CAPITOLO DUE-2

1657 Parole
Katie sospirò. Si trattava di Liza Whitman, una donna che aveva aiutato solo poche settimane prima. Liza era una persona dolcissima che aveva avuto la sventura di compiere una scelta molto sbagliata, sposando un uomo violento e incline a sfogare la rabbia contro i membri della sua famiglia. Una lite serale era degenerata e Liza si era ritrovata catapultata contro il ripiano di marmo della cucina. L’impatto era stato così preciso che lei era finita in coma e il marito – che aveva chiamato il 911 in lacrime – era finito in carcere con l’accusa di tentato omicidio. Il senso di rigetto nei confronti dell’evento era stato così forte che Katie aveva dovuto ricominciare la visione per tre volte prima di riuscire a strappare Liza al suo sonno innaturale. Vivere quell’esperienza era stato traumatico e lei stessa aveva sofferto di incubi da allora. Dopo un po’, si erano attenuati, ma di tanto in tanto si svegliava di colpo mentre volava in una cucina non sua contro un’estremità di marmo già macchiata di sangue. Era da qualche settimana che Liza la chiamava per quel problema, ma Katie non aveva risposte. Ne aveva già parlato con il professor Garcia, ma lo studioso aveva già un bel carico di domande con cui combattere. Sull’argomento aveva proposto di fare degli esperimenti sul sonno di Liza, in modo da dare un minimo di fondamento scientifico alle varie teorie. Il punto era che Liza non sembrava essere d’accordo. L’idea di addormentarsi collegata a diverse apparecchiature non le piaceva neanche un po’ e, considerando il motivo per cui l’ultima volta ci si era ritrovata, Katie non se la sentiva di darle torto. Nella segreteria non c’erano altri messaggi e Katie si diresse in salone. Avrebbe risposto a Liza l’indomani mattina, non appena avesse avuto la forza di affrontare il discorso. Un po’ invidiava la capacità di Matt di restare distaccato da ciò che facevano. E non era solo perché lui ne rimaneva all’esterno fisicamente: Katie sapeva che le sensazioni colpivano l’amico quanto colpivano lei. La differenza era che lui riusciva a lasciarsele alle spalle una volta che l’intervento terminava. Probabilmente ora era al negozio di pegni a scherzare con i colleghi senza neanche pensare all’incidente che era quasi costato la vita di una ragazza di diciotto anni. Matt non aveva bisogno dei libri di auto aiuto di cui Katie da mesi si circondava per andare avanti. Aveva una scorza dura che lo circondava e lo rendeva in qualche modo invulnerabile. A lei sarebbe piaciuto avere la stessa forma di difesa. E invece si sentiva sempre più scoperta, come se in qualche modo offrisse una parte di sé quando salvava una vita. Secondo un testo che aveva finito di leggere solo qualche giorno prima, ciò significava che non era capace di prendere le energie dall’universo circostante e quindi consumava se stessa. Il punto era che chiunque avesse scritto quel volume di certo non aveva la capacità di entrare nella mente delle persone in coma per tirarle fuori. Anche se a Katie sarebbe piaciuto moltissimo avere una guida per ciò che era diventata la sua missione di vita. E il suo unico Virgilio in quel particolare inferno era un professore universitario di poche parole, che spesso offriva più domande che risposte. L’idea di affrontare una relazione la terrorizzava. Aveva allontanato senza un secondo pensiero le poche persone che avevano tentato un approccio. E allo stesso modo continuava a tenere a bada Matt quando tentava di avvicinarsi troppo. Avrebbe potuto capirla, questo era sicuro, ma da qui a lasciarsi andare con lui ce ne passava. Sarebbe stato come siglare un patto non solo con Matt, ma con tutta l’esperienza che stava definendo la sua vita. Sarebbe stato come firmare un contratto in cui Katie accettava per sempre quell’abilità. Una volta compiuto il passo, non ci sarebbe stata alcuna possibilità di vivere una relazione normale. E ancora non voleva arrendersi a quell’eventualità. Si sedette sulla poltrona in salone e accese la lampada alogena. Sul tavolino aveva il libro di un certo John Carnicella: Come imparare a gestire i propri sogni con la meditazione. Fino a quel momento non aveva imparato molto, e cominciava a temere di aver semplicemente contribuito ad aiutare economicamente l’ennesimo furbetto. «Il fatto è che da qualche parte bisogna cominciare», disse a voce alta, riprendendo il volume da dove lo aveva lasciato. Be’, era circa a un quinto del testo. Magari avrebbe trovato delle informazioni interessanti andando avanti e in ogni caso l’avrebbe aiutata a distendersi. Un suono improvviso alla porta d’ingresso le fece scattare la testa dopo aver letto solo mezza pagina. Come se un gatto stesse grattando contro la superficie per entrare. Il punto era che lei non aveva un gatto – nonostante Matt le avesse consigliato diverse volte di prendere un animale domestico – e non aveva idea del perché un qualunque felino avrebbe dovuto soffermarsi davanti casa sua. Rimase in attesa che il rumore si ripetesse, ma non fu così. Il silenzio era totale e per un istante rivisse la sensazione che aveva provato nel sogno quel pomeriggio, subito dopo l’impatto con il minivan. Sentiva il cuore pulsarle nelle orecchie e per scacciare la sensazione si alzò in piedi. Poggiò il libro sul tavolino e mosse qualche passo verso il corridoio. L’istinto le diceva che c’era qualcuno davanti alla porta d’ingresso. Razionalmente sapeva di non avere ragioni per pensare una cosa del genere, ma continuava a immaginare un uomo con il viso in ombra in attesa davanti alla soglia. La paura stava acquisendo concretezza insieme alla visione dello sconosciuto. Certo, il professor Garcia sarà felice di sapere che, oltre ai disturbi del sonno, comincio a sviluppare anche una sindrome paranoide. Non si udiva nulla. Qualunque cosa avesse prodotto quel suono, doveva essersene andata. E allora perché la sensazione di pericolo non accennava ad andarsene a sua volta? Perché hai vissuto un’esperienza oltre i confini dell’immaginabile. Per l’ennesima volta. Per quanto pensi di poter andare avanti in questo modo senza abbandonare la sanità mentale nella testa di qualcun altro? Il cellulare era ancora nella borsa che aveva lasciato all’ingresso. Se lo avesse chiamato, molto probabilmente Matt sarebbe accorso per accertarsi che tutto fosse sotto controllo e per rassicurarla. Il punto era che più il tempo passava e più sembrava aver bisogno di lui. Considerando che stava combattendo con se stessa per tornare indipendente come prima dell’incidente, cedere le sembrava un passo indietro. No, non c’era nessuno davanti la porta di casa sua. Se fosse andata a controllare avrebbe riso della sua paranoia e tutto sarebbe tornato a posto senza il bisogno di scomodare gli amici. Arrivò in corridoio e rimase in attesa di nuovo. Non udì nulla e si ritrovò a sorridere. Prese il telefono dalla borsa per sicurezza, quindi si diresse alla porta d’ingresso. Quando si ritrovò con la mano sul pomello, le sembrò di udire qualcosa, come un fruscio contro la superficie di legno. Come se qualcuno si fosse spostato, ma l’abito fosse troppo vicino alla porta. «C’è qualcuno?» domandò Katie. Non aveva comunque niente da temere. Aveva chiuso a chiave prima di andare in salone. E poi perché diamine qualcuno avrebbe dovuto essere in attesa davanti casa sua? Aveva appena abbastanza denaro per tirare avanti fino alla fine del mese. Si affacciò allo spioncino trattenendo il respiro. Non c’era nessuno. Riusciva a vedere la facciata della casa di fronte alla sua illuminata dagli ultimi raggi di sole. «Visto?» Tanto per dimostrare a se stessa di non essersi rammollita del tutto, fece scattare la serratura e aprì. Un attimo dopo ridacchiò quando vide la causa di quei suoni. La felce che lei stessa aveva messo fuori dalla porta qualche giorno prima veniva scossa dal vento. Di conseguenza le punte rigide delle foglie grattavano contro la porta, causando il suono che aveva sentito prima. Spostò il vaso di qualche centimetro e tornò dentro. Episodi simili le capitavano sempre più spesso. Quante volte controllava di aver chiuso a chiave la porta d’ingresso prima di andare a letto? E la sera non faceva forse il giro delle finestre prima di coricarsi? Ne aveva parlato con il professor Garcia. Lui le aveva detto che, non potendo controllare ciò che avveniva dentro di lei, Katie era costretta a stabilire quella forma di controllo sulla casa. Il punto era che, se non avesse trovato una soluzione alla svelta, presto sarebbe stata costretta a ricorrere a un intervento farmacologico. E l’idea di vivere di psicofarmaci a venticinque anni non le piaceva neanche un po’. Aveva già abbastanza preoccupazioni senza bisogno che conducesse un’esistenza dipendendo dalle pillole. Tornò verso il salone e si bloccò di colpo, con il telefono stretto nella mano destra. C’era qualcuno nel corridoio ed era a neanche un metro da lei. Il volto era in ombra, proprio come lo aveva immaginato, solo che l’uomo non aveva fatto rumore mentre si era introdotto in casa sua. Katie scattò d’istinto all’indietro ma lo sconosciuto fu più veloce e coprì la distanza che li separava in un unico balzo. La afferrò per la gola e le premette un panno umido sul viso. Katie lottò per qualche istante contro quei vapori chimici, ma era una battaglia che non poteva vincere, non debilitata com’era. Scalciò, ma lo sconosciuto doveva aspettarsi una difesa del genere ed evitò facilmente di essere colpito. Le sembrò di sentirlo sbuffare mentre la stringeva ancora più forte. Un aroma alla menta per un attimo riuscì a penetrare quello pungente della sostanza che la stava facendo addormentare. Katie tentò di sollevare la mano con il telefono, nella speranza di usarlo come arma contundente in un ultimo gesto disperato, ma le dita persero la presa e un attimo dopo l’apparecchio le cadeva dalla mano. Il tonfo le arrivò lontanissimo, come se il cellulare fosse caduto su un pavimento ricoperto d’ovatta. Lo stesso mondo d’ovatta nel quale lei stessa stava precipitando. L’unico lato positivo era che in quel mondo non c’era posto per la paura e, molto probabilmente, non ci sarebbe stato posto per i sogni. Mentre Katie perdeva i sensi tra quelle braccia solide come acciaio, riuscì a pensare che la sua paranoia aveva avuto ragione, per una volta. Solo che non era stata abbastanza precisa. L’aveva spinta verso la porta d’ingresso, ma non le aveva suggerito di controllare quella sul retro. Infine gli occhi si chiusero e Katie si lasciò andare all’oblio.
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