lei era convinta del contrario. E non le piaceva trovarsi in compagnia di persone che conoscevano ciò che era successo. La faceva sentire vulnerabile. L’unica eccezione era proprio Matt, ma era una questione diversa: lui aveva condiviso l’esperienza con lei. Ne faceva parte. Katie si strinse nelle spalle. «Dell’altra caffeina non mi farà male. Sono così stanca che dormirei comunque. Spero solo che ci siano i tavoli all’aperto, non ho voglia di stare ancora al chiuso.» «Vedrai, ci saranno.» L’ottimismo di Matt per una volta trovò conferma nella realtà. C’erano due tavolini liberi e loro occuparono quello più esterno. Katie si sedette dando le spalle agli altri avventori, lasciando che fosse Matt a controllare la situazione. Oltre a essere l’intrattenitore e l’addetto alle public relations, era pur sempre anche il buttafuori. «Insomma, a cosa stavi pensando?» le domandò, dopo aver studiato il menù. «Non dici che penso troppo?» «Proprio per quello devi tirare fuori questi pensieri. Li doni a me, so cosa farne.» Katie si lasciò scappare una risatina. «Lo posso solo immaginare.» «A parte gli scherzi, sai che di questa cosa puoi parlarne solo con me. Quindi non posso proprio esimermi. A meno che tu non voglia sciogliere la squadra.» Matt indicò qualcosa sulla carta, quindi sollevò lo sguardo. «Vuoi sciogliere la squadra?» «No, stavo pensando proprio il contrario», ammise lei. «È qualcosa che mi fa stare bene. Non lo faccio solo per gli altri, sarei un’ipocrita a dirlo. Lo faccio principalmente per me. Quando riesco a dare una mano a qualcuno, la mia vita acquista un senso.» «La vita non deve per forza avere un senso. Così diceva mio padre, almeno. A volte si vive e basta, tutto sta a rendere piacevole quel lasso di tempo.» «Be’, per me non è così. Non mi era sufficiente prima, figuriamoci ora.» «Okay, ti dispiacerebbe passare a questioni più semplici?» «Tipo?» «French Vanilla? O vuoi cambiare?» «No, va bene. Ho fame però. Potresti ordinarmi un Roasted Vegeterian?» «Andata.» Matt si alzò in piedi per andare a prendere il cibo. Katie rimase al suo posto, guardando distrattamente le persone che passeggiavano lungo il marciapiede. Anche dire che qualcosa era cambiato dal momento dell’incidente sarebbe stato ipocrita. Se voleva essere onesta con se stessa – e ora era così stanca da non riuscire neanche a mentire – doveva ammettere che c’era sempre stato un lato sbagliato in lei. Quel lato che la faceva sentire a disagio anche in una festa dove tutti si stavano divertendo. Aveva bisogno di parlare con il professor Garcia. Lui aveva quel modo ultra razionale di affrontare l’argomento che la faceva sentire tranquilla. Mentre lo ascoltava, le sembrava in qualche modo di avere il controllo su quanto le stava accadendo. Con Matt, anche in quel campo, era diverso: lui faceva di tutto per farla sentire meglio, ma era parte del processo. Domani. Domani andrò dal professore. Penso di averne bisogno. Matt tornò con i caffè, il panino, un croissant al cioccolato e una bottiglia d’acqua. «Ha un profumo così buono che non sembra neanche vegetariano.» «Dovresti provarlo, allora.» «No, sono irlandese. Noi siamo contro queste cose raffinate, lo sai. Se devo prendere un panino, dentro deve esserci un hamburger di almeno tre etti.» Katie fece una smorfia e si versò l’acqua. «Abbiamo altro in programma nei prossimi giorni?» «No. Nessun paziente in coma richiede la nostra assistenza. È un periodo tranquillo, abbiamo almeno qualche giorno per riprenderci. E non credo ci faccia male.» Addentò il croissant e mandò giù il boccone con un generoso sorso di caffè. Katie spesso si domandava come facesse anche solo a sentire il sapore delle cose che ingurgitava. «Se fosse per te, staresti sempre nella mente degli altri. Non lo so, forse sta diventando una droga.» Si strinse nelle spalle. «Forse ne hai bisogno, come dici tu. Rimane il fatto che sono un po’ preoccupato. Io stesso sono esausto, posso solo immaginare come puoi sentirti.» «Sto bene.» «Lo vedo. Sei pallida e ti trema leggermente un braccio. So per certo che non è qualcosa che succede sempre.» Katie tirò indietro la mano. Non pensava si vedesse, ma Matt la teneva sempre sotto controllo. «È per quello che ho vissuto nella mente di Julie. Non è niente, sta passando.» Si sforzò di sorridere. «Non capita proprio tutti i giorni di trovarsi in un incidente mortale e poi andare al bar come se niente fosse.» «Facciamolo passare del tutto. Poi pensiamo a intervenire di nuovo.» Altro morso al croissant, ora ne rimaneva meno della metà. «Il padre di Julie ha insistito molto, credo ti ritroverai un assegno nella posta, a breve.» Katie si dedicò al panino. Era molto saporito e si sentì subito meglio. «Sai che non voglio.» «Sì, lo so, ma so anche che non si vive di mera riconoscenza e, visto che non vuoi venire ad abitare con me, dovrai pur trovare una forma di sostentamento.» «Mi ci vedi davvero a vivere con tua madre e tuo fratello?» domandò Katie con una risata. Matt ridacchiò a sua volta. «E Ronald, non te lo dimenticare.» Tornò serio. «Il succo del discorso è che se le persone che aiuti ti mandano qualche verdone non c’è niente di male. Lo fanno volentieri.» Quello era un altro argomento dolente. Era da un anno e mezzo che rinviava il colloquio con il suo ex capo per tornare a lavorare. Il fatto era che non si sentiva ancora pronta. E l’idea di rimanere chiusa in un ufficio per otto ore al giorno le faceva mancare l’aria. Gli spazi chiusi in generale non le piacevano più. Forse perché era rimasta per troppo tempo chiusa in se stessa. Era strano, Matt non sembrava soffrire dello stesso disturbo. «Sto diventando una specie di fenomeno da baraccone.» «Dici? Solo perché entri nella testa delle persone e le fai risvegliare? Ne abbiamo già parlato, siamo nel ventunesimo secolo, c’è parecchio di peggio in giro. Hai acceso la TV di recente?» Katie scosse il capo, con un sorriso appena accennato. «Cerco di evitarlo il più possibile.» Quando le capitava di vedere il notiziario, spesso si soffermava sugli incidenti, magari dall’altra parte del Paese. Non poteva fare a meno di domandarsi quante persone fossero ferite e finissero in coma senza che lei potesse aiutarle. Quei pensieri la facevano stare male e le provocavano delle notti insonni. Alla fine aveva semplicemente smesso di seguire il telegiornale, anche se la tentazione era sempre in agguato. «E poi lo so, è qualcosa che sento dentro di me. Anche tu ogni tanto vieni riconosciuto, ma riesci a fregartene.» «È un’abilità speciale che mi ha lasciato mio padre: fregarsene di tutto ciò che non puoi cambiare. Lui si aiutava con il whisky, però. Credo si possa considerare barare, tu che ne pensi?» «Da quello che dici, probabilmente avrebbe bevuto lo stesso.» Matt sorrise, terminando ciò che rimaneva del croissant. Lo mando giù con l’ultimo sorso di caffè, quindi alzò lo sguardo verso l’interno del locale. Se Katie lo conosceva – e nell’ultimo anno e mezzo pensava di averlo conosciuto a sufficienza – Matt stava pensando a cosa altro ordinare. «Cosa, scusa?» Appunto. «Dicevo, probabilmente tuo padre avrebbe bevuto comunque.» «Ah, sì. Sicuro. Mia madre lo dice sempre. Ha consumato così tanto whisky nella sua vita che suo figlio è diventato astemio. Immagino sia solo uno dei dispiaceri che devo avergli dato. Vuoi che ti prenda un altro caffè? Quello ormai sarà freddo.» «No, grazie. Ma prenderò un morso di qualunque schifezza ordinerai tu.» «Capito. Due croissant in arrivo.» Matt detestava quando qualcuno mordeva il suo cibo, era qualcosa che lo mandava in bestia. Katie ne approfittò per finire il panino e bere il caffè. Ancora non si era freddato e il sapore era sempre divino. Se prima non aveva problemi di peso, ora ne aveva al contrario. Era come se entrare nella mente dei dormienti le consumasse tante di quelle energie che aveva bisogno di mangiare fino a esplodere per non diventare pelle e ossa. Al momento pesava cinquantatré chili, ma una settimana aveva fatto la prova di mangiare come prima dell’incidente e ne aveva persi due e mezzo. Anche per quello non c’era una reale spiegazione. Come diceva spesso il professore: con il suo caso si navigava nel vasto mare della speculazione. «Stai ancora pensando», la accusò Matt, tornando al tavolo. «Qualcosa del genere, sì.» «Be’, visto che non posso farlo io, forse dovresti cominciare tu con il whisky.» «A volte farei davvero di tutto per spegnere il cervello», ribatté lei. Prese il croissant e diede un morso. «Se non lo voglio tutto immagino che dovrò buttarlo via.» «Non esiste. Nessuno può mangiare la mia roba, ma io posso mangiare gli avanzi degli altri.» Katie ridacchiò. I ricordi di Julie si erano fatti sempre più lontani. Quasi sicuramente il suo inconscio glieli avrebbe riproposti nei sogni, ma il suo bagaglio era già abbastanza ricco di esperienze scioccanti: una in più non avrebbe fatto la differenza. «Non devi andare a lavoro?» «Dici che abbiamo passato troppo tempo insieme? Qualcuno potrebbe cominciare a pensar male?» «Mi preoccupo del tuo stipendio e basta.» Matt sorrise. «Questo mi piace di te. Sei più pratica di me. Io mi curo della tua salute psicologica, del tuo benessere. Mi preoccupo che mangi e ti sostieni, e tu a cosa pensi? Ai soldi. Non ai tuoi, però. Ai miei. Immagino sia tipicamente femminile.» Quindi si alzò in piedi e le fece strada verso l’uscita. «Dai, ti accompagno a casa e poi vado a lavorare.» Mezz’ora dopo erano davanti le scale della sua abitazione. Matt le offrì la mano, insieme a un sorriso sincero. Lei gliela strinse. Era così che si salutavano da quando avevano cominciato a lavorare insieme. Matt sapeva quanto lei detestasse il contatto fisico. «Cerca di riposarti. E se avessi bisogno di qualunque cosa chiama, va bene?» «Non ce ne sarà bisogno. Ho intenzione di leggere qualcosa e chiudere gli occhi per almeno dodici ore.» Matt le strizzò l’occhio. «Attenta solo a non andare in coma. Non saprei chi chiamare per tirartene fuori.» Katie sorrise e chiuse lo sportello. Un istante dopo inseriva le chiavi nella serratura. Quando si voltò indietro per richiudere la porta d’ingresso, vide che l’amico era ancora fermo. La salutò con un cenno d’intesa, prima di ripartire. * * * C’era un nuovo messaggio nella segreteria telefonica. Katie lo fece partire rimanendo in piedi all’ingresso. «Ciao Katie, scusa se ti ho chiamato ancora, non vorrei sembrarti una stalker.» Un attimo di pausa. «Il problema è che continuo a fare quei brutti sogni e mi sembra sempre più difficile svegliarmi. Voglio dire, alla fine ci riesco, ma è come se cercassi di staccarmi dalla carta moschicida. Pensi sia normale? Be’, lo so, normale non è il termine che userei quando si parla di questa faccenda… ma hai capito cosa voglio dire. Se puoi richiamami, va bene? Vorrei solo andare a letto tranquilla la sera, tutto qua.»
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