CAPITOLO TRE
Daniel Mancini era in camera. La stanza era avvolta nella penombra e la sola fonte di luce era quella del lampione in giardino che filtrava attraverso la finestra. Il letto era sfatto, come se si fosse appena alzato. Non ne era sicuro, al momento si sentiva abbastanza confuso. L’unica certezza era l’assenza di Annabelle. Se n’era andata due settimane prima e non aveva più neanche risposto alle sue telefonate. La sua parte di letto era immacolata e il comodino esattamente come lo aveva lasciato. Daniel pensava che le sarebbe piaciuto ritrovare tutto come al solito quando avesse deciso di tornare. Anche se ormai quel quando cominciava a trasformarsi in un se. Era tornata dai suoi nel Texas e la colpa era soltanto sua. Anche se non si poteva parlare propriamente di colpa. Daniel sapeva di non aver fatto niente di male. Aveva solo omesso un particolare sulla sua famiglia. E dubitava che molte altre persone nella stessa situazione si sarebbero affrettate a parlarne.
Forse la sera prima di coricarsi ci aveva dato dentro con l’alcol. Ciò avrebbe spiegato il senso di confusione, anche se non gli sembrava di avere i postumi da sbronza. Non era dedito all’alcol – anzi, cercava di tenersene lontano il più possibile – ma di quei tempi non si poteva mai dire. Erano giorni difficili.
Abbassò lo sguardo e si accorse di essere vestito di tutto punto, impeccabile come al solito. Mancava solo la cravatta, ma la metteva solo quando era obbligato. Con tutta la palestra che faceva, sentire il collo costretto da un cappio non era proprio piacevole. Per lo stesso motivo doveva farsi fare le camicie su misura, altrimenti faticava a trovare modelli che gli stessero bene. Aveva anche le scarpe. Dunque era sul punto di uscire. Ma perché diamine non riusciva a mettere a fuoco cosa avrebbe dovuto fare? E dove aveva in mente di andare a quell’ora della notte… qualunque ora fosse?
Controllò l’orologio vicino al letto. Segnava mezzanotte e un quarto. Decisamente un momento poco consono per andarsene in giro, soprattutto da quando si era stabilito con Annabelle. E anche prima non era mai stato il tipo da andarsene in giro fino a tardi.
Pensò di spogliarsi e di mettersi a letto, ma scartò subito l’idea. Non si sentiva stanco e di sicuro non aveva sonno. Tanto valeva cercare di diradare quella nube di confusione in cui era avvolto. Uscì dalla stanza e incrociò lo sguardo assonnato di Bradley. Era un meticcio che Annabelle gli aveva fatto trovare – più o meno sotto l’albero – il Natale dell’anno prima. Ora aveva diciotto mesi e pesava una trentina di chili. In quel momento lo stava guardando dal cuscino gigantesco che aveva per cuccia come a dire: Non vorrai andare a fare una passeggiata ora? Perché io non ci penso proprio.
«Va bene, campione, tu puoi restare qui. Non mi offendo.»
La voce gli parve strana, roca, come se avesse passato la giornata precedente a fumare. Il punto era che non aveva mai toccato una sigaretta in vita sua. Aveva trattato il suo corpo come un tempio. Anche quando aveva iniziato ad allenarsi seriamente con i pesi, si era sempre rifiutato di prendere schifezze chimiche per aumentare il volume dei muscoli. Il suo fisico era tutto naturale. Eppure adesso aveva la voce di un fumatore professionista.
Tossì per schiarirsi la gola. «La faccenda si fa sempre più strana.»
Bradley mosse appena la coda. Difficilmente avrebbe ottenuto di più da lui, a meno che non gli avesse offerto un biscotto.
Daniel si spostò verso le scale, sperando così di riuscire a ricordare cosa avrebbe dovuto fare a quell’ora della notte, ma la sua mente era come il resto della casa: totalmente al buio. Scese i primi gradini e il suono delle scarpe eleganti contro il legno risuonò nell’ambiente silenzioso come i rintocchi di una campana. Arrivato a metà della rampa si fermò. Bradley si era alzato dalla cuccia e lo stava controllando dall’alto. Daniel si strinse nelle spalle e continuò a scendere. Nella peggiore delle ipotesi si sarebbe fermato in cucina, avrebbe preso un sorso di latte (senza dimenticare il biscotto per il cane) e sarebbe tornato di sopra. In qualche modo gli pareva persino normale avere quella specie di amnesia a breve termine, anche se non avrebbe saputo spiegare perché.
Arrivato al piano terra, si accorse che c’era qualcosa che non andava. La porta d’ingresso – che aveva un’unica serratura, seppure robusta – adesso aveva una serie impressionante di chiavistelli. Quattro si trovavano in orizzontale, due sopra e due sotto il pomello. Tre serravano la soglia in alto e altri tre svolgevano la stessa funzione in basso. Come se non bastasse, c’era una specie di sbarra di metallo che bloccava la porta ed era fissata con delle catene, chiuse alle estremità con due lucchetti che sembravano pesare dieci chili l’uno.
«Ma cosa diavolo…» cominciò Daniel, quindi lo sguardo gli cadde sulla finestra vicino all’entrata. La luce filtrava da lì, ma c’era qualcosa di strano. Non ricordava di aver messo le sbarre e di sicuro non ne aveva messe dall’interno. Ora un’intera griglia proteggeva la finestra e rendeva impossibile l’accesso. Sempre più in preda alla confusione, si guardò intorno e scoprì che ogni singola finestra era stata rinforzata allo stesso modo.
Aveva trasformato la casa in una maledettissima fortezza e non se ne ricordava neanche. Dovevano averlo drogato, non c’era altra spiegazione. Con l’inganno, sicuramente, perché con la forza sarebbe stato impossibile.
Qualcuno bussò alla porta e Daniel si trovò a trasalire. Era stato un colpo secco, come se chiunque ci fosse dall’altra parte sapesse che era sveglio.
«Chi è?» domandò, avvicinandosi all’uscio. Gli venne da ridere all’idea di dover trovare le decine di chiavi necessarie a sbloccare le serrature.
Lo sconosciuto non gli rispose, ma continuò a bussare con forza. Forse non lo aveva sentito, anche se a Daniel sembrava di aver parlato a voce alta.
«Chi è?» ripeté, questa volta quasi urlando.
Ci fu un attimo di pausa, quindi i colpi contro la porta ripresero. Sembravano aumentare d’intensità con l’alzarsi del tono della voce.
Un rumore alle sue spalle lo fece voltare di scatto. Era Bradley. Lo aveva seguito, forse preoccupato per le sue condizioni. Anche se in realtà non aveva l’espressione impaurita. Era seduto in modo composto a un paio di metri da lui e lo osservava.
«Si può sapere chi è?» sbottò Daniel, tornando a rivolgersi alla porta. «Anche se volessi, non posso aprire questa cazzo di porta. Mi senti?»
Di nuovo una pausa. La situazione lo stava facendo impazzire. Mise una mano su un chiavistello e provò a farlo scattare, ma c’era una minuscola serratura che lo bloccava. Avrebbe dovuto cercare le chiavi. Nel frattempo lo sconosciuto aveva ripreso a bussare. Ora pareva che volesse buttare giù la porta.
Be’, in bocca al lupo, amico, si trovò a pensare Daniel.
Si avvicinò allo spioncino, deciso a capire chi diavolo stesse facendo quel baccano a mezzanotte passata. La forma era troppo scura perché potesse riconoscerlo, ma era un uomo, grosso quasi quanto lui. Proprio mentre Daniel stava guardando, il pugno dello sconosciuto si abbatté contro lo spioncino, costringendolo a fare un passo indietro.
«Se mi dici che cazzo vuoi, magari possiamo parlarne», esclamò Daniel, con una risatina. «O preferisci che vada a prendere il ferro?»
Non ne aveva uno, ma il tizio dall’altra parte non poteva saperlo. E poi prima di pensare a sparare avrebbe dovuto trovare il sistema per aprire tutte quelle dannate serrature. Non gli sembrava di vedere un mazzo di chiavi in giro. Di solito lasciava le sue vicino al cordless, ma ora quell’area era sgombra. Anzi, non c’era neanche il telefono.
Era difficile riflettere, e quella tempesta di colpi contro la porta non lo aiutava a concentrarsi. «Vuoi finirla, testa di cazzo?»
L’insulto non ebbe altro effetto che quello di far aumentare la violenza e l’impeto dello sconosciuto. Ora pareva che stesse usando la testa come un ariete.
Daniel scoppiò a ridere. «Porca troia, mi sono bruciato il cervello. Non so come cazzo sia successo, ma non c’è altra spiegazione.»
«Ma no», disse una voce e Daniel alzò la testa di scatto. Era quella di suo padre. «Non hai bruciato proprio niente. Devi solo riuscire ad aprire la porta e tutti i tuoi problemi saranno risolti.»
Si guardò intorno, ma non c’era traccia del suo vecchio tra le ombre circostanti. E poi aveva parlato troppo da vicino, non poteva essere in qualche altra stanza. E che diavolo ci faceva suo padre lì, poi? Non si sentivano e non si vedevano da mesi, per la miseria.
Quando la voce parlò di nuovo, Daniel per poco non cadde a terra. «So che può sembrarti strano, figliolo. Ma per tornare alla realtà che conosci devi trovare le chiavi per aprire la porta. Non c’è altro da fare.»
Era stato Bradley a parlare e lo aveva fatto con la voce di suo padre. Non era stato drogato e non aveva neanche bevuto. Stava semplicemente sognando e qualcosa gli diceva che non sarebbe stato semplice riaprire gli occhi.
Come per sottolineare quel pensiero, Bradley abbaiò un’unica volta.
* * *
«Allora, come è andata l’avventura di oggi?» Malik era a braccia incrociate e seguiva i movimenti di due ragazze di colore che parevano più inclini a rubare che a comprare. Come linea d’azione all’interno del negozio di pegni, si lasciava ai buttafuori neri l’onere di trattare con i clienti non bianchi, giusto per evitare l’accusa di razzismo, che veniva scagliata come una sorta di tana-libera-tutti non appena ce n’era l’occasione. «Ancora non mi hai detto niente.»
Matt si appoggiò con la schiena al bancone e incrociò le braccia, tenendo sotto controllo l’ingresso. In quel momento stava entrando una famiglia di ispanici: marito, moglie e due ragazzini al seguito. Non sapeva perché, ma da un certo momento della giornata in poi la clientela pareva composta solo da minoranze etniche. «Non ti ho detto niente perché non mi hai chiesto niente. E se non sei dell’umore giusto c’è pericolo di parlare a vanvera senza che tu recepisca una sola parola.»
Malik sbuffò. Era un gigante di almeno un metro a novanta, con un braccio così gonfio che sembrava impensabile che riuscisse a togliersi una maglietta senza strapparsela di dosso come nel vecchio telefilm L’Incredibile Hulk. «Stiamo qui in piedi per diverse ore al giorno. Spesso non dobbiamo fare un cazzo di niente e tutto ciò che possiamo fare è parlare. Pur di non morire di noia starei a sentire tua madre che mi spiega come realizzare maglie di lana all’uncinetto.»
«Dubito che usi l’uncinetto per quelle, ma se vuoi puoi chiamarla», ribatté Matt. «Ma ti avverto, da quando è diventata presbite ha dei problemi a cucire. E poi non abbiamo una grossa passione per i maglioni in casa, quindi non è molto motivata. E, tanto perché tu lo sappia, per fare un maglione per te bisognerebbe tosare un intero gregge di pecore.»
Le due ragazze di colore si erano accorte di essere osservate e avevano cambiato atteggiamento. Ora stavano continuando a osservare la merce – vicino al reparto dedicato agli attrezzi da giardinaggio – ma dirigendosi verso l’uscita. Le occhiate di Malik riuscivano a far desistere anche il più coraggioso dei furfanti. Era raro che fosse costretto a intervenire e di solito capitava solo quando il cliente era sballato o sbronzo.
«Quindi hai intenzione di raccontarmi o vuoi tenermi sulle spine per tutto il tempo?»
«Ma no, quali spine. Era una ragazzina di diciotto anni. Quella che ha fatto un frontale con un camioncino mentre andava a una festa, mi sembra di averti accennato alla cosa.»
«Sì, qualcosa del genere. Quindi?»
«Quindi niente, siamo andati lì e Katie ha fatto la sua magia. Ci sono voluti più tentativi, la ragazza non aveva molta voglia di rivivere il trauma. Per fortuna Katie sa essere molto empatica, quando si tratta di aiutare le persone.»
«Tutto qua?»
«Che altro vuoi sapere?» domandò Matt, con una scrollata di spalle.
Le due ragazze di colore uscirono dal negozio e Malik si voltò verso di lui. Ora l’occhiata da esci subito fuori dal locale era rivolta a lui. «Voglio i dettagli, amico. Sono quelli che rendono una storia davvero interessante. Hai questa faccenda che ha dell’incredibile e la liquidi con quattro parole? È da bastardi. Non si fa così.»
«No, il fatto è che più tardi anche Jaime vorrà sapere quello che è successo, e preferirei dover raccontare tutto una sola volta.»
Il gigante di colore alzò gli occhi al cielo. «Che c’è, hanno messo una tassa sulle parole? Rischi di pagare un supplemento se racconti la stessa storia due volte?»
«È successo qualcosa oggi? Tutta questa ironia non è da te.»
Malik sbuffò. «Okay, ho capito. Vado a parlare con il capo. Sarà più divertente ascoltare lui che si lamenta della moglie che tentare di fare conversazione con te.»